Il Welfare spacca la “Cosa rossa”

30/11/2007
    venerdì 30 novembre 2007

      Pagina 9 -Primo Piano

      IL GOVERNO
      MAGGIORANZA DIVISA

        Stati generali Confermata l’assise tra le forze radicali della coalizione alla Fiera di Roma l’8 e il 9 dicembre

          Il Welfare spacca la “Cosa rossa”

            ANTONELLA RAMPINO

            ROMA
            I bertinottiani sospettano che Diliberto voglia prendersi falce e martello e sfilarsi dalla Cosa Rosa. I dilibertiani accusano Rifondazione di non far altro che «chiacchiere», quando si tratta di spingere il governo «oltre i ricatti di Dini e della Confindustria». Insomma, la sinistra dell’Unione sta esplodendo.

            Adesso Oliviero Diliberto giura, «mai, mai faremmo nulla contro la sinistra». Ma intanto ieri mattina, al momento di votare in via definitiva quel Welfare che tanto sta stressando i rapporti tra sinistra e governo, il segretario e il capogruppo Pino Sgobio han votato sì, e gli altri 15 deputati no. Un segnale al governo, giura adesso Diliberto, e non certo ai parenti di Rifondazione, di Sinistra Democratica, dei Verdi. Però quando il segretario dei Comunisti italiani si affaccia al vertice di mattinata con Mussi, Giordano e Pecoraro, si sente accusare, «Sei sleale», e se ne va indispettito: incontro aggiornato alle sette della sera. Si sparge voce che sarà un faccia-a-faccia tra Mussi e Giordano. Seguono sms tra gli stati maggiori: che facciamo, veniamo? Forse, è la laconica risposta. Alla fine il quartetto si vede: sarà un caso ma intanto Bertinotti ha appena fatto sapere che le divergenze vanno accantonate in nome di un interesse più alto, «superare le contingenze, in nome dell’unità a sinistra».

            Quell’interesse si chiama Cosa Rossa, e non quaglia. Simbolica la questione del vessillo: dovrebbe contenere la parola «sinistra», forse con un arcobaleno alla base, per tenere i Verdi, che hanno porte aperte nel Pd di Veltroni. Via invece la falce e martello cui il Pcdi tanto tiene. E proprio questo è il punto: Diliberto, si sussurra, potrebbe prendersi l’emblema del comunismo, e arrivederci e grazie. E d’altro canto, se facesse quello che il bertinottiano Giovanni Russo Spena vedrebbe come «un partitello autoreferenziale», sarebbe «una bella riduzione del danno», come andava asserendo ieri in Senato Cesare Salvi, che pure obiettava: «Ma se Giordano sul Welfare ha fatto il pazzo per tre giorni, Diliberto non può nemmeno per quarantott’ore?».

            Insomma la competition a sinistra si fa sempre più forte, ed è indubbio che sarà il governo anzitutto a soffrirne. Intanto, in Senato i dilibertiani sono cinque, e con l’appena inaugurata politica delle «mani libere», diventano ben più strategici che non i Liberaldemocratici di Lamberto Dini. Dal quartier generale di Diliberto raccontano l’irritazione del segretario, nata dall’atteggiamento in commissione Lavoro di Rifondazione, «hanno rilanciato sullo scalone senza neanche dircelo, quando noi stavamo strappando risultati per i precari». E sarebbe questo il retroscena nel quale sono maturate le dimissioni, confermate ieri, del presidente, il dilibertiano Pagliarini. Si è riuscito però a evitare che venissero rimandati gli stati generali della Cosa Rossa: si terranno alla Fiera di Roma per l’8 e 9 dicembre.