Il Welfare perde i pezzi

12/02/2004


GIOVEDÌ 12 FEBBRAIO 2004

 
 
Pagina 10 – Cronaca
 
 
Il Welfare perde i pezzi
Bambini, anziani e disabili: i soldi non bastano, si taglia
le famiglie e la crisi
          Il 2004 sarà l´anno nero dello stato sociale: le Regioni e i Comuni avvertono il governo
          Per la prima volta, ridotto dalla finanziaria il fondo destinato alle politiche sociali
          L´85 per cento dei sindaci: non ci sono più margini per razionalizzare la spesa

          GIANCARLO MOLA


          ROMA – Rischia di passare alla storia come l´anno nero dello stato sociale, questo 2004. Per capirlo, basta fare quattro chiacchiere con un uomo che non può essere sospettato di remare contro. Si chiama Antonio De Poli, fa l´assessore alle Politiche sociali nel ricco Veneto ed è iscritto all´Udc: «Taglieremo i servizi ai minori, agli anziani, ai disabili. È una cosa terribile da dire, ma saremo costretti a farlo se non si cambia rotta subito. Siamo davvero molto preoccupati», dice. «E guardi – prosegue – che non sono il solo a pensarla così: è una posizione condivisa all´unanimità da tutte le Regioni, che su questo fronte ho l´onore di coordinare».
          L´allarme riguarda la legge finanziaria. Che non soltanto ha tagliato per la prima volta il Fondo nazionale per le politiche sociali. Ma ha ridotto ancora una volta la quota di finanziamenti che i governatori utilizzano – girandoli ai Comuni – per combattere la povertà, l´emarginazione e il disagio dei più deboli. Secondo i calcoli degli esperti delle regioni il Fondo (che deve ancora essere ripartito) ammonterebbe quest´anno a 1.690 milioni di euro. Sono 26 in meno dell´anno scorso. In termini assoluti il taglio è dell´1,5 per cento. Ma si deve aggiungere l´inflazione (2,7%). E tenere conto che la legge che nel 2000 lo ha istituito prevedeva un incremento che due anni dopo sarebbe dovuto arrivare a due miliardi di euro.
          Paradossalmente però non è questo il problema principale. «Il governo della devolution continua ad accentrare le decisioni di spesa», accusa Gianluca Borghi, assessore alle Politiche sociali in Emilia-Romagna. «Quest´anno ha vincolato 60 milioni di euro per interventi che riguardano la pubblica istruzione. Ha trasferito al dipartimento politiche antidroga altri 129 milioni di euro. E speriamo almeno che sul fondo non gravi la spesa per i mille euro ai secondogeniti. In ogni caso, i conti fatti finora ci dicono che perderemo fra i 175 e i 352 milioni di euro. Si rende conto del disastro a cui andiamo incontro?»
          Se le regioni piangono, i comuni non ridono. Ai minori finanziamenti in arrivo dalle Regioni si somma infatti un ulteriore taglio dei trasferimenti dallo Stato (680 milioni, 4,8% in meno). Gli effetti? Si legga un sondaggio Swg presso un campione di sindaci italiani, di centrodestra e centrosinistra. L´85 per cento degli intervistati ritiene che non ci siano più margini per razionalizzare la spesa: bisogna cominciare a ridurre i servizi (o farli pagare di più). In cima alla lista degli interventi da sfrondare ci sono i servizi sociali per gli anziani (30%), le attività culturali e sportive (29%), gli asili nido e le materne (20%). E poi, un sindaco su due è convinto che a pagare per i tagli saranno le famiglie a basso reddito, quattro su sei ritengono che a soffrire saranno gli anziani non autosufficienti.
          Il contenimento della spesa sociale arriva, fra l´altro, proprio mentre gli italiani scoprono di avere sempre più difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Gli ultimi dati Istat dicono che due milioni e mezzo di famiglie, l´11 per cento del totale, vivono con meno di 823,45 euro al mese. Sono cioè ufficialmente povere. Spesso in un senso nuovo del termine: una recente ricerca Ires-Cgil spiega infatti che a cavallo della soglia di povertà ci sono sei milioni di lavoratori con uno stipendio compreso fra i 600 e i 1.100 euro. Persone, quindi, che un impiego ce l´hanno, ma che hanno sempre più bisogno di aiuto, di politiche sociali. Nel frattempo, l´esecutivo ha cancellato l´esperienza del reddito minimo di inserimento, che fino all´anno scorso era stato sperimentato in 300 comuni. Al suo posto c´è ora il reddito di ultima istanza. «Una misura – spiega la sociologa Chiara Saraceno – che esiste solo sulla carta: dalla finanziaria verranno fuori circa 900 milioni di euro. Un´ inezia se si tiene conto che il reddito di inserimento è costato, in quei trecento comuni, oltre 200 milioni. Di più: un´inezia inutilizzabile, se si pensa che potranno godere dei fondi solo le Regioni che mettono soldi propri. Che come è noto non ci sono».
          Le emergenze sono numerose. La casa, per esempio. Il fondo per il sostegno all´affitto per le famiglie bisognose per il 2004 è rimasto fermo a 246 milioni di euro (ma l´anno scorso era stato tagliato di 89 milioni). Il costo delle locazioni continua però a salire: più 16 per cento alla fine del 2002 – secondo il Sunia – più 200 per cento negli ultimi dieci anni. Poi c´è la famiglia. Nel 1992 in Italia c´erano 97.654 posti in asilo nido: nel 2000 erano diventati 118.517. L´offerta è però sempre più bassa della domanda: un bimbo su quattro chiede l´iscrizione ma non trova posto.
          Non è un buon momento, per lo stato sociale. Anche perché la distanza dagli altri paesi europei rischia di diventare incolmabile. «La spesa sociale italiana in rapporto al Pil è due punti più bassa rispetto alla media europea. Ed è squilibrata: molte pensioni, pochissimo sostegno alle famiglie», prosegue Saraceno. «E le politiche di questo governo non incidono per niente. Si danno due soldi per i nido aziendali che servono al limite alle dipendenti delle grandi aziende ma non alle tante cococo che ne avrebbero davvero bisogno. Lo stesso vale per i mille euro ai secondogeniti: a cosa servono rispetto al costo di un figlio? È uno spreco. Un inutile spreco».