«Il welfare? Dovrà partire dai bambini»

21/06/2004



      sabato 19 giugno 2004

        LO STUDIOSO

          «Il welfare? Dovrà partire dai bambini»
            Che il rischio di perdere terreno nella competizione globale esista per tutti, l’inglese Tony Atkinson lo vede anche in questi giorni. Le bandiere del suo Paese si scorgono ovunque per strada per festeggiare le vittorie nel calcio. «Ma sono tutte fabbricate in Cina», nota l’economista del Nuffield College dell’Università di Oxford.

            Per 40 anni, Atkinson ha studiato il ruolo dell’assistenza pubblica in economia. Ne è uno dei maggiori teorici. Ma oggi deve difendere il welfare da nuovi assalti: l’emergere in Asia di Paesi industrializzati dai costi del lavoro inferiori. Esattamente la situazione nella quale l’imperativo della competitività detta di ridimensionare lo Stato sociale e i suoi costi, a partire dalle pensioni.

            Non la pensa così Atkinson e, in Italia in questi giorni, spiega perché. Non lo convince in primo luogo l’«aut-aut» generalmente accettato nell’Ue fra welfare e competitività. «Vengono sempre presentati come elementi in collisione», osserva Atkinson. Prova ne è la separazione di competenze nei governi e nella Commissione europea: «Da una parte i responsabili delle finanze e dall’altra gli affari sociali, come se non ci fosse una stretta interazione».


            Per questo – sostiene – tagliare il welfare per ridurre i costi e difendersi dalla Cina danneggerà forse quest’ultima, ma non aiuta l’Europa. Taglia corto Atkinson: «Diventare più competitivi nella produzione dei beni che di solito importiamo, come le bandiere dell’Inghilterra, ha un impatto solo su Paesi terzi. Però negativo».


            Non che l’impatto della globalizzazione sia trascurabile se si hanno protezioni sociali. «In America incide sui salari, in Europa invece aumenta la disoccupazione dei lavoratori non specializzati», riassume il professore. Ma non significa che non ci si possa più permettere un welfare moderno. Serve, in parallelo, più specializzazione produttiva e migliore formazione. Solo così, per Atkinson, l’Europa potrà permettersi di accrescere l’occupazione e mantenere il proprio modello. Adeguandolo alle esigenze del futuro: «Fino ad oggi ci siamo occupati degli anziani – dice -. Da ora dovremo pensare molto a chi deve nascere, in un continente sempre più sterile». La sua proposta è di creare il diritto a un «reddito minimo per ogni bambino». Potrà essere sotto forma di assegni, sgravi o contributi. Ma, prevede Atkinson, «sarà al centro dell’agenda dell’Ue nei prossimi anni».

        Federico Fubini