Il welfare cambia le professioni, la riscossa dei nuovi infermieri

12/10/2010

I ricercatori le hanno definite professioni in subbuglio. E la sintesi è utile per fotografare il movimento incerto e contraddittorio di almeno tre lavori, quello dell’insegnante, dell’infermiere e dell’assistente sociale. La dimensione umana si scontra con le nuove esigenze tecnico-manageriali, lo Stato non è più l’unico datore di lavoro e i percorsi professionali di crescita sono tutti da costruire. Però chi vuole rivalutare le professioni del welfare «non può limitarsi a una difesa becera dello status di dipendente pubblico, deve stare dentro il gioco del cambiamento». Così la pensa Mauro Magatti, preside di Sociologia all’Università Cattolica di Milano che, per conto della Cisl lombarda, ha condotto un’indagine concretizzatasi in 300 interviste e un rapporto finale. «Scuola, sanità e assistenza — spiega Magatti — sono mondi in trasformazione, caotica e divergente». A soffrire di questo disordine è il processo di costruzione dell’identità professionale dei dipendenti. Che resta in bilico.

Per quanto riguarda la scuola l’immobilismo si tocca con mano. Non ci sono state novità organizzative rilevanti, le forme contrattuali sono sempre le stesse e la didattica idem. Il rapporto Cisl sintetizza il tutto come «perdita di centralità», l’investimento emotivo dei genitori è assai minore e questa sensazione si trasmette ai figli. Risultato: la scuola viene percepita come un servizio da consumare, con annesse tendenze al «soddisfatti o rimborsati». La conseguenza su chi insegna è di essere chiamato a mediare continuamente tra tutto e tutti, dai genitori alle direttive ministeriali. «E in queste condizioni — scrivono i ricercatori — prevalgono anche tra i lavoratori le resistenze al cambiamento. Invece di prendere in mano la situazione, si finisce per autocondannarsi alla marginalità». Anche perché al momento dell’ingresso nella professione non esiste una costruzione di competenze adeguata al ruolo che sarà effettivamente ricoperto. L’80% del campione è composto da donne e la maggior parte ha più di 40 anni. Metà ha un diploma e metà la laurea. Il 34% è diventato insegnante «perché era la mia vocazione sin da piccolo», il 27,3% perché «mi si è offerta l’opportunità e ho valutato che potesse andarmi bene». Ho fatto le magistral i , r acconta un’i ntervist at a, «perché mia mamma mi ha detto: fai il liceo e poi ti stufi essendo femmina». L’ingresso nel mondo della scuola è, dunque, frutto di una combinazione di fattori solo in parte vocazionali e attitudinali. Nelle grandi città del Nord, sostiene la ricerca, una porzione consistente del corpo insegnante si è formata in contesti differenti, viene dal Sud e dalle storie degli intervistati emerge come il bacino prevalente sia quello della piccola e medio-piccola borghesia. Famiglie che hanno interpretato l’istruzione delle figlie come occasione di riscatto sociale. «Nel disordine l’unica cosa che ci salva — dice un’intervistata — è che la maggior parte del lavoro lo si fa singolarmente», ma questo senso di indipendenza non riesce ad annullare la distanza tra gli insegnanti stessi e il sistema scolastico. E ciò provoca la (nota) demotivazione, una percezione di scarso riconoscimento sociale ed economico del proprio ruolo e una tendenza a dichiararsi impermeabili alle novità. «Molti docenti — sostiene la ricerca — affermano di essere stati in grado, personalmente o come intero istituto, di ignorare molte riforme». Il che non suona ad onore di chi quelle riforme, vere o finte che fossero, aveva ideato e di chi le ha boicottate.
Diverso è il caso degli infermieri lombardi. Nella sanità il cambiamento è molto più profondo che nella scuola. Sia la privatizzazione sia la riorganizzazione tecnico-organizzativa (dai contratti ai turni) si sono fatte sentire di più. Lo dimostrano le numerose cliniche private e case per anziani che si sono affiancate agli ospedali pubblici come sbocco lavorativo. «Se devo però dare un giudizio definitivo, dico che la professione di infermiere si sta valorizzando, oggi guarda verso l’alto» sostiene Magatti. La conferma viene da uno degli infermieri intervistati, 35 anni, laureato: «È una professione che ha iniziato a crescere da poco, fino a cinque anni fa noi eravamo trattati veramente come i servi o i portaborse dei medici, adesso non è più così per fortuna. È arrivato anche il corso di laurea». Assieme all’aumento dell’autonomia e all’irrobustimento delle competenze tecnico-operative. Per essere pienamente convinti della tendenza positiva imboccata
dalla loro professione gli infermieri aspettano altri due discontinuità: un inquadramento retributivo meno penalizzante e la fine dell’invisibilità sociale.
Il campione della ricerca Cisl è composto all’80% da donne, il 17% del totale lavora part-time e il 20% è in possesso di un diploma di laurea o laurea. La spinta vocazionale è prevalente, quasi il 60% ha scelto di fare l’infermiere perché «molto utile alla società» o perché «era la mia vocazione sin da piccolo». Ma il lavoro infermieristico è estremamente eterogeneo, l’impiego in un pronto soccorso risulta solo parzialmente comparabile con quello svolto in un reparto di terapia intensiva o di rianimazione o anche con quello prestato a domicilio del paziente. È scontato quindi che il cambiamento venga vissuto da una parte dei dipendenti con rimpianto. Si teme lo slittamento dalla centralità della persona a quella della prestazione, con annesse logiche di mercato e ottimizzazione dei costi. «Il paziente non è più al centro dell’attività? Magari non lo era neanche prima, ma ti arrabattavi, te la gestivi, adesso no» sintetizza un’intervistata. E accanto a ricadute positive, come la riqualificazione e il riconoscimento della professionalità dell’infermiere, ce ne sono altre meno apprezzate. I ricercatori definiscono tutto ciò come un conflitto «tra l’etica tradizionale della professione e i processi innovativi in atto» e pensano che nel breve possa produrre contrasti tra le diverse generazioni di infermieri e tra loro e il management della sanità. Ma si tratta di conflitti che recano in sé maggiori potenzialità che nella scuola.
Infine gli assistenti sociali, sempre lombardi. Molti di loro vengono dal servizio civile e dall’attività di volontariato. La motivazione è per tutti molto alta. Anche se chi sceglie questo lavoro sa che lo stipendio non è tra i punti forti (anzi) e che offre pochi sbocchi professionali. In sede di assunzione gli uomini sono preferiti perché «l’educatore maschio è una figura paterna e normativa, sa essere più autoritario se è il caso ed è fisicamente più forte di una donna con i disabili quando c’è bisogno di aiutare una persona per aiutarla in bagno». Nella vita di tutti i giorni si rivela una professione che tende a fondere ruolo e persona, non si stacca mai. E persino le scelte più intime ne risultano condizionate. «In effetti quasi tutti gli operatori sono fidanzati con un collega. E sennò dove lo trovi un partner?» racconta un’intervistata di 35 anni. «Vita personale e vita lavorativa? E chi nota la differenza! Marta ed io siamo fidanzati, però così ti porti il lavoro un po’ anche a casa» conferma un educatore della stessa età.
Se dalle vite dei singoli si allarga lo sguardo alle dinamiche generale si registra la trasformazione della professione in direzione manageriale, in linea con i mutamenti che stanno interessando le organizzazioni del terzo settore, una delle quali ha addirittura preso la strada della Borsa. L’assistenza si privatizza anche se in maniera sui generis, mentre restano fuori dalla porta le innovazioni tecnologiche vuoi per ritardi culturali vuoi per mancanza di finanziamenti. Sono comunque iniziate in questi anni importanti esperienze (di cultura privatistica) di maggiore valutazione del lavoro svolto. La novità è stata salutata con favore dagli educatori perché correvano il rischio di essere percepiti solo come «quelli che passano le giornate in comunità con i ragazzi». Quasi dei badanti per giovani. Spesso poi l’assistente sociale diventa un ammortizzatore delle contraddizioni politiche più evidenti, fornisce un senso e una continuità di fronte al variare del mandato politico degli enti locali e fa da parafulmine davanti a quella che, con eufemismo, i ricercatori chiamano «allocazione singhiozzante di risorse». Però se comporre un puzzle della professione è semplice, individuare una traiettoria del mutamento lo è meno. «Alcune pratiche cominciano a spingere in direzione di una tecnicizzazione, altre verso una privatizzazione confusa e qualche volta priva di regole, altre ancora puntano decisamente sulla valorizzazione della dimensione umana — sostiene Magatti —. Ma il vero pericolo è che di fronte ai tagli di budget e all’incapacità di entrare in rapporto con l’innovazione inizi una fase di ripiegamento. E gli assistenti sociali rinuncino a valorizzarsi». Per loro e per gli altri professionisti del welfare il bivio è proprio questo. Per quanto sia incerto e faticoso il cambiamento, partita non giocata è partita persa.