Il voucher per baristi e commesse venduti ventiquattro milioni in tre anni

31/10/2011

ROMA — Baristi, hostess e commesse per un giorno, ma anche muratori, manutentori e braccia per l’agricoltura. C’è una forma di microprecariato che cerca di erodere il lavoro in nero, quello senza assicurazione e senza contributi, con una forma di pagamento agevole per il committente e tutto sommato comoda anche per il lavoratore. È stata una vera esplosione quella dei voucher, i buoni lavori da 10 euro da comprare all’Inps, in tabaccheria o anche via Internet: ne sono stati venduti 24 milioni in tre anni (per l’esattezza 23.848.291 tra il primo agosto 2008 e il 14 ottobre di quest’anno), 11 milioni solo nei primi 10 mesi di quest’anno. Quindi, in teoria, 24 milioni di ore lavorate e 240 milioni pagati. Di questi tre quarti vanno ai lavoratori (il 7,5 euro per buono) l’altro 25% all’Inps (il 13%), all’Inail per l’assicurazione (7%) e 50 centesimi sono i costi.
Ma rimane da vedere quanto le buone intenzioni siano assolte: il rischio è che finiscano per essere un’arma a doppio taglio per il dipendente che — mette in evidenza la Cgil — diventa il più precario dei precari, senza contratto, senza previsione sulla durata del lavoro, ma solo un pagamento ad ora lavorata.
«Hanno precarizzato ulteriormente il lavoro perché si è passati dai contratti a tempo determinato al lavoro a chiamata, senza nessuna tutela contrattuale», dice Emilio Viafora, leader della Cgil del Veneto ed ex segretario del Nidil (lavoratori atipici). Il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua vede, invece, il bicchiere mezzo pieno e li ritiene un successo: «Da un lato il numero è cresciuto, dall’altro abbiamo una modificazione significativa dell’età media del fruitore del voucher: prima avevamo solo persone anziane, adesso il 40% ha meno di 30 anni». Per Mastrapasqua non c’è dubbio che lo strumento abbia il merito di «aver disciplinato i cosiddetti lavoretti che erano totalmente esercitati in nero». E, aggiunge: «Non abbiamo contezza di destrutturazione di rapporti di lavoro. Sono uno strumento per agire in legalità, questo è lo scopo che dobbiamo perseguire».
Dopo che la Finanziaria 2010 ha esteso i settori, il buono può essere la forma di pagamento di molte attività. Le imprese agricole hanno acquistato quasi un voucher su quattro, il 23,82%; il 13,77% è utilizzato per le manifestazioni sportive, culturali, caritatevoli, l’11,48% è andato a chi lavora nel commercio. È invece scarsissimo l’utilizzo per quei lavori domestici che erano l’obiettivo iniziale dello strumento: il 6% è impiegato per giardinaggio, manutenzione di parchi e monumenti, ed è prossima allo zero la percentuale destinata alle lezioni private pomeridiane (0,01 in Piemonte e Lombardia, nessuno nelle altre regioni), mentre per i lavori di pulizia in casa vengono utilizzati solo 400 mila dei ticket Inps. Se sono molto utilizzati al Nord — Udine e Torino con più di un milione di voucher sono le prime città — al Sud non piacciono: solo 1,6 milioni quelli venduti nelle sei regioni meridionali, meno della metà dei voucher del solo Veneto, che sono più di 3,5 milioni. E sono proprio questi numeri a far dire ai sindacati che in nessun modo i voucher intaccano il lavoro nero. «Servirebbero all’emersione — osserva Stefania Crogi, segretario della Flai Cgil (agricoltura) — ma allora come mai dal Lazio in giù non ce n’è traccia?».