Il voto Cisl lascia il centrodestra

18/06/2004

    Pagina 8 – Interni
  
    IL RETROSCENA
    IL CASO

    Nel 2001 gli iscritti si divisero a metà fra gli schieramenti, nel 2004 più simpatie al centrosinistra
    Il voto Cisl lascia il centrodestra
    Punita Forza Italia per la delusione del pubblico impiego

    ROBERTO MANIA

    ROMA – Savino Pezzotta non svela per chi ha votato. Né gli interessa sapere per chi hanno votato gli iscritti alla Cisl. «Non lo so e non lo voglio sapere», dice il segretario che non ha alcune tessera di partito in tasca. Ma l´ultimo voto cislino è più "ricco" di quanto si possa pensare o di quanto voglia fra credere il leader del sindacato di Via Po. Perché nella Cisl – più che altrove – convivono centrodestra e centrosinistra; perché più che all´ideologia si guarda agli interessi. Perché di partiti di riferimento, dopo lo spappolamento della Dc, non ce ne sono più. Dunque quel voto, sociale e cattolico, non è mai scontato. Va conquistato.
    Nel 2001 gli iscritti alla Cisl si spaccarono in due: metà andarono con la Casa delle libertà, metà con l´Ulivo. Lo documentò una ricerca condotta dal politologo Paolo Feltrin dell´Università di Trieste. Oggi non è ancora possibile analizzare il comportamento della base cislina, ma almeno un ulteriore 10 per cento – ipotizza Feltrin, che al rapporto tra politica e sindacati dedica gran parte dei suoi studi – è passato dalla destra alla sinistra, portando almeno al 60 per cento le preferenze a favore dell´area-Ulivo. E´ il frutto del malcontento e delle crescenti insicurezze. Con uno specifico cislino: il lavoro pubblico, dove tradizionalmente si concentra la maggior parte degli iscritti. Sempre dal pubblico impiego, peraltro, partì, nel 2001, il risentimento contro l´ultimo governo D´Alema, reo di aver costruito un legame preferenziale con la Cgil, che poi sfociò anche in un voto di protesta a favore del Polo.
    Ad alimentare l´attuale, nuovo, risentimento, sono i contratti non rinnovati, ma anche gli stress provocati da riforme non condivise come quella della scuola targata Letizia Moratti. Pesa, più in generale, la delusione per un rapporto con il governo di Berlusconi mai decollato, nonostante lo strappo che la Cisl ha compiuto nel luglio del 2002 con il Patto per l´Italia respinto dalla Cgil.
    «Che stesse arrivando un po´ d´aria nuova era percepibile», osserva Tiziano Treu, senatore della Margherita, ex ministro del Lavoro e in qualche modo un "intellettuale organico" della Cisl. L´aria vecchia portò a quella che Treu definisce una specie di «smottamento verso il centrodestra». Ma non Berlusconi o Forza Italia non sono mai riusciti a sedurre davvero la Cisl. Tra loro c´è una profonda diversità. «Nei cislini – dice Treu – non c´è nulla che possa assomigliare a quella cultura avventurista e mercantile dei forzisti. Sono alieni gli uni agli altri alieni». I voti, però, andarono anche al Cavaliere (più quelli dei pensionati e dei lavoratori poco professionalizzati che quelli dei ceti medi); gli stessi che altrettanto rapidamente sono passati agli altri partiti del Polo o al centrosinistra. Alla Cisl ritengono che non più del 15 per cento della base abbia scelto Fi alle europee. Chi è rimasto a destra ha ritrovato un punto di riferimento soprattutto nell´Udc (stima dell´8-9 per cento) o in An (7-8 per cento). Discorso a parte merita la Lega perché – e questo vale tendenzialmente anche per gli iscritti alla Cgil – in alcune zone (in particolare il nord-est) il consenso dei lavoratori e pensionati sindacalizzati è molto alto. In media è ritenuto realistico un voto intorno al 7 per cento.
    La base della Cisl è diversa dai suoi gruppi dirigenti, tra i quali quasi il 90 per cento sta con il centrosinistra e soprattutto con la Margherita, figlia anche dei popolari e della Dc, dove i cislini si disperdevano nelle correnti, ma soprattutto in "Forze nuove" di Carlo Donat Cattin e poi di Franco Marini. «L´ultimo cislino a tornare con il centrosinistra – commentano con un po´ di acidità in Via Po – è stato Sergio D´Antoni». La cui avventura politica, prima con il Polo poi con l´Ulivo, dimostra – per usare un´espressione del segretario confederale Pierpaolo Baretta – che la Cisl «non è mai stata un serbatoio di voti». Un esempio: tra i candidati di provenienza cislina solo l´ex segretario di Taranto Giovanni Florido ha vinto, con il centrosinistra, la corsa per la Provincia. Per gli altri, è stato un flop. A Strasburgo è stato rieletto con il Listone Luigi Cocilovo, ex braccio destro di D´Antoni, da molti anni però fuori dal sindacato.

    Il distacco della base rispetto al governo coincide con la fine delle aperture di Pezzotta a Berlusconi. E il risultato elettorale di domenica rafforza l´ipotesi di un asse preferenziale con i cattolici dell´Udc e con la destra di Fini. Un asse, però, pieno di potenziali contraddizioni. Alla prima riunione del dopo voto della segreteria confederale, Pezzotta si è sfogato: «Io sono preoccupato. Non so se Berlusconi lo stia facendo scientificamente, ma dal punto di vista politico non siamo mai stati così all´angolo. Sulle questioni di politica economica Palazzo Chigi continua ad ignorarci, ci considera un fastidio, un ingombro. Anche se poi siamo costretti a frequentare quelle stanze per le trattative sulle crisi aziendali. Ci occupiamo di micro ma non di macro. Se questa è una strategia, è davvero perfidamente raffinata. Neanche la Thatcher…». Ma neanche l´"odiato" Giulio Tremonti sembra intenzionato a fare a meno dei sindacati. Qualche sera fa ha detto ai suoi collaboratori di non preoccuparsi per il distacco della Cisl: «Tanto, con noi devono trattare e noi non vogliamo rompere».