Il voto atout per i sindacati

30/03/2004



sezione: PRIMO PIANO
data: 2004-03-30 – pag: 2
autore: LINA PALMERINI

Le sigle contano su «concessioni elettorali» Dialogo sociale
Il voto atout per i sindacati
    ROMA • «Ne parleremo al Consiglio dei ministri di domani (oggi, ndr). Voglio capire se, come ha detto il premier, devo essere io a fare la convocazione e su quali temi. E anche che margini ho di trattativa». Il ministro del Welfare Roberto Maroni ha già bocciato il taglio delle festività annunciato e poi corretto da Silvio Berlusconi. E oggi chiederà agli alleati di arrivare a una sintesi per mandare segnali di maggiore chiarezza alle parti sociali.
    Con una certezza: «Il problema è cosa fare per evitare una sconfitta elettorale. E la strada non è quella di insabbiare la riforma delle pensioni. Nonostante la lezione francese, in termini puramente elettorali, farla subito o dopo le europee non cambia: prima o poi sarà comunque argomento di campagna elettorale». Il ministro della Lega prosegue, scandendo le parole: «Piuttosto, bisogna intervenire con misure condivise e strutturali — e nonuna tantum — su sviluppo e salari: caro-vita e redistribuizione devono essere i temi di dialogo con il sindacato». Insomma, la Lega preme il piede dell’acceleratore: bisogna agire subito. E lo fa anche An: il ministro Alemanno apre alle proposte del sindacato (sull’Irpef, per esempio) e rilancia. «Credo — ha detto ieri — che sia giunto il momento per An di non giocare di rimessa, ma di concentrarsi per portare una propria proposta organica sull’economia».
    Ed è proprio su questo che scommettono Cgil, Cisl e Uil. Sul pressing della campagna elettorale. Il voto di giugno — pensano — può portare un dividendo al sindacato che incasserebbe, se non tutte, almeno una parte delle rivendicazioni. Intanto, le confederazioni insistono sulla piazza. Sabato prossimo i tre segretari generali manifesteranno a Roma con i pensionati per la difesa del potere d’acquisto degli assegni previdenziali. Cioè, la r ivalutazione dei trattamenti, cioè un tema "sensibile" in periodo di elezioni. Che, ormai, non è più solo uno slogan sindacale ma anche politico.
    Il vicepremier Fini ha opposto alla ricetta del presidente del Consiglio esattamente quello che chiedono i sindacati: la perdita del potere d’acquisto di basse retribuzioni e pensioni.
    Non è l’unico. A precipitarsi sulla questione salariale, sono anche l’Udc e la Lega. E se "l’effetto-sciopero" è stato quello di far annunciare al premier un taglio delle festività e la riduzione dell’Irpef al 33% — cioè due sconfitte per Cgil, Cisl e Uil — la giornata di ieri ha segnato un punto a favore del sindacato. Che, senza nemmeno troppi sforzi, esce vincente dalle divisioni della maggioranza. E può sperare di spuntarla. E infatti ieri il ministro di An, Gianni Alemanno, ha riposizionato l’agenda del Governo. E ha sposato le tesi del sindacato sul fisco. «Una riduzione delle tasse deve essere finalizzata innanzitutto al meccanismo impresa-lavoro. La riduzione della progressività dell’Irpef non è socialmente sostenibile. Quindi — ha detto ieri Alemanno — è giusta la posizione di Fini sull’Irap, che è prioritaria rispetto all’Irpef proprio perchè entra nel meccanismo impresa-lavoro». Insomma, sposa i sindacati che bocciano la non-equità delle ricette fiscali di Tremonti ma anche le richieste delle imprese che attendono da anni la cancellazione dell’Irap. Alemanno ha aperto anche alla proposta lanciata da Luigi Angeletti: «D’ora in poi — ha detto il leader Uil — gli aumenti salariali dovrebbero essere esentasse. Questa sarebbe un’idea positiva per l’economia».
    E ha aggiunto: «Si abbatterebbero le tasse, si aumenterebbero i consumi e si salvaguarderebbe sul serio il reddito reale dei lavoratori».