Il «Vocabolario dell’ottimismo» spazzato via l’11 settembre

24/09/2001


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LE PAROLE UCCISE
Il «Vocabolario dell’ottimismo» spazzato via l’11 settembre
Lunedì 24 Settembre 2001
dizionario
Pierluigi Battista
 
GLI attentati di New York e di Washington hanno trascinato nelle macerie anche parole logorate dall’uso, concetti che sembravano indistruttibili. Un intero vocabolario della fiducia e dell’ottimismo rischia di essere spazzato via, costringendo a riformulare il significato di parole che acquistano, dopo l’11 settembre, un senso tutto nuovo. E impongono un nuovo dizionario dei sottintesi emotivi di locuzioni che apparivano familiari e rassicuranti.

TURISMO.
Viene ridimensionato e scalfito l’idolo delle vacanze a prezzi contenuti, il segno visibile della conquista del tempo libero, l’esotismo a portata di tutti. La mobilità e la democratizzazione del loisir avevano sbriciolato il senso della distanza, l’universalizzazione del comfort standardizzato aveva messo il viaggiatore al riparo dal pericolo: ma ora il pericolo si annida ovunque. L’itinerario turistico neutralizzava l’ignoto, i luoghi indicati e percorsi sulla scorta dei dépliants turistici stabilivano un principio di protezione anche nell’immersione in territori sconosciuti e tra popoli «diversi». Ora, invece, l’ubiquità del rischio rompe l’incantesimo, rende vulnerabile chi si muove, spezza i circuiti rassicuranti dell’escursione turistica. Si andava in cerca del mito dell’incontaminatezza naturale. Adesso si rischia di finire senza volerlo nel mezzo delle tempeste della storia, senza nemmeno potersi incollare davanti alla tv.


GLOBALIZZAZIONE.
Riemerge la percezione perduta del confine, il limes si riprende i suoi diritti, la frontiera scende dai territori della metafora per diventare nuovamente ostacolo concreto, delimitazione, riprovincializzazione. La vertigine che emana da un prodotto finanziato in America, fatto in India, rifinito in Giappone e consumato in Europa può diventare soltanto il ricordo di un’epoca oramai tramontata.


MULTICULTURALISMO.
Subisce colpi mortali la chimera della mescolanza di culture e tradizioni, l’ideale crogiuolo in cui si dovrebbero fondere armoniosamente credenze e stili di vita. Non è solo il pericolo che si nasconde nel vicino che onora un altro Dio, parla un’altra lingua, indossa abiti inconsueti. Ma soprattutto la percezione dell’irriducibilità del particolare, del peso persistente che le tradizioni ricevute, i fantasmi del passato, l’obbligatorietà imperativa dei codici tramandati hanno sulla vita degli individui e delle collettività. Si resta come si è sempre stati: è il contrario del progressismo multiculturalista. Si insinua nei discorsi correnti in tema dello «scontro di civiltà».


PRIVACY.
Arretra e si affievolisce l’ipersensibilità ai temi della privatezza, la custodia gelosa di ambiti di vita sottratti allo sguardo invasivo del potere. L’imperativo della sicurezza favorisce l’intromissione nella vita quotidiana di apparati onniscienti e ramificati che incrociano le informazioni sul singolo, sulle sue carte di credito, sui suoi biglietti aerei, sulle sue dichiarazioni di reddito, sul suo traffico telefonico, per ricavarne uno screening minuzioso. L’aria della città rende liberi, si diceva: la modernità allenta le maglie del controllo sociale e scioglie l’attenzione asfissiante che il villaggio esercitava sugli individui. L’aria della città assediata, invece, rende meno liberi e più insicuri. E a chi vigila sulla sicurezza collettiva si chiede di sapere tutto su chiunque, per evitare sorprese.

FICTION.
Messa al bando dei film catastrofici. Drastica censura, e anche autocensura, su scene di invasioni di alieni, grattacieli che si inceneriscono, calamità naturali apocalittiche. La frontiera dell’impossibile si è brutalmente avvicinata, la finzione fantastica pare meno reale del reale e la paura catartica indotta dall’immaginazione cinematografica (e pubblicitaria) è diventata troppo pressante per stabilire con essa una decente distanza emotiva.


STILE DEL POTERE.
Bersaglio potenziale delle incursioni terroristiche le élites del mondo ricco dimettono la retorica dell’ostentazione e del «consumo vistoso» per costringersi a nuovi standard di modestia e di sobrietà. Preferendo il nascondimento anziché l’esibizione, l’unica linea di demarcazione rivendicata dalle oligarchie elitarie resta quella degli apparati di sicurezza (privati e non) posti a protezione di un ghetto che risulta essere sempre meno dorato.

CAPITALISMO POPOLARE.
Si appanna la mitologia dell’azionariato diffuso, l’inebriante sensazione di partecipare ai grandi giochi dell’economia, il brivido dell’investimento borsistico. Vanno in fumo anni e anni di pedagogia per convincere milioni di risparmiatori a uscire dalla cintura angusta ma iper-protetta dei titoli di Stato per entrare nella grande giostra dell’investimento azionario. La dinamica del crollo, il micidiale colpo simbolico inferto al cuore del potere finanziario mondiale relativizzano la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive di un capitalismo popolare e populista che immette democraticamente nel suo circuito virtuoso chi ne era rimasto fuori, per istintiva diffidenza oppure per spirito d’inerzia. L’attraente estetica del rischio perde improvvisamente ogni fascino.


DIFESA.
Il dibattito estenuante sulla natura dello scenario armato in risposta all’offensiva terroristica non si limita alla disputa semantica che ruota sull’interrogativo se la lotta ai santuari del terrore debba essere o no definita guerra. Nuova guerra, forse. O guerra di tipo nuovo. Talmente nuovo che nell’immaginazione collettiva come nella strategia dei governi ogni discorso sulla guerra si associa alla certezza che ogni conflitto bellico venga monopolizzato d’ora in poi da reparti speciali e superaddestrati. Muore definitivamente il mito e il simbolo della «nazione in armi». Si accelera con ritmi vertiginosi il percorso che conduce ad eserciti professionali in cui il know-how tecnico soppianta integralmente il cittadino in divisa, laddove l’amor di Patria viene lasciato alle emozioni dell’opinione pubblica, pronta a sventolare le sue bandiere e ad applaudire un manipolo di ardimentosi superspecialisti. E’, davvero, la «prima guerra del XXI secolo».

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