Il vincolo sindacati – di Alberto Quadrio Curzio

22/04/2002





Il vincolo sindacati
di Alberto Quadrio Curzio

Il ministro dell’Economia Tremonti ha presentato nei giorni scorsi dapprima un decreto con alcune misure di finanza pubblica e alcune decisioni strutturali e successivamente il documento "Aggiornamento delle previsioni per il 2002 e Trimestrale di cassa", che fa il punto sull’economia. Questi due atti di governo hanno un elemento in comune molto apprezzabile: il ministero del l’Economia (Tremonti, Baldassarri, Siniscalco) conferma con forza la rotta europea dell’Italia. È un’importante rassicurazione sia perché non tutti nel Governo hanno sensibilità europea sia perché in tal modo si guarda avanti smettendola di parlare dell’extra-deficit lasciato in eredità dal precedente Governo sul quale è invece inopinatamente ritornato il presidente del Consiglio. In Italia abbiamo infatti bisogno di politiche vere su cui far crescere l’economia e la società e non di altre polemiche. Se i governanti degli anni 90, in particolare Ciampi e Prodi, avessero continuato a recriminare sui conti pubblici ereditati dagli anni 80 oggi probabilmente non saremmo nel l’euro. Il ministro dell’Economia conferma dunque un obiettivo di crescita del Pil al 2,3% per il 2002, esattamente come previsto nel Programma di stabilità presentato alla Ue nel novembre 2001. È un’affermazione coraggiosa che non trova riscontro però nelle previsioni dell’Fmi e della Commissione Ue, che ci accreditano una crescita del l’1,4%-1,5 per cento. È ben vero che anche il ministro considera delle ipotesi di minor crescita per valutarne gli effetti di aumento del deficit rispetto al Pil (attuando quella "analisi di sensitività" richiesta dalla Ue) senza però rassegnarsi alle stesse. Completano questo obiettivo quello di un aumento dell’occupazione dell’1,3%, un calo della disoccupazione al 9%, un deficit sul Pil allo 0,5%, un debito sul Pil al 106,5%, un’inflazione al 2 per cento. Se il 2002 andasse così potremmo essere ben contenti e non lamentarci se la pressione fiscale resterà sostanzialmente invariata rispetto al 2001. Ma questi obiettivi dipendono da almeno tre elementi sui quali il Governo ha diversi poteri. Consideriamoli.
Il primo elemento è l’andamento dell’economia mondiale espressa in termini di crescita del Pil e del commercio internazionale. Lo sfondo assunto nelle previsioni italiane è una crescita del Pil mondiale al 3%, degli Usa al 2,5%, della Uem all’1,7%, del commercio mondiale al 3,4 per cento. Se così fosse l’Italia andrebbe nettamente meglio della Uem. Ma l’economia internazionale, malgrado la ripresa sia in atto, ha vari punti di incertezza tra cui l’andamento dei prezzi petroliferi anche in connessione alla crisi del Medio Oriente e la crisi giapponese. Su tutto ciò l’Italia non può nulla da sola salvo cooperare attivamente dentro la Ue. Il secondo elemento riguarda i mercati dei fattori produttivi italiani. In particolare quelli dell’energia e del lavoro. Sull’energia abbiamo bisogno di una rinnovata politica che non solo abbassi i costi di quella elettrica e del gas attraverso liberalizzazioni effettive, la riduzione dei quasi-monopoli Enel ed Eni, la cessione di impianti esistenti, la costruzione di centrali efficienti e di terminali Gnl. Bisogna anche evitare che la "devoluzione" non blocchi lo sviluppo del sistema energetico dove siamo già troppo vulnerabili. Interessante in varie di queste direzioni è l’approvazione bipartisan in Commissione attività produttive della Camera del documento Tabacci che sarà alla base di un prossimo disegno legge. Sul lavoro dalla Commissione europea e dall’Fmi giungono incitamenti, per quasi tutti i Paesi europei, a innovare per aumentare la flessibilità al fine di facilitare l’accesso al posto di lavoro e quindi ridurre la disoccupazione. Con specifico riferimento all’Italia la Commissione riconosce i molti progressi fatti negli ultimi anni ma li ritiene insufficienti e quindi chiede nuove combinazioni di flessibilità e sicurezza ma anche altro tra cui maggiore correlazione tra retribuzioni, produttività, mercati locali. Senza queste innovazioni la delocalizzazione estera di imprese italiane crescerà. Ma su ciò l’Italia ha un vincolo: le resistenze sindacali. Al proposito interessante è un recente commento dell’Economist, settimanale libero nelle sue valutazioni. Dopo aver rilevato che lo sciopero generale era pro articolo 18 ma anche politico, l’Economist osserva che Cofferati è un conservatore che vuole un mercato del lavoro rigido, posti di lavoro a vita e il sindacato codecisore in politica economica con il Governo e con gli imprenditori. L’Economist rileva per contrasto i recenti richiami adulatori al modello Thathcer fatti da Tremonti e Berlusconi. Noi rileviamo che l’Italia del 2002 ha bisogno di liberalesimo sociale alla Aznar e alla Blair e non di "modelli", opposti e superati, come Cofferati e la Thatcher. Il terzo elemento riguarda le finanze pubbliche e gli investimenti infrastrutturali. La vulnerabilità italiana consiste in un debito pubblico gigantesco, pari al 109,4% del Pil, che ci ingessa e ci rende assai esposti a ogni aumento dei tassi di interesse. La previsione governativa che il rapporto debito/Pil scenda nel 2006 al 94% richiede di agire con coerenza lungo le linee previste dal Programma di stabilità. Fermo restando che sanità e pensioni sono sempre in agenda, consideriamo qui le privatizzazioni previste dal Governo, nel periodo 2002-2006, in 60 miliardi di euro. Ma vi è un vincolo: le resistenze di alcune forze governative contigue in ciò a forze dell’opposizione. Ci paiono invece utili e importanti le decisioni del decreto legge promosso da Tremonti l’11 aprile per la creazione di due società del Tesoro: la Patrimonio spa e la Infrastrutture spa. Discordiamo perciò dall’ex ministro Visco che sul Sole-24 Ore ha prefigurato confuse conseguenze catastrofiche, tipo Enron, di questa "finanza creativa". La Infrastrutture spa (che è simile alla Kfw tedesca, mai contestata dalla Ue) avrà il compito di finanziare grandi opere pubbliche in base a un capitale riveniente da vari conferimenti dallo Stato, a una sinergia con la Cassa depositi e prestiti, a un accesso al mercato con garanzie assicurative dello Stato stesso in condizioni che consentiranno sia di non addebitare queste spese infrastrutturali al deficit e al debito pubblico sia di avere più efficienza realizzativa. La Patrimonio spa avrà il compito di dare evidenza economica al patrimonio statale stimato 2mila miliardi di euro non solo per rammentare a tutti che lo stesso si "contrappone" a un debito pubblico di 1.330 miliardi di euro ma anche per cercare di estrarre del reddito, per ora inesistente. In conclusione: in Italia c’è ancora molto da fare e c’è poco tempo per agganciare la ripresa. Non consumiamolo in scontri ma alla ricerca di soluzioni.

Domenica 21 Aprile 2002