Il vicolo di Ichino – di Giorgio Lunghini

03/06/2002





ARTICOLO 18
Il vicolo di Ichino


GIORGIO LUNGHINI


L’editoriale di Pietro Ichino sul
Corriere della Sera di ieri («Il vicolo cieco dell’articolo 18») mi ha fatto venire in mente una conferenza tenuta in tempi non sospetti da un autore non sospetto in un luogo non sospetto (1997, Paul A. Samuelson, Banca d’Italia: Wherein Do the European and American Models Differ?). Di ciò infatti si tratta, non tanto dell’articolo 18, ma di decidere quale modello di società si vuole difendere, oppure cancellare. Se riconoscere la radicale asimmetria tra capitalisti e lavoratori quanto a potere contrattuale, e dunque riconoscere la necessità civile e l’importanza democratica di organizzazioni e di istituti giuridici che rendano anonima e tutelino la debolezza del singolo lavoratore; oppure tornare a una situazione premoderna, nella quale si dia non soltanto la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma anche la possibilità di un comando diretto del lavoro. L’intento dei riformatori è il ritorno a una situazione precapitalistica, a prima delle due rivoluzioni che hanno fondato il capitalismo, la rivoluzione francese e quella industriale. Cioè a un ordinamento feudale. Del modello americano Samuelson indica due tratti: 1) L’economia americana è una economia spietata. 2) La forza lavoro americana è una forza lavoro spaventata. Le nuove forme della concorrenza, internazionale ma soprattutto interna, e lo spostamento a destra degli elettori della classe media, hanno evirato le organizzazioni sindacali. È vero che negli ultimi vent’anni del XX secolo negli Stati Uniti ci sono stati 30 milioni di nuovi posti di lavoro, ma in prevalenza si è trattato di lavori mediocri. Dal 1977 i redditi medi delle famiglie americane sono stati stazionari o sono addirittura diminuiti. Dal 1980 la diseguaglianza, per effetto dei cambiamenti della tecnologia e nelle forme di mercato, è aumentata. I titolari di diritti di proprietà hanno acquisito una quota dei frutti del progresso economico maggiore di quella acquisita dai lavoratori, soprattutto dei lavoratori non specializzati e con un basso livello di istruzione. Lo spostamento a destra dell’elettorato, d’altra parte, ha ridotto gli effetti di compensazione assicurati in passato dai trasferimenti di reddito operati dallo stato: «C’è qualcosa di paradossale nel fatto che proprio quando la gente ha più bisogno di sicurezza sociale, ce ne sia di meno». I lavoratori americani sono ora spaventati e insicuri, e poiché non possono contare su trasferimenti da parte dello stato, sono costretti a accettare salari di equilibrio anche bassi.

Samuelson osserva che governare in maniera accettabile una economia che tende naturalmente alla legge di Say (quella secondo la quale tutto si compenserebbe a un livello ottimo per tutte le parti), è più facile che governare un sistema caratterizzato da rigidità strutturali. Attualmente l’America si trova in una situazione prossima alla legge di Say (grazie alla `flessibilità’ della forza lavoro, ma soprattutto a un potere imperiale capace di imporre equilibri macroeconomici interni che nessun libro di testo riconoscerebbe come sostenibili). Questa è però una condizione fragile e temporanea, e dunque anche là si potrebbe riproporre la questione della distribuzione della ricchezza e del reddito come questione politica e di politica economica. In questo campo, d’altra parte, l’Europa ha una tradizione antica e illustre, che sarebbe colpevole abbandonare per inseguire e mimare un altro modello, apparentemente nuovo. La logica dei datori di lavoro non è cambiata, nota ancora Samuelson, ma in una situazione di concorrenza spietata la domanda «Lei che cosa ha fatto per me, negli ultimi tempi?» provoca inevitabilmente il torcibudella. Ecco, la questione dell’articolo 18 è tutta qui.