Il vero male italiano non è il dolce far niente (A.Recanatesi)

29/03/2004



29 Marzo 2004

LA PRODUTTIVITÀ CALA PERCHÉ AUMENTANO GLI ATIPICI
Il vero male italiano
non è il dolce far niente
di Alfredo Recanatesi
    MA davvero l’economia europea ristagna perché noi europei non abbiamo voglia di lavorare? Per quanto incredibile possa sembrare, questa è la tesi che si va diffondendo. In questa tesi confluiscono quanti imputano la stagnazione a troppo precoci pensionamenti, quanti osservano che le ore lavorate in un anno sono meno che in altri sistemi economico-sociali, quanti chiamano in causa le provvidenze per i disoccupati che in certi Paesi, come in Germania, erano tanto generose da consentire a una coppia di giovani, entrambi disoccupati, di sbarcare il lunario senza lavorare. Tolti questi casi limite, che peraltro in buona misura sono stati già corretti, la tesi induce conclusioni pericolose. Come hanno rilevato Boeri e Tabellini su lavoce.info, queste tesi consentono ai governi di gettarsi il problema dietro le spalle sostenendo che allora «va bene così, sono gli europei che non vogliono crescere, preferendo oziare e andare in vacanza».
    Ma c’è una contraddizione in chi sostiene la tesi che l’economia va male perché gli europei sono recalcitranti a lavorare quanto gli americani e gli asiatici. La contraddizione emerge quando questi stessi sostengono che, per recuperare ritmi di crescita economica più soddisfacenti occorre innalzare la produttività, così come prospettava l’intesa di Lisbona nella quale i Paesi della Ue convennero (come se in queste cose bastasse convenire) che nel 2010 l’economia europea avrebbe dovuto essere la più competitiva in ragione del recupero al lavoro di venti milioni di persone e, appunto, di un balzo della produttività.
    Nella esperienza delle moderne economie, questi due obiettivi sono tra loro in contrasto. L’esempio più evidente è quello dell’Italia dove l’occupazione è cresciuta solo perché il lavoro richiesto dal sistema produttivo è stato ripartito, attraverso i contratti atipici, tra un maggior numero di lavoratori. Il prodotto per lavoratore, di conseguenza, è diminuito. È diminuita, dunque, la produttività; e per un motivo ben diverso dalla voglia di lavorare.
    D’altra parte, se si eccettuano alcuni circoscritti settori in qualche circoscritta regione, il volume della produzione è ben lontano da quello che sarebbe possibile raggiungere. Ne è lontano perché la domanda di prodotti non competitivi è ovviamente scarsa. Ancora: la circostanza che i salari di fatto sono ancora più freddi di quelli contrattuali dimostra che anche l’occupazione stabile è utilizzata meno che in passato, ad esempio con l’abolizione degli straordinari. Anche in questo caso, è difficile ipotizzare che il motivo sia una ridotta voglia di lavorare. Anzi, se si considerano i dati disponibili sulla produzione, sulla domanda interna ed estera, sulla competitività, il teorema potrebbe essere addirittura ribaltato, per dimostrare che se per un qualche motivo si lavorasse e si producesse di più, il prodotto potrebbe anche aumentare, ma solo per riempire piazzali e magazzini.
    A dispetto dei vanti menati dai governi di centro-sinistra prima e da quello di centro-destra poi, una maggiore ripartizione del lavoro, senza produrre di più, è una soluzione solidaristica che, in quanto comporta una riduzione della produttività, dimostra rassegnazione di fronte alla concorrenza di Paesi che sono più competitivi in ragione di uno stadio di sviluppo più arretrato. La soluzione alla quale tende una simile politica, infatti, è una condizione operativa del sistema produttivo livellata a quella dei competitori: dunque un livello di vita, di tutele, di rigore normativo paragonabile a quello dei Paesi emergenti.
    Non può essere questa la strada per recuperare un tasso di crescita soddisfacente e tanto meno per centrare nel 2010 l’obiettivo fissato a Lisbona. Ancorché confermato nel vertice di sabato scorso, quell’obiettivo era demagogico perché il recupero di un buon tasso di crescita, di un tasso di occupazione più elevato, di una maggiore competitività sono fini nazionali sui quali i membri dell’Ue sono semmai in competizione: trattandosi di Paesi simili, interesse di ciascuno è di essere competitivo in primo luogo rispetto a loro, non insieme a loro. Ma era demagogico soprattutto perché trascurava che un aumento della produttività contestuale ad un aumento del tasso di occupazione postula un programma di investimenti non solo consistente, ma costante negli anni, indipendente dalle vicende congiunturali, volto a conseguire un forte aumento del valore aggiunto delle produzioni. Un programma che il sistema produttivo privato da solo non ha la forza di realizzare, tanto meno in Italia dove il sostegno della domanda pubblica alla innovazione e alla ricerca è il più basso e dove è più diffusa la piccola impresa, che produce un valore aggiunto per occupato metà di quello della grande impresa. Altro che voglia di feste, vacanze e dolce far niente!