Il «vecchio» modello va superato – di F.Galimberti

08/05/2003



              Giovedí 08 Maggio 2003
              Il «vecchio» modello va superato

              Un livello nazionale valido erga omnes non dà certezze né alle imprese né ai lavoratori
              di FABRIZIO GALIMBERTI

              La firma del contratto dei metalmeccanici ripropone almeno due annose questioni. Primo: è adeguata la durata biennale della parte economica? O non dovrebbe essere ulteriormente accorciata all’anno? Secondo: quanta difesa del potere d’acquisto e quanta produttività al livello nazionale di contrattazione? Quanto è da conservare, viste le complicazioni del recupero del divario fra inflazione programmata ed effettiva, quell’impianto che voleva il livello nazionale volto al mantenimento del potere d’acquisto e il livello aziendale volto al riconoscimento dei guadagni di produttività?
              E fossero solo questi i nodi… Perché poi ci sono anche i convitati di pietra seduti al tavolo delle contrattazioni. Ha senso ancora un livello nazionale, senza differenziazioni geografiche che riconoscano i diversi livelli strutturali di produttività e i diversi livelli assoluti di costo della vita nelle diverse Regioni? E ha senso mantenere, in Italia e in Germania (in Germania alcune cose stanno cambiando), l’erga omnes dei contratti?
              A parte queste ponderose questioni, che aggravi porta questo contratto per i costi delle imprese nel 2003 e nel 2004? Vi era, come detto, un contenzioso di recupero del divario fra inflazione programmata ed effettiva. Questo contenzioso è stato, in un certo senso, istituzionalizzato: l’ultima tranche del contratto, a dicembre dell’anno prossimo, è una specie di anticipo pagato in conto del divario prossimo venturo; in pratica, un escamotage per dare soddisfazioni alle due parti (c’è chi lo chiamerà un aumento solo eventuale, chi se ne farà scudo per dire di aver conquistato la piattaforma…). In soldoni, si tratta di un aumento, sui due anni, di circa il 3% l’anno, approssimativamente in linea con la media dei Paesi euro. Il problema, naturalmente, sta nel fatto che negli altri Paesi, dove non si ritrova il sistema "multistrato" della contrattazione salariale italiana, gli aumenti del costo del lavoro ragionevolmente proiettati sono poi più o meno quelli realizzati. In Italia, invece, il livello aziendale (laddove c’è una formale contrattazione aziendale) o il sistema dei fuoribusta (laddove la contrattazione è informale), portano a sorprese sul costo del lavoro. Con il cambio fisso, anche piccoli scostamenti in questa dinamica portano a una perdita strisciante di competitività che poi si cerca di compensare decentrando la produzione.
              Un contratto di lavoro dovrebbe dare alle imprese certezze di costi e ai lavoratori certezze di reddito (e di posto di lavoro). Oggi, in una situazione di debolezza dell’economia e di crisi delle relazioni industriali (crisi esterna e interna al mondo sindacale), il barocco e ritualistico sistema di contrattazione salariale italiana non soddisfa nessuna di queste due esigenze di base. C’è solo da sperare che il prossimo rinnovo contrattuale veda non solo una migliore congiuntura ma anche un diverso approccio alla formazione dei salari.