«Il valore dei salari è sceso di 5.400 in 10 anni»

28/09/2010

ROMA Più poveri e più discriminati. Questo l’identikit dei lavoratori dipendenti, disegnato nel rapporto Ires-Cgil sulla ”Crisi dei salari”. Più poveri perché in dieci anni, dal 2000 al 2010, le buste paga hanno perso oltre cinquemila euro in termini di potere di acquisto: 3.384 euro a causa dell’inflazione che è risultata più alta di quella prevista ai quali ne vanno aggiunti oltre 2.000 per la mancata restituzione del fiscal drag (aumento della pressione fiscale originato dall’espansione inflazionistica dei redditi in presenza di aliquote fiscali crescenti). La perdita totale, secondo lo studio della confederazione di corso d’Italia, arriva a 5.453 euro. Tra il 2009 e il 2010, sempre secondo la Cgil, è aumentata infatti dello 0,4% la pressione fiscale che ha portato ad una crescita delle retribuzioni di 16,4 euro netti al mese. Ma calcolando l’incidenza della cassa integrazione, l’aumento medio delle busta paga è stato di soli 5,9 euro netti. La perdita del potere di acquisto registrata nell’ultimo decennio ha prodotto in compenso un beneficio per le casse dello Stato valutabile a 44 miliardi di maggior entrate.
Un decennio caratterizzato da una crescita zero in termini di pil, occupazione, produttività e da anni meno buoni e anni buoni. I peggiori sono stati il 2002 e il 2003 con oltre 6.000 euro di perdita cumulata a causa dell’inflazione; i migliori sono stati il 2008 (+1.964) e il 2009 (+1.269). Il primo per l’aumento sostenuto in busta paga (+5,7%) e il secondo per il crollo dell’inflazione conseguente alla crisi. Una fotografia «molto allarmante», a giudizio di Guglielmo Epifani, che richiede interventi rapidi ed incisivi sul versante fiscale attraverso la riduzione del carico per i lavoratori dipendenti. «Non è che possiamo rimandare la questione alle calende greche».
Oggi oltre quindici milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7 milioni (63%) di pensionati di vecchiaia o anzianità guadagnano meno di 1.000 euro. Dice ancora la Cgil che, prendendo come punto di riferimento il salario medio mensile di 1.260 euro, viene fuori che una lavoratrice guadagna il 12% in meno; un lavoratore di una piccola impresa (1-19 addetto) il 18,2%; un lavoratore del Mezzogiorno il 20,0%; un lavoratore immigrato (extra-Ue) il 24,7%; un lavoratore a tempo determinato il 26,2%; un giovane lavoratore (15-34 anni) il 27,0%; un lavoratore in collaborazione il 33,3% in meno. La perdita del potere di acquisto dei salari ha portato ad una flessione del reddito delle famiglie che in termini reali supera il 6%, che corrisponde ad oltre 1.100 euro all’anno.
Una disuguaglianza di tipo economico-sociale che va ad affiancare anche un’altra disuguaglianza, quella finanziaria: dal ’95 al 2008 i profitti sono cresciuti di circa il 75,4% e, nel contempo, dal ’90 ad oggi, si è registrata una crescita di redditi da capitale di oltre l’87%. Mentre i salari netti sono sotto il valore reale del 2000.