Il tunnel buio dei capi Ds

09/01/2006
    sabato 7 gennaio 2006

      Pagina 1/7 – Primo Piano

      LA QUERCIA ASSEDIATA

        Il tunnel buio dei capi Ds

          Federico Geremicca

            IL portoncino verde, piccolo. La targhetta d’ottone tirata a lucido. Dentro, legno, vetro e acciaio. Ambiente soft, poltrone di pelle, rumori ovattati. L’ufficio di Massimo D’Alema è giusto al primo piano di «Italianieuropei», non lontano dalla bella scala interna. Soliti ingombri sulla scrivania: e anche il fatto che il computer sistemato vicino al tavolo sia acceso, non è una novità. Magari è nuova, invece, quell’impalpabile apprensione con la quale, da qualche tempo in qua, il presidente dei Ds scruta lo scorrere delle agenzie sul video. Ne ha viste troppe, di storie così, per non aver capito già da un pezzo che stavolta è dura. Per certe cose – per tante altre ovviamente no – il clima in giro ricorda una precisa fase di Tangentopoli, quando un giornale titolò «La caccia al cinghiale è cominciata»… Prima la storia di Ricucci e del Corriere, con l’accusa che dietro ci fosse lui. Poi qualche auspicio, autorevole ed esplicito, che nel futuro del centrosinistra ci siano altri, e non più lui. Quindi l’estratto del suo conto sulla banca di Fiorani passato ai giornali e stampato in bella vista. Infine Consorte, l’Unipol, la cassa dei ds, la barca, le coop, i rubli russi… Un diluvio. E un’ariaccia. Il «leader Maximo» ha sul tavolo lettere ed e-mail di solidarietà: ma sa perfettamente che un bel pezzo della famosa «base», al contrario, è in ginocchio, delusa e tradita. Perfino di più: tradita e disarmata. Con un solo paragone forse possibile: il 1989, la caduta del Muro, il comunismo che si liquefaceva, il cambio del nome, l’ironia e le offese degli avversari. Quell’idea, insomma, che fosse stata una vergogna aver militato nel Pci.

              L’altro portone è ampio, e il cortile interno assai spazioso. Ma grandezza ed eleganza, praticamente, finiscono qui. Un condominio. Un ascensore un po’ così, i muri da riverniciare. L’ufficio di Piero Fassino è alla fine di un piccolo corridoio sul quale si aprono stanze disadorne. Vecchi poster di propaganda alle pareti, compagne-segretarie dietro piccole scrivanie. Effettivamente, il Botteghino non è il Bottegone. E anche la stanza del segretario è quel che è: due divani ad angolo, un tavolino, la sua scrivania, qualche foto, un po’ di libri qua e là. «Allora, siamo padroni di una banca?!». Non vuol dire niente: ma onestamente, da qui non si vede…

                Nemmeno Fassino sarebbe previsto nel futuro del centrosinistra. E per farla ancor più breve, c’è chi gli ha già chiesto di andarsene adesso, senza stare a tirarla inutilmente per le lunghe. All’inizio, è noto, nessuno ci avrebbe scommesso un soldo, sistemato lì – come si disse – a fare il portavoce di D’Alema.

                  Poi ha ricostruito il partito. Poi ha vinto tutte le elezioni. E ora Rutelli su «Europa» scrive che per aver successo nel voto di aprile «dobbiamo evitare che si affermi l’idea che daremmo vita a una maggioranza di sinistra-centro». Non è il solo a pensarlo. E infatti, quando deve spiegare gli obiettivi di quella che definisce «una campagna di aggressione», Piero Fassino dice che «vogliono colpire il segretario dei Ds per colpire i Ds». Comunque sia, l’hanno colpito. E anche lui, precisamente come Massimo D’Alema, ha chiarissimo che stavolta è dura.

                    Bisogna dirla tutta. Dentro lo sconquasso di Bancopoli, inchiodati a telefonate e sospetti, ieri accusati solo di aver «fatto il tifo» e oggi già chiamati a dire se per caso non hanno preso soldi dal «tesoretto» di Consorte, dentro tutta questa baraonda, insomma, Piero Fassino e Massimo D’Alema si stanno personalmente giocando l’osso del collo. Non è questione della «base», o almeno non è soltanto quello. E’ che – vero o non vero – tanto il primo quanto il secondo sono ormai convinti di essere gli obiettivi di una furiosa battaglia, con forze nemiche preponderanti, tesa a ridisegnare equilibri economici e rapporti politici per il prossimo decennio. Un teorema al contrario. O più semplicemente, la proiezione paranoica di chi, disperato, vede disegni avversi e nemici dappertutto. Avessero conti all’estero o gruzzoli ai Caraibi, naturalmente, la loro «resistenza» non avrebbe storia: questione di tempo, e all’uno e all’altro finirebbe in maniera ancor peggiore delle famose monetine tirate a Craxi. Ma poiché dicono di non avere né tesori né tesoretti, la storia c’è. La «resistenza» ha un senso. Ed è per questo che la faccenda è dura.

                      Primo: il fuoco nemico. Sparerebbero da più parti. Nei loro uffici, D’Alema e Fassino ripensano alle discussioni più o meno pubbliche nel centrosinistra di ancora tre o quattro settimane fa sul tu fai questo e io faccio quello, chi agli Esteri e chi vicepremier, cosa diamo a Mastella e cosa a Bertinotti… Ora nel quartier generale della Quercia si sussurra «che ingenuo chi ha pensato che Berlusconi si arrendesse così, senza lottare». Berlusconi, quindi, il suo giornale, il ruolo della Guardia di Finanza e forse perfino la ripresa – per altre vie – del progetto neocentrista avviato in primavera e bruscamente interrotto dallo stupefacente esito delle primarie. «Il vero sconfitto di questo voto – commentò allora D’Alema con qualcuno – è il Corriere della Sera». Ieri ha aggiunto: «Questa campagna sulla vicenda Unipol nasce a comando». E naturalmente non è finita qui. Perché oltre che la politica, anche qualche potere economico, qualche «salotto buono» potrebbe averci messo lo zampino, forse preoccupato «di un eccessivo rafforzamento del nostro partito» (D’Alema ieri a l’Unità).

                        Secondo: il fuoco amico. Ha un’altra intensità, ovviamente, ed obiettivi diversi da quelli del nemico. Un flash dietro l’altro, portavoce e uffici stampa consegnano ai due leader diessini le dichiarazioni di questo o quell’esponente dell’ala «radicale» dell’Unione che prende le distanze, accusa, chiede un ricambio di classe dirigente: qualcuno, è chiaro, punta a recuperare voti e consensi diessini, ma questo è il meno. «Sciacallaggio elettorale – commentavano due giorni fa al Botteghino – ma figurarsi se i nostri vanno con Diliberto o Pecoraro Scanio…». Il più non sono stati gli attacchi, dicevamo, ma i silenzi. Quelli iniziali della Margherita. Quello di Prodi, interrotto per loro malamente e poi chiarito. Chiamiamola omissione di soccorso. Ma non è che segretario e presidente s’aspettassero granché d’altro. Nelle cartelline degli uffici stampa – a «Italianieuropei» e al Botteghino – sono archiviate dichiarazioni ed interviste. Quella con la quale, ad agosto, Arturo Parisi denunciò l’esistenza di una questione morale; quelle più recenti di Rutelli su Consorte, i ds e il cancro dei collateralismi. Il caso Unipol e tutto il resto – ha annotato D’Alema – «mira a disgregare la maggior forza del centrosinistra». A disgregare. E magari a riequilibrare i rapporti nel centrosinistra…

                          E’ dunque un tunnel buio, un buco nero, quello nel quale i capi diessini marciano cercando una via d’uscita che ancora non sanno dove mai li condurrà. Un tunnel popolato di «campagne a comando» e di nemici. Forse perfino di troppi nemici per uscirne vivi. E in fondo al tunnel, dovunque finisca, c’è pur sempre un appuntamento che sembra fantasticamente passato in secondo piano: le elezioni, tra 90 giorni. Arrivarci così, tra intercettazioni, tesori, barche e conti correnti, è come non arrivarci affatto. E chiusi nei loro bunker, allora, i due capi della Quercia fanno i conti con un micidiale paradosso. Un mese fa si discuteva delle elezioni e di cosa fare dopo averle vinte; da dieci giorni le elezioni sono finite in un cantuccio. Primum vivere, è la preoccupazione adesso. Anche perché da morto non ha mai vinto nessuno…