Il trionfo delle rendite e dei profitti

24/01/2001
lunedi , 15 gennaio 2001
ECONOMIA


Il trionfo delle rendite e dei profitti
In aumento continuo da dieci anni: oggi pesano per i tre quinti del reddito totale. Il salario netto per lavoratore invece si è congelato. I titoli azionari sono passati dal 40 al 125% del Pil. E il 7% degli italiani possiede il 44% della ricchezza C’ è una migliore distribuzione tra i cittadini. Può bastare? No. Ma per conciliare economia e morale meglio Smith di Marx
Alvi Geminello

SURPLUS Negli Anni Novanta, l’ Italia è diventata un Paese statisticamente non più fondato sul lavoro ma sui patrimoni Il trionfo delle rendite e dei profitti In aumento continuo da dieci anni: oggi pesano per i tre quinti del reddito totale. Il sala rio netto per lavoratore invece si è congelato. I titoli azionari sono passati dal 40 al 125% del Pil. E il 7% degli italiani possiede il 44% della ricchezza C’ è una migliore distribuzione tra i cittadini. Può bastare? No. Ma per conciliare economia e morale meglio Smith di Marx Qualcuno ricorderà forse quei lontani anni Settanta in cui tutti, compresi i grandi industriali, biasimavano le rendite ed elogiavano il lavoro produttivo. Anni complicati d’ un capitalismo assediato, nei quali il profi tto veniva giustificato solo in quanto dava modo di allargare accumulazione e lavoro produttivo. Le rendite invece erano avversate proprio da quasi tutti. Un modo di ragionare coerente alla ideologia economica che prevaleva allora anche nelle univers ità: quella classica. Avveniva trent’ anni fa circa, ma davvero nell’ altro millennio. Proprio tutto è mutato. Come conferma pure la oggi inconsueta riclassificazione del reddito in salari profitti e rendite della tabella accanto, nella quale il surp lus assorbe ormai i 3/5 del reddito. La quota dei salari crolla: statisticamente l’ Italia può dirsi fondata non più sul lavoro, ma sulle rendite e i profitti. All’ inizio degli anni Novanta le rendite sono un terzo del totale, e s’ impennano. Le quo te di interessi netti e rendite immobiliari raddoppiano, le pensioni crescono, ma più lente. Poi, dal 1993, è la quota dei profitti a impennarsi. Risultato: un altro mondo nel quale il salario netto per lavoratore si congela. Mentre le rendite e le p ensioni per famiglia quasi raddoppiano, contratte nella seconda metà degli anni Novanta soltanto dall’ andamento dei profitti. I redditi da lavoro e quindi i lavoratori divengono secondari rispetto ai redditi da patrimonio. Ma con quale concentrazion e dei redditi, con quanta equità distributiva? Gli indici di Gini calcolati su dati dell’ inchiesta su reddito e ricchezza delle famiglie di Banca Italia ci permettono qualche risposta. La concentrazione era in forte declino negli anni Settanta, quan do l’ indice (moltiplicato per cento) calò da 40 a 35. Un declino che negli anni Ottanta è decelerato; anche se ai primi anni Novanta siamo pur sempre in calo con una distribuzione più equa e l’ indice a circa 33. Ma dopo inizia la risalita fin sopra 35 nel 1995. Ancora i primi anni Novanta, e il 1993 come punto di svolta, verso una concentrazione che riprende a tendersi indietro, ai livelli degli anni Settanta. E comunque l’ Italia, secondo un’ indagine Echp-Eurostat, resta proprio sul valore m edio europeo. Con un reddito disponibile meno equamente distribuito di quanto non avvenga in Germania e Danimarca, 27 e 25. Ma meglio di Regno Unito e Portogallo, rispettivamente a 36 e 41. In conclusione il surplus in Italia si ridistribuisce abbast anza, grazie a pensioni e interessi sui Bot. Malgrado una tendenza nell’ ultimo quinquennio all’ aumento della disuguaglianza dei redditi, che però è ancora contenuto, tenuto in conto che questa nostra è una società nella quale contano sempre più i r edditi da patrimonio.E infatti una recente ricerca di Merrill Lynch e Gemini Consulting calcola una ricchezza finanziaria media di 240 milioni per famiglia italiana. Ma ci offre pure alcune stime sulla sua concentrazione effettiva. Ci sarebbero 260 m ila famiglie miliardarie, con un patrimonio superiore a 1,5 miliardi di lire per una quota di 670 mila miliardi, pari al 14% della ricchezza privata complessiva. Inoltre 1,2 milioni di famiglie potrebbero contare su patrimoni tra 600 milioni e 1,5 mi liardi. Il che significa che il 7% degli italiani possiede il 44% della ricchezza, immobili esclusi. Un dato che conferma le stime di Banca Italia e Cnel. In particolare il Cnel, includendo anche il patrimonio immobiliare, ha stimato la distribuzione della ricchezza totale netta delle famiglie nel 1995. Rispettivamente il 38,2% di essa all’ 80% più povero; il 32% al 5% più ricco; il 61,8% al 20% più ricco. Con un indice di Gini salito da 55 a 60 tra il 1991 e il 1995. Una distribuzione della ric chezza meno piramidale di quella anglosassone; ma più concentrata di quella dei redditi. Ma è anche la conferma che quello presente non è più il mondo dei redditi, ma è quello dei patrimoni. Non solo perché diminuiscono i redditi da lavoro, ma perché diminuisce il peso del reddito in generale rispetto ai patrimoni. Nell’ ultima, e sempre benemerita, relazione annuale di Banca d’ Italia si mostrava come fosse mutato nei principali Paesi industriali il rapporto tra volume della ricchezza finanziar ia e volume annuo dell’ attività economica. Era pari al 210% all’ inizio decennio; a fine 1999 era al 360%. Non solo, ma nel corso degli anni Novanta si è fortemente accresciuto il peso dei titoli azionari, la cui capitalizzazione è salita dal 40 al 125% del Pil. Altro dato impressionante, di cui le stime sui redditi non danno ancora del tutto conto. Conferma che il concetto di surplus potrebbe tornare ad avere una nuova fortuna oltre che una certa efficacia analitica, visto un aumento dei reddi ti da capitale così enorme. E però va anche detto che il plusvalore di Marx non serve più a molto. La teoria del valore lavoro non funziona e inoltre il surplus si è ridistribuito, né poi è diminuito il tasso del profitto, come prevedeva il marxismo. Neppure la riforma del concetto di plusvalore tentata da Baran e Swee zy, già complicata ai suoi tempi, serve a molto. Anche perché la questione rilevante oggi non è più la spesa militare o la pubblicità. Il gran mutamento degli anni Novanta è il pa trimonializzarsi dell’ economia, il fatto che i patrimoni comandano una quota di lavoro multipla rispetto a prima. Questo è il punto. Ma allora l’ unico modo per ricominciare a parlare seriamente di surplus è quello di tornare a parlare di Adam Smith , al quale la scienza economica deve appunto il concetto di lavoro comandato. Secondo l’ autore della Ricchezza delle Nazioni, il valore di una merce è uguale alla quantità di lavoro che essa mette in condizione di acquistare. Il lavoro comandato di Smith è pertanto una misura di responsabilità sociale. Quella stessa che forse sorge nella mente e nel cuore di non pochi scorrendo le statistiche elencate finora. Per di più un’ economia dei patrimoni fatta di pensioni e redditi da patrimonio come q uella italiana somiglia a una lotteria assistita. E alla lunga annienta le migliori virtù economiche: spegne la laboriosità, disincentiva il risparmio, crea attitudini parassitarie. Gran male di cui il liberista Adamo Smith era ben cosciente. E di cu i dovremmo tornare coscienti al più presto. Ma senza ricorrere alle teorie di Marx e al pernicioso statalismo dei suoi seguaci. Il lavoro comandato era del resto per Smith anche una misura dello sviluppo. La positività del processo economico coincide va per lui con la crescita sistematica del lavoro inserito nel processo economico. Smith biasimava il sovrappiù della società signorile perché tutto il processo produttivo veniva finalizzato al consumo signorile. Un fine che disarmonizzava la ricchez za delle nazioni. In effetti, ripartisce i valori in proporzione ai patrimoni, squilibrando il sistema dei prezzi relativi. Tuttavia, se è vero che redditi e patrimoni si stanno riconcentrando, è anche vero, come si notava all’ inizio, che questa soc ietà ha diffuso patrimoni e rendite tra la maggior parte della popolazione. Ma questo può bastare? Forse per il liberismo, non molto colto e poco avveduto, oggi in voga. Per un liberismo che applichi il criterio del lavoro comandato al modo di Adamo Smith no. Morale ed economia per il primo degli economisti e dei liberisti si accordavano in un egoismo solidale. Ma possono accordarsi in società nelle quali i patrimoni di tutti i tipi, azionari e pensionistici, comprano quote via via multiple di l avoro? Il decadere della laboriosità, della simpatia sociale, del risparmio può davvero trascurarsi? Direi di no, anche se patrimoni e rendite sono diffusi come mai prima. Sarebbe un gran bene insomma se le ragioni della fraternità e della simpatia t ra gli uomini elaborassero nuove visioni economiche e criteri diversi da quelli consueti. Come ad esempio è il lavoro comandato di Adamo Smith coerente al libero mercato; ma al contempo in grado di offrire un criterio di responsabilità e di armonia a lla società. Ora, questo è un mondo di patrimoni, non di lavoro Le due tabelle riclassificano secondo il criterio degli economisti classici la distribuzione del reddito in rendite, profitti e salari. Inoltre: 1 – Le tabelle comprendono sia i salari s ia il lavoro autonomo. La quota dei salari si intende come quota dei redditi da lavoro. 2 – Dopo aver sottratto contributi e imposte a salari e profitti si sono ricomprese nelle rendite anche le pensioni. 3 – I profitti comprendono i saldi dei reddit i primari delle società e gli utili distribuiti alle famiglie. Il tasso del profitto è calcolato sulla serie del capitale lordo. 4 – L’ ammontare dei salari è stato diviso per il numero dei lavoratori, le rendite per il numero delle famiglie.

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