Il trionfo della Gaffe

03/07/2002





Del 3/7/2002 Sezione: Interni Pag. 4)
Il trionfo della GAFFE
LA VISIBILITA´ MEDIATICA DEI POLITICI DELLA SECONDA REPUBBLICA E´ LA ERA CAUSA DEL MOLTIPLICARSI DEGLI «INCIDENTI»

di Filippo Ceccarelli


        APERTA o chiusa che sia la penosa vicenda del ministro Scajola, comunque sarebbe il caso di finirla con questa storia delle gaffes. Ma non nel senso che i politici debbano evitarle: quello magari. Più semplicemente, l´invito sarebbe di riconoscere che se ne fanno così tante, di continuo, e su una tale varietà di argomenti, che le medesime gaffes sono ormai diventate la regola, fanno parte del discorso politico contemporaneo. Anzi hanno conquistato il potere. «La gaffe – ha scritto lo scorso mese sul Guardian il giornalista e scrittore Joe Klein in un articolo dedicato all´Italia – è ciò che accade quando un politico accidentalmente dice la verità». La sua definizione suona già più realistica del continuo ripetere: gaffe, gaffe, gaffe. Parola tanto abusata quanto generica, in ogni caso prediletta dai titolisti per la sua incandescente brevità. Come «blitz», «crisi», «rissa», «buco», «contro» e «giallo», la gaffe celebra il suo imbarazzante trionfo. Dalla superiorità dell´Occidente sul medioevo islamico ai parrucchieri di Sesto San Giovanni (tirati in ballo da Berlusconi dinanzi a un´acconciatura a lui sgradita), dall´opportunità di convivenza con la mafia (ministro Lunardi) al «Forza Marsiglia!» gridato dal premier a Marsala; dal terrorismo del Pirellone (denunciato in aula dal presidente del Senato Pera) all´ostentazione di corna e bicorna, tutto o quasi è o diventa gaffe. Come dire: cortocircuito comunicativo, mancanza di autocontrollo, incapacità di governare la propria immagine. Tipica disfunzione di una vita pubblica basata sulla visibilità. Ma non sempre, o non solo. «Grandi ministri, grandi gaffe» ha scolpito ieri Baget Bozzo sulla prima pagina del Giornale nel tentativo di difendere Scajola, quasi fosse un tratto di merito, la gaffe, infallibile rivelatrice di virtù. Oppure, come già accaduto in altri casi, sicura risorsa d´intrattenimento. L´Otto marzo scorso sempre Pera ha raccontato ai giornalisti di come avesse insistito a voler stringere la mano a una pediatra iraniana, in chador. Ora: va da sé che c´è gaffe e gaffe. Il pur cospicuo poker berlusconiano di Pratica di Mare, ad esempio – ignoranza del significato della sigla Ocse, invenzione dell´inesistente Stato dell´«Estuania», segretario della Nato Robertson chiamato «Mr Robinson», oltre al celebre «Remolo» che forse diverrà anch´esso una canzone – ecco, è fin troppo ovvio che il buffo e quadruplo sproposito non vale una richiesta di dimissioni. Gaffe o non gaffe, quella di Scajola non fa ridere, piuttosto fa pensare: e anche pensare male. Ma questo nulla toglie al fatto che il fenomeno abbia qui in Italia raggiunto una frequenza e un´intensità non solo inedite, ma fino a qualche anno fa perfino impensabili. Baget Bozzo ricordava il «culturame» che Scelba si lasciò sfuggire negli Anni Cinquanta. Vero. La Prima Repubblica ha certo i suoi eminenti gaffeurs. Nei sacri annali delle sviste va incluso Pertini che in Spagna brindò, davanti a re Juan Carlos, a un popolo «passato senza spargimenti di sangue dalla dittatura alla Repubblica». E ogni tanto sbagliava Stato, specie quelli centroamericani che non si sa bene se sono regimi polizieschi o no. Altrimenti tocca riandare a De Mita che una mattina, facendo il bagno nella piscina dell´hotel Villa Igiea di Palermo, in pratica richiamò in Italia il contingente di bersaglieri spedito poco prima in Libano. A De Michelis che a Parigi si trovò all´improvviso di fronte Oreste Scalzone, latitante, e gli strinse la mano. Oppure si ricorda l´Andreotti delle due Germanie, «che due devono rimanere». O il Craxi che «come diceva Garibaldi, sto per rompermi i coglioni». E tuttavia non è nemmeno immaginabile che un politico di quella stagione potesse definire «rompicoglioni» una vittima del terrorismo. E allora perché Scajola, che pure si era pregevolmente costruito l´immagine di politico prudente e moderato, l´ha fatto? Risposta: perché sì, oggi va in questo modo. Perché governare, come in questi anni, sotto il fuoco dei media significa farlo in un clima e in un contesto molto più surriscaldati di quelli in cui si governava ai tempi di Scelba, Pertini e Andreotti. L´arena della politica contemporanea è straordinariamente più aperta e accessibile; le platee sono enormemente più ampie; i soggetti in campo più numerosi e interconnessi; maggiore è non solo la velocità del messaggio, ma la sua immediatezza aumenta di gran lunga la concitazione. Risultato: i politici si rivelano più esposti e più fragili. Non prendono fischi e ortaggi, ma gli sfugge di mano la loro immagine, davanti a tutti, e commettono gaffes. Al potere non serve tanto montare sempre più evolute ed efficaci macchine di persuasione e comunicazione. S´immagini quella del Viminale; si pensi allo sforzo meticoloso per imporre un personaggio. Eppure, nulla protegge completamente ministri e presidenti dai nuovi rischi prodotti dalla natura a doppio taglio della loro stessa visibilità mediatica. «Non fatemi parlare» dice Scajola, testualmente, agli ottimi Martirano (Corriere della Sera) e Pelosi (Sole 24 Ore) sul molo di Limassol. «Non fatemi parlare»: ma poi parla e si frega da solo. E´ ormai così dappertutto: l´effetto-vicinanza favorisce boomerang e autogol. Da Filippo d´Edimburgo, sublime gaffeur, a Saddam Hussein che si fece riprendere mentre accarezzava il capo dei bimbi-ostaggi, scudi umani nella guerra del Golfo. In America la consulenza politica ha cominciato a escogitare rimedi dai tempi di Reagan, che pare avesse un´irresistibile attrazione per errori, abbagli, figuracce. Il suo famoso team Deaver-Gergen elaborò un compiuto modulo anti-gaffe che prevedeva di moltiplicare la quantità di uscite pubbliche infittendo la rete di protezione attorno al presidente, anche attraverso la figura emergenziale del «parafulmine». In Italia, come al solito, il progresso non è stato codificato, ma la gaffe ha fatto lo stesso passi da gigante. La «gente nova» arrivata al comando si è subito fatta riconoscere. Berlusconi ha seriamente notificato ai telespettatori di non aver alcun problema a incontrare il papà dei fratelli Cervi; ha definito il delitto D´Antona «un regolamento di conti nella sinistra»; e in crociera si è messo a raccontare una barzelletta su un malato di Aids. Era appena l´inizio. Al primo vertice internazionale, cancellando i confini tra diplomazia e sincerità, si è vantato di aver sconfitto i comunisti davanti a Jospin, che i comunisti ce li aveva con lui al governo. «Un adorabile gaffeur, un gaffeur di rango – l´ha qualificato in quell´occasione Giuliano Ferrara – gaffeur filosofo che mette in imbarazzo i sepolcri imbiancati, che infilza gli snob e li scandalizza felicemente». Nessuno più di lui incarna una cultura orientata ad annullare le distanze e le distinzioni fra sfera pubblica e privata in nome di una pretesa naturalezza, di una supposta autenticità, di un calore informale e tuttavia fin troppo esibito. Regala soldi ad ex prostitute e borsellini a giornalisti, espone bambini salvati («Un moto di cuore spontaneo»), si toglie la scarpa, fa accomodare Blair su un podio più basso del suo, consiglia «un buon medico» al contestatore balbuziente. In altre parole, Berlusconi è ben oltre la vecchia e cara gaffe. Sembra l´inventore di un canone, semmai. L´unico autorizzato. Dal suo stesso ego. Scajola ci faccia un pensierino.