Il trionfo dei tic: la politica in crisi di nervi

16/01/2006
    domenica 15 gennaio 2006

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      BANCOPOLI E IL RITORNO DELLE NEVROSI – IL CAVALIERE DIGRIGNA I DENTI, FASSINO SBATTE LE PALPEBRE, D’ALEMA TORNA AL «FU FU»

        Il trionfo dei tic, la politica in crisi di nervi

        Mastella avvistato a roteare le pupille a velocità sovrumane

        Jacopo Iacoboni

          Berlusconi che digrigna i denti, Fassino che sbatte le palpebre a raffica, D’Alema che riscopre il «fu fu» sulle mani, Fini che si aggiusta bavero o maniche della giacca, Mastella che rotea le pupille a velocità impensabili per gli umani, Bondi che congiunge le mani fino a sfiorare con gli indici la pelata… I leader dell’era Bancopoli sono cioè appaiono così, nervosi, sfranti, ormai quasi totalmente privi del minimo autocontrollo facciale, o almeno del più elementare dominio del corpo richiesto a chi voglia sperimentarsi con decoro nella vita pubblica. È tornato il tic.

          Di Fassino si immagina, ovviamente l’accusa che negli ultimi dieci giorni gli è stata rivolta più spesso è di essere «vittima del nervosismo». Gliel’hanno rinfacciato, in ordine sparso, più o meno tutti i pasdaran berlusconiani, da Schifani a Jole Santelli a Sandro Bondi, solo per stare a Forza Italia; e certo il segretario dei Ds è parso provato dalla vicenda-Consorte. All’uscita dalla direzione del partito in cui ha ammesso che questi sono «giorni amari, forse i più amari» della sua vita pubblica, è stato accolto da una cascata di microfoni e telecamere che ne raccoglievano le parole per i tg, e lo si è visto sbattere le ciglia come non accadeva da tempo, aprire e richiudere le palpebre, aprirle e richiuderle, con velocità impressionanti, e comunque precluse a chiunque altro. A Firenze, nei giorni felici della convention Ds sul programma, quell’inconsapevole gesto, escogitato forse per non dover guardar negli occhi le brutture del mondo, non s’era visto mai. Fassino s’era limitato al tic di riserva, quello dei momenti rilassati: tirarsi sulla fronte la barretta degli occhiali. Come se poi il suo accusatore fosse sereno.

          L’altro giorno Silvio Berlusconi era ospite di Bruno Vespa assieme a Fausto Bertinotti. Non era sulla carta una serata che partiva sotto i peggiori auspici, per lui: gli avversari diessini rintanati nell’autocritica, l’interlocutore civile e sempre restio ai colpi bassi, il conduttore, diciamo, non ostile… Eppure il Cavaliere ha confermato l’impressione che si ha almeno da questa estate, la stagione delle scalate dei furbetti, che cioè re Silvio sia alle prese con una nuova forma di tic che lo induce ad allargare la bocca e mostrare i denti innaturalmente serrati, quasi digrignanti in un rictus che i flash fissano malandrini. È ormai immortalato in decine di foto del genere, tutte degli ultimi tre mesi. Ma è curioso che di quell’espressione, negli archivi, prima non c’è praticamente traccia. Deriva da un irrigidimento dell’originario sorriso a tutta dentatura, che s’accompagna a un occhio serio, non più ridente, e alla posa impettita, come di chi stia trattenendo il respiro. L’aveva mostrata anche da Ferrara; poi, entrando subito dopo al «Processo del lunedì», aveva esordito a microfoni spenti: «Ah, (sospirone) qui mi posso rilassare».

          E meno male che c’è Biscardi, perché altrove i politici paiono aver poco da rilassarsi. Non solo i diessini super-attaccati ma un po’ tutti, quasi che Imbarazzo e Disagio fossero le vere divinità pre-elettorali. Fassino, oltre al già detto, estrae e ricolloca libri negli scaffali domestici (fonte: Anna Serafini, sua moglie). D’Alema nelle riprese di questi giorni ha rispolverato il suo tic più sfottuto, diventato cult con «Striscia la notizia», il gesto di soffiarsi affettuosamente sul palmo di una mano; a corredo, un insieme di sbuffi che era parso aver imparato a domare. Gianfranco Fini, tra i non molti nel Polo ad aver difeso la trovata del premier di andare dai magistrati a «dire quello che so», è stato filmato con le mani a tormentare il bavero, della giacca, del cappotto, al limite il nodo della cravatta: è il gesto che ripete quando sente di non poter sbagliare. Il coordinatore forzista Sandro Bondi ha la tendenza a congiungere la mani sul viso, quasi sfiorando la pelata: lo fa quando è preoccupato, e in questi giorni ci sono più riprese che lo mostrano in quella posa. A Occhetto tremavano i baffi quando ha detto che Fassino e D’Alema sono peggio di Craxi. Clemente Mastella ha concesso alla folla di telecamere dichiarazioni con le pupille roteanti a centottanta gradi, quasi che vagando negli angoli oculari inferiori, destra e sinistra, potesse controllare tutto, anche chi gli è dietro…

            È una sindrome da accerchiati, in effetti. Ma il tic torna ogni volta che un politico sente le corde, e si rifugia nella coperta di Linus delle sue stesse reazioni corporali primarie, magari un istante prima di finire vittima della crisi di nervi. Senza la tv, anche le nevrosi erano meno ridicole. Il principe Myskin di Dostoevskij prima di cedere all’epilessia inarcava la schiena e sollevava gli occhi, svuotati, al cielo; nella prima repubblica, Fanfani si ritirava in convento, Moro somatizzava, De Mita ha confidato certe sue scaramanzie, per esempio vedere il rasoio che scorreva o non scorreva bene sulle gote durante la rasatura. E Cossiga ha raccontato di essersi fatto venire il suo tic labiale nei giorni successivi all’assassinio Moro, guardando oggi quasi con tenerezza alle piccole difficoltà che bastano a mandare in tilt i politici del duemila.