«Il tormentone finirà mercoledì» Maroni prepara il nuovo testo

11/03/2002








IL MINISTRO DEL WELFARE VUOLE SCENDERE DALLE BARRICATE
«Il tormentone finirà mercoledì» Maroni prepara il nuovo testo
Ieri ha sentito Bossi. «Quante grane porta il ministero del Welfare» La Padania attacca i centristi del Polo. «Sono una palla al piede»

MILANO AL momento giusto e nel modo più giusto». Quale? Roberto Maroni non risponde. «Prima ne parlo con il Presidente del Consiglio, no?». Nemmeno più lo nomina l’articolo 18. «Il tormentone», dice. «Un tormentone che finirà mercoledì prossimo, quando il governo prenderà la decisione finale». Fine, o almeno così spera. «Berlusconi a Trieste ha parlato di barricate, come Bossi. Nessuno ha voglia di scontri nè di traumi. Abbiamo tempo, questo governo andrà avanti per tutta la legislatura». Quindi? Ci sarà il momento giusto e il modo più giusto. «Senza ansie e senza drammi». Giovedì era sembrato stupìto, il frano di Bossi non se l’aspettava. A Milano per il via libera alla sede dell’Autority per il Volontariato, ieri aveva già dimenticato. «Non mi sembra ci siano altre novità». Ha riparlato con Bossi e con Berlusconi. Tutto va bene, è la risposta ufficiale. In realtà, se rivede il film dell’ultimo mese, Maroni scopre che la sua regia è stata applaudita in pubblico e messa in discussione in privato. Il pubblico è il consiglio dei ministri, il privato sono le riunioni i partito, le interviste, le dichiarazioni. E, con Bossi, si è accorto che l’articolo 18, «il tormentone», è finito nel ventilatore che agita i rapporti tra Lega e centristi del Polo. E che, nel governo, la voglia di far passare la Lega come la clava che s’abbatte sui diritti dei lavoratori e poi magari sui pensionati sta diventando un pericolo serio. «Ci dobbiamo attrezzare per andare avanti», dice Maroni. Inutile che Bossi s’affanni a sostenere il contrario: ogni giorno Cofferati punta il dito e accusa. Anche ieri. Il ministero del Welfare, teme Bossi, può rivelarsi più pericoloso di quello della Giustizia. E’ vero che regala visibilità, ma porta pure grane, attacchi, rischi e sciopero generale. Sul tormentato articolo 18 a Maroni aveva raccomandato cautela e velocità. «Bisogna toglierselo di dosso in fretta». Cofferati, al momento, è stato più abile. E le ultime dichiarazioni di Bossi sono il termometro del disagio leghista. Maroni ha capito al volo. «Ho resistito alle mosse di disturbo Fini e Alemanno, ho resistito a quelle dei centristi, ma non posso insistere se Bossi mette il piede sul freno». Non vuole riforme «a dispetto dei Santi». E aveva aggiunto che «in questo paese di Santi ce ne sono già troppi…», e sarebbero appunto i centristi che non vorrebbero incrinare i buoni rapporti con la Cisl. Dopo aver tirato il freno, Bossi ha iniziato una specie di silenzio stampa, finché dura e passa la buriana sull’Europa da temere. Ha annullato una puntata di Porta a Porta e un comizio a Vicenza. E ieri, a Piacenza per inaugurare la mostra sul «Surrealismo Padano» con Vittorio Sgarbi e Tony Renis, è rimasto quasi muto. Ma se non parla lui tocca al quotidiano «La Padania». Una pagina di intervista ad Alessandro Cè, il capogruppo alla Camera. Titolone: «Gli ex democristiani sono una palla al piede». Non un solo accenno all’articolo 18, ma sembra tanto una prova di stop, un altro freno e questa volta agli attacchi che partono dai centristi. Non è stato Luca Volontè, il loro capogruppo poi fischiato al congresso leghista, uno dei primi a minare Maroni con una proposta di stralcio dell’articolo 18? Per Maroni le dichiarazioni di Berlusconi confermano che «non c’è nessun passo indietro». Non ci sarà la via di fuga. «Non c’è fretta. Abbiamo fiato lungo e quattro anni davanti». Come dire che sarà solo questione di tempo, ma la riforma del mercato del lavoro verrà portata a termine. Cofferati, però, è un avversario che non dà tregua. Ieri ha sfruculiato sia Maroni sia Bossi, che lamenterebbero problemi e difficoltà di comunicazione e invece stanno in un governo che «ha sei televisioni». Maroni non risponde. Appena un «ognuno ha le sue opinioni e ognuno fa le sue battaglie. Io rispetto le opinioni degli altri anche se non le condivido». E comincia un fine settimana in apnea, a meditare sul documento che verrà presentato mercoledì al consiglio dei ministri, «la decisione finale». Una decisione che dovrà fare i conti con lo sciopero generale, già fissato da Cofferati per il 5 aprile. Saggezza e moderazione, raccomanda Berlusconi da Trieste. Messaggio ricevuto, da Maroni: «Al momento giusto e nel modo più giusto». Ma sarà difficile fermare il treno dello sciopero generale, ormai già ben in corsa. «Questo lo so -dice Maroni- Cofferati non può tornare indietro, e per questo risponderà sempre di no, no su tutto e no a tutto. Però un giorno mi dovrà spiegare se in Italia il mercato del lavoro è il migliore del mondo e i lavoratori, tutti i lavoratori dico, sono i più garantiti del mondo». Tre giorni per meditare, due per scrivere la «decisione finale», una settimana per sapere se davvero l’hanno lasciato solo sulle barricate. E’ il tormentone che tormenta il ministro.