Il Tfr verso l´addio: Una parte andrà nella busta paga

08/11/2001
La Stampa - Nordovest La Stampa web







(Del 8/11/2001 Sezione: Economia Pag. 19)
Il Tfr verso l´addio
Una parte andrà nella busta paga
Ma verrà tassata e, secondo il progetto, con il surplus di entrate sarà possibile finanziare un taglio degli oneri delle imprese La Uil: «Così i lavoratori avranno meno previdenza e più prelievi»

ROMA Sulle pensioni «è ancora tutto open». La battuta è del ministro dell´Economia Giulio Tremonti, e si riferisce più al contenuto della delega, che al metodo che il governo utilizzerà. Ma il dado è tratto, e i tecnici dei due ministeri coinvolti (Economia e Welfare) già sono al lavoro sulle ipotesi. La novità più «fresca» riguarda un tema molto complesso, quello del Tfr. Secondo un progetto messo a punto, la liquidazione potrebbe finire per un terzo in busta paga, e per due terzi ai fondi pensione. Una proposta che viene già bocciata dal sindacato: il fisco mangerebbe l´aumento salariale del lavoratore, a tutto vantaggio dell´impresa. Il Trattamento di fine rapporto è da anni una delle chiavi di volta per il decollo della previdenza complementare. Inventato decenni or sono per dare al lavoratore in uscita un «paracadute» per far fronte alla vecchiaia, non ha molto senso oggi, in un mondo in cui esistono le pensioni e in cui quasi nessuno lavora per tutta la vita nello stesso posto. Oggi un´azienda accantona per ogni suo dipendente (mantenendone però la disponibilità) ogni anno circa il 7% della retribuzione lorda, più o meno una mensilità e mezzo di stipendio. Danari che potrebbero essere immessi nei fondi pensione, e investiti professionalmente con rendimenti maggiori. Per le imprese il Tfr è una fonte di liquidità a costo zero; per rinunciarvi, chiedono in cambio flessibilità «in uscita», riduzioni del carico contributivo, e soprattutto adeguate compensazioni per fronteggiare l´esborso. Che riguarderebbe soltanto i flussi futuri di accantonamenti per il Tfr, e non quello già accumulato: circa 27.000 miliardi l´anno. Il progetto degli esperti di Tremonti è questo: utilizzare lo spostamento nel salario di parte della liquidazione per compensare le aziende. Un terzo di questo accantonamento finirà così direttamente in busta paga. Il lavoratore avrà così un certo aumento di stipendio, novità sicuramente non sgradita a molti. Tuttavia, il Tfr finito nel salario non verrà tassato col più favorevole trattamento fiscale del Tfr, ma con l´aliquota marginale Irpef che grava sul reddito del lavoratore. In pratica, con l´apporto monetario dell´ex-Tfr aumenterà il reddito imponibile e dunque l´Irpef che il lavoratore/contribuente dovrà pagare all´Erario. Dunque, vi sarà un aumento di gettito fiscale: un surplus di entrate che il governo vorrebbe utilizzare per finanziare un taglio dei contributi che gravano sulle imprese. La «compensazione» richiesta dagli imprenditori. Quanto invece ai due terzi del flusso di Tfr che andranno ai fondi pensione, il governo pensa a una cartolarizzazione sulla falsariga di quella utilizzata per i crediti Inps. Saranno emessi titoli obbligazionari sulla base dei flussi di Tfr previsti. Le obbligazioni emesse dovrebbero essere acquistate dalle banche, e garantire ai fondi una massa di liquidità rilevante in tempi rapidi (Tremonti ha ipotizzato 50.000 miliardi), consentendo agli stessi fondi di partecipare alle privatizzazioni di aziende pubbliche. Per il lavoratore dovrebbe restare la possibilità di scegliere se mantenere l’attuale situazione, oppure optare per lo smobilizzo del Tfr. La proposta viene già bocciata dalla Uil: per il numero due Adriano Musi, «sembra una soluzione in cui guadagnano fisco e datori di lavoro, che avranno una riduzione del costo del lavoro, mentre il lavoratore si troverà con meno previdenza e più tasse». Ma anche il resto del menu allo studio del governo potrebbe contenere ricette indigeste per il sindacato. Ad esempio, per ritardare l´età del pensionamento non si punta al blocco delle pensioni di anzianità: accanto a incentivi a restare al lavoro, si pensa anche a penalizzazioni per chi nonostante tutto sceglie di «uscire». Con una «tassa» percentuale sull´assegno previdenziale, come tentò il Berlusconi Uno nel `94, aumentando da dieci a quindici anni gli anni su cui calcolare la pensione «retributiva», oppure con l´estensione del sistema contributivo pro rata. E sono possibili anche drastici tagli del contributo previdenziale a carico delle imprese (e in prospettiva futura, dunque, anche dell´importo della pensione pubblica) per i neoassunti. Al contrario, dovrebbe aumentare il prelievo a carico dei parasubordinati (oggi al 13%) e di artigiani e commercianti.
Roberto Giovannini


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