Il Tfr cambia natura: e la scelta è difficile

06/09/2004


            lunedì 6 settembre 2004

            Il Tfr cambia natura: e la scelta è difficile

            RAUL WITTEMBERG

            Il Tfr cambia natura. La vecchia liquidazione, dopo quasi un secolo di onorato servizio in alterne vicende (ci sono state di mezzo due guerre mondiali e un cataclisma economico come la crisi del 1929), torna alla sua antica ispirazione, che era quella previdenziale. Venne istituita per soccorrere il lavoratore anziano insieme alle prime mutue di assistenza. Intendiamoci, gli accantonamenti per il Trattamento di fine rapporto (Tfr) da liquidare al lavoratore quando il rapporto di lavoro con l’azienda finisce, hanno sempre conservato tracce di questa ispirazione. Ma se ne allontanavano quando la discreta somma ottenuta moltiplicando l’ultimo stipendio per una quarantina di anni di servizio, si aggiungeva alla pensione, il vitalizio che copriva fino all’80% dell’ultima retribuzione. Per non parlare del pubblico impiego, con la buonuscita che si aggiungeva ad una pensione che copriva per intero lo stipendio, talvolta superandolo. E quindi il Tfr, più che a sostenere la vecchiaia del lavoratore, è servito a pagare le ultime rate di un mutuo, a comprarsi la sospirata casetta al mare, il più delle volte ad acquistare l’appartamento per il figlio che ha appena messo su famiglia.

            Cambia dunque natura, il Tfr, perché con l’attuazione della legge delega sulla previdenza l’accantonamento (7,41% della retribuzione) che scatta con il rapporto di lavoro subordinato, non produrrà più automaticamente una somma il cui potere d’acquisto è garantito dallo Stato, con una rivalutazione annua dell’1,5% più i tre quarti dell’inflazione. Per determinare la destinazione della ritenuta, deve intervenire la volontà dell’interessato. È lui che si deve esprimere sul che fare di questi soldi che verranno accantonati (il Tfr già maturato resta come prima). All’atto dell’assunzione, o entro sei mesi dall’approvazione definitiva delle nuove regole (luglio 2005?), dovrà decidere se mantenere la vecchia formula della liquidazione garantita dallo Stato, il poco ma sicuro. Oppure utilizzarla per finanziare una seconda pensione in aggiunta a quella dell’Inps che coprirà solo il 50% dell’ultima retribuzione. È considerato una espressione di volontà anche il silenzio (il silenzio-assenso), che comporta la destinazione del Tfr maturando verso il Fondo integrativo di categoria al quale il lavoratore dovrà prima o poi aderire. La scelta è davvero alternativa perché – fatta salva la facoltà di liquidare fino al 50% del montante in forma capitale per esigenze particolari (casa e salute) – si tratta di rinunciare alla prestazione una tantum, ed optare per l’arricchimento del vitalizio: è proprio a questo punto che il Tfr cambia natura, sia perché si trasforma in una componente del rateo della pensione, sia perché su questa trasformazione interviene la volontà dell’interessato.


            CONVIENE METTERE IL TFR NELLA PENSIONE?
            Alla prova dei fatti, dovrebbe essere conveniente dal punto di vista dei rendimenti. Ovvero, i soldi investiti nei Fondi pensione finora si dimostrano abbastanza capaci di aumentare il capitale più di quelli accumulati nel Tfr (secondo le cronache i Fondi hanno battuto il Tfr). E quindi alla fine del percorso il montante destinato ad aumentare la pensione complementare, potrebbe essere superiore al capitale accumulato con il Tfr.


            Usiamo il condizionale perché al contrario del Tfr, i Fondi pensione non hanno alcuna garanzia di rendimento tranne quella minima che nelle convenzioni gli amministratori del Fondo riescono a strappare ai gestori che investono nei mercati finanziari. Può essere utile osservare la performance del 2003, anno che non ha certo rivitalizzato le borse dopo l’afflosciamento della bolla speculativa nel 2000. Ebbene, mentre nei 12 mesi il tasso di rivalutazione del Tfr era al 3,2%, nei Fondi negoziali di categoria il rendimento si piazzava al 5% e in quelli aperti mediamente al 5,7%. Un risultato quest’ultimo legato ai rischiosi Fondi azionari che hanno realizzato l’8,4%, mentre gli altri comparti più «prudenziali» erano sotto al 5%.


            In ogni caso l’indice di un anno ha uno scarso significato, perché il rendimento di un Fondo integrativo, intangibile fino all’età della pensione, si misura nei tempi lunghi, sui 30-40 anni della vita lavorativa. Possiamo dunque prevedere che se la performance dei Fondi è stata migliore del Tfr in tempi di Borsa bassa, dovrebbe esserlo ancora di più nel ciclo rialzista dei mercati finanziari.


            Il lavoratore può conferire il Tfr anche alle polizze individuali pensionistiche (una enormità, 483.393 sottoscritte dal 2001). In questo caso la valutazione del rendimento è molto difficile. Di 1,3 miliardi di euro raccolti in due anni, soltanto la metà (617 milioni) è rimasta alle pensioni dei sottoscrittori.


            Questo perché i costi di gestione riferiti all’intera durata del contratto sono stati caricati sui premi del primo anno. Un autentica rapina a mano legalmente armata contro mezzo milione di oneste famiglie, compiuta da compagnie di assicurazione prive di scrupoli. A cominciare dalla Mediolanum del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che non a caso nel primo trimestre del 2004 ha intascato un utile netto del 94%, miracoloso in tempi di stagnazione economica.


            PUBBLICO IMPIEGO.
            Ai lavoratori assunti a tempo indeterminato dopo il 31 dicembre 2000 e a quelli a tempo determinato dopo il 30 maggio 2000 si applica il Tfr nelle modalità del settore privato, che diventerà una somma di denaro «erogata una tantum con lo scopo di assicurare al dipendente pubblico all’atto del collocamento a riposo, un sostegno per l’adattamento alla nuova condizione di vita non lavorativa». In realtà si pongono le premesse affinché il dipendente ne scelga la destinazione ad un Fondo pensione, cosa impossibile con l’indennità di buonuscita o premio di servizio, che esce dal bilancio pubblico solo al momento del pensionamento.


            Da qui la capitalizzazione virtuale istituita per la transizione. I lavoratori già in servizio sono stati chiamati ad optare per il Tfr entro il 2001, attraverso l’adesione al loro fondo pensione che però non c’era per tutti.


            DOVE FINISCE IL TFR SE IL LAVORATORE NON SI PRONUNCIA?
            Il silenzio equivale all’assenso per il conferimento del Tfr ad uno dei Fondi pensione esistenti nel settore merceologico o azienda in cui il lavoratore subordinato opera. Se fa il commesso in un supermercato, andrà al Fonte (il Fondo di categoria del commercio e turismo), se lavora in una piccola impresa andrà al Fondapi, o a Byblos se sta nell’editoria. Se poi il soggetto risiede in Trentino Alto Adige o in Val D’Aosta, qui le autorità locali con sindacati e imprese hanno istituito dei fondi regionali di riferimento.


            Il problema si pone nei settori scoperti. In sede di attuazione della delega con i decreti legislativi, potrebbe riproporsi il progetto del Tesoro di trasferire all’Inps il Tfr non altrimenti collocabile, riconoscendo un tasso di rendimento superiore a quello del Tfr medesimo, fino a quando l’interessato non avrà deciso che cosa farne. Manovra utilissima per alleggerire il bilancio statale, temutissima dal sistema della previdenza integrativa perché proprio al momento dell’avvio i Fondi di nuova costituzione sarebbero privati di un apporto decisivo come il Tfr.


            LAVORATORI ATIPICI.
            Non hanno il Tfr, il problema non si porrebbe. Invece si pone in maniera drammatica quello della loro pensione complementare ad un assegno Inps che si annuncia a livelli di sussistenza. Per non cadere nelle fauci delle compagnie di assicurazione, le loro speranze sono affidate alla capacità dei sindacati confederali di ammetterli nei Fondi di categoria esistenti.