Il tesoro miliardario di Cgil, Cisl e Uil (Giovannini/2)

18/10/2007
    giovedì 18 ottobre 2007

      Pagina 5 – Primo Piano

      Inchiesta 2
      Il potere del sindacato

      Il tesoro miliardario
      di Cgil, Cisl e Uil

        Insieme incassano oltre 1000 milioni all’anno

          Roberto Giovannini

          ROMA
          Ma come fanno? Dove trovano i soldi?» Quasi sempre è di meraviglia e un po’ di rabbia, la reazione degli elettori di centrodestra di fronte alle immense piazze riempite dai sindacati. Pullman, treni speciali, cortei che invadono le metropoli, quadri e funzionari a migliaia, sedi nei centri cittadini, referendum… Chi paga? Come fa il sindacato a finanziare la sua ampia attività? In cinque modi: con i proventi delle tessere, con i ricavi dall’attività di «servizio» (assistenza previdenziale e fiscale), con il contributo (indiretto) dei datori di lavoro pubblici e privati, con l’attività di formazione professionale, chiedendo soldi «extra» agli iscritti quando serve. Tutte risorse che vengono usate per alimentare un’attività che complessivamente comporta entrate ed uscite per un miliardo e mezzo l’anno.

          Tessere
          Il grosso arriva con i versamenti delle tessere sindacali: il contributo mensile è pari circa all’1% di paga-base e contingenza per i lavoratori dipendenti (dunque, non si tratta proprio di uno scherzo, su buste paga spesso leggere). Molto più bassa l’aliquota (dallo 0,50% allo 0,35%) che grava sugli iscritti pensionati, che peraltro di norma versano una somma in cifra fissa di circa 20-40 euro annui. Secondo gli esperti, gli introiti dal tesseramento ammontano complessivamente a circa un miliardo di euro l’anno, e vengono ripartiti tra la sede nazionale, quelle territoriali e quelle di categoria. Desta molto scandalo – si direbbe senza fondamento – il metodo con cui il sindacato incassa i proventi delle tessere, ovvero col prelievo alla fonte dalla busta paga operato dal datore di lavoro (o dall’ente previdenziale). È certo una bella comodità per il sindacato, ma dire che si tratti di un costo per l’impresa pare un po’ assurdo, grazie all’informatica. Spesso si protesta anche contro l’automatismo del rinnovo annuale della tessera: certo disabitua il sindacato a conquistarsi il consenso, ma oggi con due righe scritte si può cambiare adesione o «strappare» la tessera. Nei fatti, è molto più complicato cambiare gestore del cellulare.

          Assistenza
          Per Cgil-Cisl-Uil i patronati sindacali (le strutture che svolgono assistenza in tema di pensioni) e i Caaf (i centri di assistenza fiscale) sono fondamentali. Ma probabilmente più per i vantaggi «politici» generati (in termini di attività di proselitismo e di servizio a iscritti e potenziali aderenti, oltre che come fonte di «cash flow») che per i «profitti» che se ne traggono. I Caaf incassano infatti quasi 16 euro a dichiarazione dei redditi «lavorata», più circa 10 euro chiesti direttamente all’iscritto (25 per i non iscritti). Secondo le stime, i Caaf di Cgil-Cisl-Uil (che competono con quelli organizzati da altre organizzazioni sindacali e datoriali) incassano circa il 35% del contributo pubblico totale. Fa più o meno 150 milioni di incassi annui, che però – giurano e spergiurano i sindacalisti – sono quasi tutti riutilizzati per pagare le ingenti spese per operatori, consulenti, macchinari e strutture. Anche i patronati hanno un giro d’affari di circa 150 milioni di euro sotto forma di contributo pubblico, secondo le (mai smentite) stime de «l’Espresso». Tuttavia, anche in questo caso gli «utili» generati da questa attività non sono particolarmente elevati: a parte gli alti costi operativi, i patronati per legge devono svolgere attività di consulenza gratuita, e grazie al miglioramento del lavoro dell’Inps vedono ridursi di anno in anno la loro attività.

          Datori di lavoro
          Il sindacato è in grado di «esternalizzare» sui datori di lavoro (pubblici e privati) una serie di costi. In particolare, leggi e contratti firmati tra il 1993 e il 1998 hanno fatto sì che nel pubblico impiego sia previsto il «distacco sindacale retribuito»: il lavoratore fa il sindacalista, lo stipendio (integrativi e contributi compresi) lo mette lo Stato. Nel 2006 ne hanno goduto (in ragione d’anno) 2.275 persone. Altri 1.200 erano in permesso per «l’espletamento del mandato»; 530 per riunioni di organismi direttivi statutari del sindacato; 384 invece erano in distacco non retribuito. Il contribuente ha fatto così risparmiare al sindacato (confederale ed autonomo) circa 100 milioni. Circa 50 milioni ci costano i distacchi retribuiti di cui godono i «pubblici» eletti, dal Parlamento Europeo fino alla circoscrizione. Nel settore privato, invece, a carico dell’impresa ci sono solo i distacchi non retribuiti, in cui il rapporto di lavoro viene sospeso. Infine, chi fa il dirigente sindacale gode di speciali versamenti contributivi a carico dello Stato (cosiddetta Legge Mosca).

            Formazione
            Altri 200 milioni l’anno, secondo le stime, finiscono nelle casse di enti e strutture sindacali grazie all’attività di formazione professionale, un business importante per il finanziamento del «sistema sindacato» in senso ampio. Oggi in Italia esistono 14 fondi interprofessionali costituiti (e diretti) da sindacati e imprese, fondi che incassano il contributo pari allo 0,30% del monte salari delle imprese che aderiscono. Una buona fetta di queste risorse viene destinata ad attività di formazione gestita da enti e istituti di diretta emanazione sindacale e datoriale, o a consorzi. Anche in questo caso i «profitti» non sono imponenti, ma grazie a queste risorse lavora un sacco di gente, sotto forma di stipendi e consulenze. C’è una bella differenza con quanto avviene per Caaf e Patronati, dove il sindacato incassa soldi per fornire un servizio allo Stato e ai cittadini, con un contributo che viene deciso dallo Stato stesso e che viene erogato ad altri Caaf e patronati che sono in concorrenza con quelli sindacali. Nel mondo della formazione, sindacato e associazioni datoriali (Confindustria in testa) incassano soldi dalle imprese, e li spendono per finanziare generosamente i loro stessi enti.

              Contributi extra
              E quando c’è da tirare fuori soldi all’improvviso, diventa decisiva la struttura decentrata del sindacato. «Non è “Roma” a pagare i trecentomila che vengono a manifestare – spiega il numero due della Cisl Pier Paolo Baretta – è ogni singolo organismo locale a coprire le sue spese». Ovvero, i trecentomila a Roma sono in realtà i dieci della Funzione Pubblica di Biella, i cinquanta dipendenti comunali di Venezia, e così via. Spese che le strutture possono sostenere, o che alla fine si reggono battendo cassa ai lavoratori diretti interessati. Stesso discorso per quanto riguarda il bilancio e il patrimonio: ogni singola struttura ha amplissima autonomia di gestione delle sue risorse (entro certi limiti, ovviamente) e dispone di sedi e immobili che garantiscono margini di flessibilità.

              Le leggende urbane
              La più diffusa? Che il sindacato abbia le mani sulla previdenza integrativa, sui fondi pensione. In realtà, la legge pone vincoli rigidissimi a sindacati e imprenditori che pure costituiscono formalmente e «dirigono» i fondi: le risorse materialmente sono in mano a banche, la gestione è affidata a banche, e i dirigenti hanno solo compiti di supervisione assolutamente non operativi. Poi, che i sindacalisti siano un esercito, pagato dal contribuente: secondo le stime più accreditate, in tutto quelli di Cgil-Cisl-Uil sono un po’ più di 20.000. E lo Stato ne paga in tutto 3.000. Terzo, che facciano vita da pascià: Epifani, Bonanni e Angeletti guadagnano 3.500 euro al mese (anche se godono di generosi benefit). I quadri sindacali si accontentano di retribuzioni molto più modeste.

              [2-continua]