Il terziario privato in Italia, Capitolo 3

Prima di avviare l’analisi della struttura occupazionale nella sua articolazione per comparto, dimensione d’impresa e area geografica, è indispensabile tracciare il quadro settoriale su cui si è scelto di lavorare.
Gli occupati sui cui si procederà nello studio sono infatti il risultato di una aggregazione di comparto che fa riferimento agli incarichi di rappresentanza Filcams, che non sempre corrisponde alla codifica settoriale Istat che viene utilizzata per le elaborazioni di contabilità nazionale.
Come evidente dall’Appendice 2, l’unico settore che trova corrispondenza alla tassonomia Ateco91 è il commercio (Codice G50).
Se si guarda il turismo, sono state sommate le attività alberghiere e di ristorazione (H55) con e le attività delle agenzie di viaggio e degli operatori del turismo (I633), comparto che invece nell’attribuzione Istat viene messo all’interno dell’aggregato Tr a s p o r t i .
Ancora più articolata è la situazione nei servizi. Sotto questo settore la rappresentanza Filcams mette insieme un’ampia porzione del terziario privato individuale. Precisamente l’articolazione Ateco91 corrispondente alla categoria, somma alcuni servizi alle persone e quasi l’intero raggruppamento dei servizi professionali e alle imprese (il dettaglio di comparto è disponibile in Appendice 2).
Nonostante questo sforzo di riprodurre la segmentazione settoriale definita dalla Filcams, vanno evidenziate due discrepanze: una prima riguarda gli occupati delle “attività ricreative” che in questo lavoro vengono studiati all’interno del settore dei servizi alla persona, mentre sindacalmente sono gestiti all’interno del turismo; la seconda è nella mancanza dei servizi domestici pur facendo parte dell’area contrattuale della categoria, vuoto che va attribuito ad un limite della fonte censimento intermedio che non ne consente la selezione.
I dati che sono stati utilizzati in questo capitolo sono quelli del censimento. Sicuramente l’unica fonte che non solo consente di identificare con notevole esattezza i confini settoriali delle aree contrattuali della categoria, ma anche di distinguere le imprese in base alla dimensione, e disegnare una mappa accurata di imprese e dipendenti a livello territoriale.
Inoltre, è sempre grazie al censimento, e alla opportunità di accedere alla rilevazione dei dipendenti per Sistemi Locali del Lavoro (Sll), che si può procedere ad una analisi territoriale e per dimensione rispetto all’unità aziendale e non al soggetto giuridico impresa.
Utilizzando i Sll: è possibile inquadrare con maggior precisione la collocazione geografica dell’occupato rispetto alla sua presenza fisica, evitando quindi le distorsioni di attribuzione amministrativa; ed è possibile cogliere la reale articolazione dimensionale in cui si organizza l’attività produttiva di un settore.
Dopo questa breve introduzione metodologica, si può passare a descrivere la composizione del capitolo. I paragrafi su cui verrà declinata l’indagine sull’occupazione sono due:
• con il primo si affronterà il tema dell’evoluzione occupazionale dal 1981 alla data del censimento intermedio 1996, al suo interno la lettura verrà fatta sia guardando le dinamiche e i mutamenti di composizione geografica per i tre macro settori (commercio, turismo servizi), che analizzando i cambiamenti nell’assetto di comparto all’interno degli stessi aggregati;
• attraverso il secondo paragrafo verrà presa in considerazione solo la componente occupazionale dipendente, il dato verrà esaminato a partire dal settore per poi venir declinato rispetto al fattore dimensionale e geografico.

1 Tendenze evolutive nel terziario privato; composizione geografica e di comparto nei settori del commercio, turismo e servizi

Nel corso di questi ultimi vent’anni il terziario corrispondente all’area contrattuale Filcams si caratterizza per un significativo processo di ridefinizione strutturale. In questo contesto, come emerge dalla lettura delle statistiche di censimento, il dato occupazionale segue percorsi evolutivi distinti per aggregazione settoriale.
Già a partire dal dato tendenziale degli addetti (tabella 10), nel corso di questi due decenni, si scoprono diversi comportamenti: il commercio difende i livelli occupazionali; il turismo garantisce una buona crescita; mentre l’insieme dei comparti riconducibili ai servizi triplicano la base occupazionale del 1981.
Se si legge il risultato rispetto ai due periodi presi a riferimento, c’è una prima fase di crescita diffusa (1981/1991) a cui va ricondotta la performance occupazionale dei servizi e turismo e la tenuta per il commercio, seguita da un secondo momento – che va dal 1991 al 1996 – dove si nota un processo maggiormente caratterizzato da fattori di adattamento e riorganizzazione settoriale.

Il dato medio di ogni settore, ad eccezione del Nord-Est per il commercio, pur riproducendosi con lo stesso segno nelle quattro macro aree di ripartizione del paese, mostra differenze interessanti in termini di intensità di variazione.
A questo proposito il risultato più significativo è quello del Mezzogiorno, l’area è capace di una crescita straordinaria nei servizi, superiore al resto del paese, mentre fa registrare un regressione più accentuata nel commercio (-7,5% contro una perdita media del 2,5%) e una crescita nel turismo pari a un quarto di quella nazionale (3,7% contro una variazione media del 14%).

1 . 1 I mutamenti occupazionali attra v e rso un’analisi di comparto per i settori del commercio e servizi

I risultati tendenziali introdotti con il primo paragrafo possono essere interpretati rispetto al comportamento dei singoli comparti che formano il settore.
Iniziando questo approfondimento dal commercio, come evidente dalla tabella 12, l’attività di intermediazione, e quella del dettaglio non specializzato (al cui interno ci sono i grandi magazzini e gli ipermercati) sono i comparti che hanno garantito le migliori performance di crescita occupazionale. Se per il dettaglio non specializzato la crescita occupazionale è da ricondursi a una strategia di estensione delle superfici di distribuzione, il raddoppio della base occupazionale nell’intermediazione in parte può essere spiegato dalla rilevazione statistica di un processo di esternalizzazione di questa fase del ciclo commerciale.
Sempre positivi, anche se con ritmo relativamente più contenuto, sono: la vendita al dettaglio di prodotti farmaceutici e di bellezza; la vendita al dettaglio di carburante; e l’attività di ingrosso.
Seguono invece una dinamica opposta, con casi di importanti perdite occupazionali: il commercio di autoveicoli e moto (-4,3%); il dettaglio specializzato alimentare (-59%) e non alimentare (-11%); la vendita ambulante (-30%).
La disomogeneità nella dinamica occupazionale, effetto di una riorganizzazione del sistema distributivo nella direzione dei grandi esercizi non specializzati, nonché della razionalizzazione del ciclo commerciale, non ha mancato di modificare nel corso di questi due decenni l’assetto occupazionale rispetto all’attribuzione di comparto.
In altre parole, non si registrano notevoli variazioni nella base occupazionale (il dato degli addetti nel periodo 1981–1996 subisce una variazione negativa per poco più di due punti percentuali) ma, come evidenzia la tabella 12, cambiano significativamente i pesi di comparto.
Precisamente, esercitandosi sulla comparazione 1981–1996, l’attività dove si nota un importante cambiamento di peso rispetto all’intera base occupazionale del settore è il commercio alimentare specializzato che è passato da un’incidenza del 16% del 1981 a poco meno del 7% del 1996. Perdita che si spiega con una trasformazione a favore delle attività non specializzate che diventano il 12,5% (7,2% nel 1981) della base occupazionale di settore.
Altro risultato particolarmente visibile è quello dell’intermediazione, attività che pesava per il 4% nel 1981 e che oggi le statistiche gli attribuiscono quasi il 10% degli addetti di settore.

Ripetendo l’esercizio sin qui svolto sul commercio anche per i servizi, si scopre che per tutte le attività di competenza contrattuale Filcams c’è stata una crescita degli addetti (tabella 13). Pure qui come per il commercio bisogna ricorrere a ragioni di sviluppo – ma anche di riorganizzazione con scelte di outsourcing – per spiegare gli aumenti esponenziali di alcuni comparti.
Ad esempio le attività professionali, i servizi tecnici, nonché servizi di pulizia e disinfestazione, sono tre comparti riconducibili a una tradizionale attività di servizio all’impresa che si spiegano nella loro crescita esponenziale solo combinando un effetto sviluppo con un più forte effetto di composizione organizzativa.
Sempre rimanendo nell’ambito dei servizi alle imprese, non è un azzardo ipotizzare che il peso dei fattori si capovolge a favore dello sviluppo quando si guardano le performance del comparto informatico dove l’occupazione è quadruplicata in un periodo che va dal 1981 al 1996.
Nel corso di quindici anni, nonostante la crescita diffusa, il risultato di composizione occupazionale è mutato radicalmente. Concentrandosi sui servizi qui selezionati, nel 1981 la base occupazionale riconducibile alla rappresentanza Filcams si divideva in modo equilibrato tra servizi privati alle persone (attività ricreative e

altri servizi per la persona) e quelli alle imprese (gli altri otto macro comparti presenti in tabella 13). Nel 1996, il forte balzo in avanti di alcuni comparti ha interamente spostato il baricentro verso i servizi alle imprese, attività che oggi rappresentano più di due terzi dell’occupazione complessiva.

2 I settori attraverso un’analisi dell’articolazione dell’occupazione dipendente per dimensione d’impresa e area geografica

In questo paragrafo il dato occupazionale che fa riferimento all’area contrattuale Filcams verrà analizzato solo prendendo a riferimento i dipendenti. Questi rappresentano il 42% della forza lavoro occupata nel commercio; il 47% degli addetti nel turismo e il 54% nei servizi. Inoltre, la lettura non riguarderà le dinamiche, bensì la composizione settoriale, la composizione geografica per macro area e regione e, infine, l’attribuzione per dimensione d’impresa.

2 . 1 Lavoratori dipendenti nel Commercio

La fonte censimento intermedio Istat attribuisce al commercio più di un milione di dipendenti (figura 12). Precisamente, quasi 600 mila sono assegnati al macro comparto del commercio al dettaglio, 200 mila alla vendita di auto e moto, e circa 500 mila riguardano ingrosso e intermediazione.

Per tutti i comparti l’area di maggior concentrazione occupazionale è il Nord-Ovest (figura 13). Si colloca invece all’estremo opposto, con pesi occupazionali simili, anche quando si declina la lettura per ripartizione settoriale, il Sud e Centro Italia. I differenziali di concentrazione si accentuano nel Commercio all’ingrosso e intermediari, con il 70 % degli occupati al Nord (43% solo il Nord-Ovest), mentre si attenuano nel comparto dell’auto dove gli occupati si distribuiscono in modo uniforme tra le quattro macro sezioni del paese.

Approfondendo la lettura geografica fino ad arrivare alle regioni, si verifica che il primato occupazionale del Nord in gran parte va attribuito alla Lombardia. Come evidente dalla tabella 14, la regione Lombardia rappresenta poco più del 27% dell’occupazione dipendente riconducibile al commercio; una presenza occupazionale intorno al triplo di Veneto, Emilia Romagna e Piemonte che si collocano dal secondo al quarto posto come numero di dipendenti.
Se si scende verso il Centro Italia, l’80% dell’occupazione si concentra in modo uniforme tra Lazio e Toscana con quote di poco superiori al 7%, completano la presenza di occupati nel settore, Marche e Umbria che accumulano il rimanente 4%.
Anche per il Mezzogiorno, il dato occupazionale oscilla in modo significativo tra le otto regioni. Le quote più importanti sono quelle di Sicilia e Campania, che con risultati analoghi rappresentano quasi il 9% dell’occupazione nel commercio, e si attestano intorno alla metà dell’intera presenza del settore nel Sud.

Rispetto al parametro dimensionale, l’occupazione dipendente nel commercio si concentra per più della metà in unità con meno di 15 dipendenti (figura 14). Sommando le micro e piccole unità operative (fino a 49 dip.) si coinvolgono quasi tre quarti dei lavoratori del commercio. Il dato si accentua se si guarda il comparto della vendita di auto e moto, mentre si attenua con il commercio al dettaglio. Per quest’ultimo, la scelta di una riorganizzazione verso canali di vendita non specializzati di dimensione medio grandi, ha garantito una presenza del 25% dei lavoratori in unità con più di 250 addetti.
Andando avanti nell’analisi della composizione dimensionale, è utile incrociare il dato con la ripartizione geografica (figura 15). Mettendo a confronto le strutture occupazionali per macro territorio si scoprono importanti differenze nell’organizzazione per dimensione d’impresa.
Lo sbilanciamento verso le piccole realtà produttive progredisce spostandosi verso Sud; in quest’area il commercio si concentra per oltre il 70% in micro aziende (con meno di 15 dip.) e assorbe il 90% se si estende la lettura fino alle unità con 49 dipendenti. Come dimostra il grafico 3, la presenza più importante di realtà medio grandi si registra nel Nord-Ovest con una quota di dipendenti di poco inferiore a un quarto dell’intera base occupazionale.
Anche scendendo a livello regionale (tabella 14) si scoprono significative differenze di organizzazione commerciale. Nel Nord la situazione oscilla tra gli estremi opposti della Lombardia, dove il 40% dell’occupazione è nelle medio-grandi imprese e la Liguria, dove tale quota invece non supera il 15%; per il resto delle regioni il mix dimensionale oscilla intorno a combinazioni di 3/4 occupati nelle piccole aziende e il rimanente 1/4 nelle grandi aziende.
Per le regioni del Centro Italia, invece, si nota: una maggior omogeneità nella struttura dimensionale, e una comune estensione sulle piccole aziende (in media 4/5 dell’occupazione). Le differenze più rilevanti riguardano il Lazio, dove la concentrazione di occupati nella classe con meno di 50 addetti raggiunge un picco dell’85%.
Infine, per quanto riguarda il Sud, il risultato medio di una concentrazione dell’area nel segmento delle piccole intono al 90%, prende forma attraverso la unione di realtà come l’Abruzzo che riproduce il modello organizzativo del Centro Italia con Puglia e Campania dove invece ci si attesta sotto il 10% per le realtà medio grandi.

2.2. Lavoratori dipendenti nel Turismo

I lavoratori dipendenti nel turismo, secondo l’aggregazione di comparto qui selezionata, sono poco più di 400 mila. Come ricostruito nella figura 16, ristoranti e alberghi sono i segmenti più importanti (circa 120 mila dipendenti per ognuno); a questi si aggiungono quasi 70 mila dipendenti dei bar, 55 mila delle mense, 24 mila dei campeggi, e poco più di 20 mila delle agenzie di viaggio.
A livello geografico (figura 16), la quota occupazionale attribuita al Nord supera il 60%, ripetendo quindi il dato rilevato per il commercio. L’ordine invece cambia per le altre aree: nel Centro Italia si concentra il 22% dei lavoratori; mentre nel Sud il restante 16%.
Come mostra la tabella 15, il comparto che maggiormente si discosta dalla segmentazione geografica dell’aggregato “turismo” sono le mense, queste infatti raggiunge un picco di concentrazione nel Nord, con una quota vicina ai quattro quinti degli occupati. In effetti, si tratta di un comparto che comprende anche le mense aziendali, e per questa ragione tende ad assecondare la concentrazione territoriale delle medio grandi aziende.

Anche nel Turismo la Lombardia accumula una presenza occupazionale particolarmente elevata rispetto alle altre regioni (tabella 15); il risultato è di quasi 90 mila dipendenti, che corrispondono al 21% degli occupati del settore. Rimanendo nell’area settentrionale, si distinguono anche il Veneto e l’Emilia Romagna con una concentrazione di lavoratori che superano il 10% del totale. Guardando i risultati delle altre aree, si conferma lo stesso ordine di concentrazione regionale presente nel commercio. Di nuovo, Lazio e Toscana trainano il settore nel Centro Italia, dove sono occupati rispettivamente oltre 40 mila e 30 mila dipendenti, mentre Sicilia, Campania e Puglia garantiscono due terzi dei 65 mila dipendenti riconducibili al turismo nel Mezzogiorno.

Come evidente dalla figura 18, nel Turismo l’attività viene prevalentemente organizzata in micro unità operative. Ad eccezione delle mense, la cui composizione dimensionale è capovolta rispetto agli altri comparti, almeno la metà dei lavoratori opera in realtà con meno di 15 dipendenti. Naturalmente, la quota progredisce per Ristoranti e bar, mentre si attenua con gli Alberghi, campeggi e agenzie.
Costituisce comunque un dato da evidenziare, la presenza – anche se contenuta entro quote mai superiori al 25% – di realtà produttive medie e grandi in tutti i comparti riconducibili al turismo, compresi bar e ristoranti.
Sempre guardando al fattore dimensionale, si potrebbe definire effetto Lombardia, il risultato di composizione del Nord-Ovest che garantisce un maggior equilibrio tra le diverse classi d’impresa. Si tratta infatti dell’unica regione dove l’occupazione si ripartisce in modo bilanciato tra piccole e medio grandi unità operative (tabella 15, figura 19).
Per le altre macro aree il tratto comune è quello di un più ampio frazionamento occupazionale (la classe minore – sotto i 15 dip. – raccoglie almeno 3/5 dei lavoratori). Unica differenza di struttura è rilevabile per il Sud dove quasi scompare la classe maggiore (oltre 250 dip.).
Nonostante il dato aggregato segnali una forte uniformità tra le aree, scendendo ad una lettura regionale, si scoprono interessanti differenze nella ripartizione occupazionale. Precisamente, scorrendo la tabella 15, si nota la possibilità di individuare quattro aggregazioni di struttura che non seguono in alcun modo il fattore macro geografico: la prima riguarda 5 regioni – Trentino-Alto Adige, Friuli V. G., Marche, Abruzzo e Basilicata – accomunate da una presenza occupazionale nelle medio grandi imprese che al massimo si attesta intorno al 5%; si passa a quote che oscillano dal 10 al 15% per Liguria, Val d’Aosta , Toscana, Umbria, Puglia, Sardegna, Calabria, Molise; ci si attesta su livelli intorno al 20% fino al 25% con Piemonte, Veneto, Emilia Romagna Sicilia e Campania; e infine, si raggiungono risultati di straordinaria concentrazione nelle medio grandi realtà rispetto alle caratteristiche del settori con Lombardia (50%) e Lazio (34%).

2.3. Lavoratori dipendenti nei Servizi

Come indica la figura 20, l’aggregato settoriale su cui si procederà nell’analisi si compone di 10 macro-comparti.
Complessivamente, si tratta di una base occupazionale che va oltre i 700 mila dipendenti.
Confermando quanto già detto nell’introduzione, si tratta di una selezione che non corrisponde precisamente all’area contrattuale Filcams. In primo luogo, il censimento intermedio non seleziona i servizi domestici, comparto che invece è affidato alla rappresentanza della categoria, e che la fonte di contabilità nazionale misura in più di un milione di occupati dipendenti.
Inoltre esiste una discrepanza rispetto alla tassonomia contrattuale che comprende le attività ricreative nel turismo e non tra i servizi.

Del raggruppamento selezionato, escludendo quindi in questa lettura i servizi domestici, il comparto più ampio è quello delle attività di pulizia con oltre 200 mila dipendenti. I servizi professionali (studi legali, notarili e consulenza aziendale) e l’informatica, con basi occupazionali molto vicine (rispettivamente 144 mila e 139 mila) sono il secondo e terzo comparto.
Continuando rispetto all’ordinamento per dimensione (si rimanda all’appendice 2 per la descrizione più precisa delle attività comprese in ogni comparto) ci sono: parrucchieri e istituti di bellezza con 54 mila dipendenti; servizi tecnici (attività di architettura e ingegneria) 52 mila dipendenti; investigazione e vigilanza 42 mila; l’aggregato altri servizi operativi che sommando le agenzie di lavoro con 2.200 dipendenti, le agenzie immobiliari con 9.200, e i servizi congressuali con 8.100, raggiunge quasi 20 mila occupati; il comparto del marketing, che riguarda l’attività pubblicitaria e le ricerche e sondaggi di mercato, con un totale di 16 mila dipendenti; le attività ricreative e culturali (sale di spettacolo, discoteche, parchi divertimento e sale giochi) che mettono insieme poco più di 15 mila dipendenti; e in ultimo, stabilimenti per il benessere fisico e altri servizi alla persona sempre con 15 mila dipendenti.
Se si segue la collocazione geografica dei comparti (figura 21), si scopre che il contributo occupazionale del mezzogiorno in 9 casi su 10 è il più basso delle quattro circoscrizioni in cui viene diviso il paese. Al contrario la presenza più importante è sempre quella offerta dal il sistema produttivo del Nord-Ovest.
L’unica eccezione è rappresentata dalle imprese di investigazione e vigilanza, comparto a cui il Sud contribuisce con il 37% dei lavoratori (30% Nord-Ovest; 22% Centro; 12% Nord-Est). Per il resto delle attività; sia quando si tratta di servizi alle persone (ricreativi e di bellezza) che per quelli professionali e alle imprese la circoscrizione meridionale partecipa con quote che oscillano da un massimo del 22% (pulizia e disinfestazione), a un minimo del 5% con l’insieme delle attività pubblicitarie.
La ripartizione per macro aree descritta nella figura 21 è il risultato di disomogenei contributi regionali.
Primo tra tutti c’è sempre l’apporto della Lombardia che da sola garantisce un quarto dei dipendenti del nostro aggregato dei servizi. Un risultato che inoltre copre due terzi della presenza del Nord-Ovest.
Un forte sbilanciamento si verifica anche nel Centro con il Lazio, che garantisce il 13% dei dipendenti che corrispondono al 60% del risultato di area.
Per le altre due circoscrizioni il risultato invece dipende da almeno due regioni: per il Nord-Est ci sono Emilia Romagna (10%) e Veneto (8%); per il Sud ci sono Campania (5%), Sicilia (3,5%) e Puglia (3,5%).
La straordinaria diversità organizzativa dei comparti che sono aggregati sotto il macro settore dei servizi, è evidenziata dalla ricostruzione dell’elemento dimensionale (figura 22). Non si colgono uniformità neanche scendendo verso la sotto classificazione tra servizi privati alle imprese e quelli alle persone.
Le tradizionali attività di vigilanza e di pulizia sembrano essere quelle più strutturate in unità produttive medio gradi. Si tratta infatti di due comparti che si connotano per una eccezionale densità occupazionale nelle realtà che hanno almeno 50 addetti (70% per i servizi di pulizia, 75% per la vigilanza).
Si collocano invece su posizioni fortemente sbilanciate sulle piccole, le attività professionali e i due comparti dei servizi alla persona (attività ricreative e di bellezza). Tra questi, l’unico raggruppamento che non si presenta particolarmente frammentato su micro sistemi produttivi (con meno di 15 addetti) è quello delle attività ricreative.

Infine, pubblicità, servizi tecnici e informatica, pur se con diversa gradazione, si spalmano in modo più bilanciato tra piccole e medio grandi azi ende. Tra i tre compar ti, l’informatica è quella che garantisce il miglior risultato di occupazione nelle realtà che superano i 50 addetti. Precisamente, con la classe più alta (oltre 250 dip.) si raggiunge una densità del 25%, a cui si aggiunge un altro 13% di lavoratori appartenenti alla classe immediatamente precedente (50 e 249 dip.).
Nonostante le forti differenze di struttura e di presenza geografica dei comparti, l’aggregato dei servizi si compone per dimensione d’impresa in modo simile tra le quattro circoscrizioni territoriali (figura 23). Qualche discrepanza la si individua: nel maggior peso della classe minore per il Nord-Est; e nella più contenuta presenza occupazionale nelle grandi realtà a vantaggio delle medie unità operative, per il Sud.
Bisogna scendere a livello regionale per rilevare importanti differenze di struttura dimensionale. Il settore (inteso come aggregato dei 10 comparti ), supera il 50% dei dipendenti nelle medio grandi aziende solo nel Lazio e Campania (tabella 16).

Sempre guardando le unità con più di 50 dipendenti, per la Lombardia (dove si concentra il 25% dell’economia dei servizi) ma anche per altre regioni con diversa presenza occupazionale (Piemonte, Emilia Romagna, Puglia e Trentino- Alto Adige), si scende intorno al 40% di dipendenti.
Infine, per il resto dei territori, almeno in quelli dove il censimento rileva una interessante presenza del settore, si registra un ulteriore sbilanciamento che si misura con un dato occupazionale per le medio/grandi intorno al 30%.

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