Il terziario motore dell’economia grazie all’hitech

30/03/2007
AFFARI & FINANZA
Supplemento di economia, investimenti e management a
"il lunedì di Repubblica" del 26 marzo 2007. Anno 22 N.12

    Pagina 22 – MULTIMEDIA

      Il terziario motore dell’economia
      grazie all’hitech

        ANNA MARULLO

          Nei prossimi tre anni la voglia di migliorare la qualità della vita farà aumentare in maniera esponenziale la domanda di servizi. La capacità di far fronte a queste aspettative però passa attraverso l’impiego che il settore saprà fare delle nuove tecnologie e del knowledge management tipico delle economie più avanzate. Di questo parla lo ‘Scenario terziario futuro’ realizzato, coinvolgendo un team di esperti di gran prestigio, dal Cfmt (Centro di formazione management del terziario) e dalla S3Studium. «C’è il pericolo che l’espansione economica che il terziario garantirà dice Claudio Pasini, presidente del Cfmt e di Manageritalia sia inegualmente distribuita fra Nord e Sud. Nel rapporto richiamiamo l’attenzione su questo divide qualitativo, dalla sanità ai trasporti». Sarà anche cruciale il ruolo selettivo che faranno le grandi reti della mobilità. «Il rischio è che si creino delle sacche non raggiunte dalla Tav in cui le politiche locali diverranno attente a puntare sull’utenza locale, che ridiventerà preziosa. Per reggere alla concorrenza i nostri servizi dovranno abbassare i prezzi e aumentare qualità e produzione sperimentando nuove soluzioni».

          Ecco perché assisteremo al grande boom del terziario avanzato, tutte le professionalità ad alto contenuto di conoscenza, come i servizi di consulenza, marketing, Ict, comunicazione. «Le aziende che si distinguono nel mercato globale dice Gregorio De Felice, capo servizio studi di IntesaS.Paolo sono quelle che hanno investito di più in brevetti e Ict». Le imprese italiane si rivolgeranno a chi ha conoscenza dei contesti dei vari paesi, ed è in grado di accompagnare i processi di internazionalizzazione dei loro sistemi: i servizi alle imprese aumenteranno del 2,52,8%». L’internazionalizzazione è una necessità. Il rafforzamento del mercato finanziario stimolerà fusioni e acquisizioni a scapito delle medie aziende costrette a competere nei settori aperti alla concorrenza. «Per ridurre il nanismo della nostra industria spiega Tito Boeri, economista della Bocconi da qui al 2009 interverrà lo stato con le liberalizzazioni del commercio e un’attenzione alla distribuzione dei vantaggi fiscali». Tra le industrie nostrane, quella manifatturiere trarranno vantaggio dall’impiego di servizi tecnologici: anche se l’Italia continuerà a perdere terreno nella produzione di beni materiali, sempre più appannaggio delle economie asiatiche, la produzione dei beni di fascia alta può grazie alla tecnologia rimanere competitiva. Nei settori tradizionali, turismo e commercio, l’impiego della tecnologia è già una realtà. «Il turismo online è più produttivo di quello delle agenzie di viaggio», conferma Piergiorgio Togni, una vita nel turismo, oggi consulente di Rutelli.

          Crescerà l’ecommerce ma rimarrà sotto i livelli europei. E l’evoluzione dei consumi continuerà ad essere influenzata da dinamiche sociodemografiche quali la crescente tendenza delle donne a lavorare che si ripercuote sull’incremento dei servizi alla persona, l’aumento dell’età media e del tempo libero che stimola la diffusione dei consumi culturali, oltre a tutte le implicazioni per la domanda di servizi dell’invecchiamento della popolazione. «L’economia dei servizi dice il sociologo Domenico De Masi crescerà sempre di più, qui sta il futuro sia in termini di sviluppo del nostro paese che di richieste del consumatore. La nostra è una società postindustriale: disorientata, ma che chiede raffinatezza». La ricerca prospetta poi un aumento dei servizi legati all’ambiente: la sperimentazione di forme alternative d’energia può aprire nuovi mercati che amplieranno il settore terziario. Tutto dipenderà dalla capacità di investire nel settore: il mercato ambientale è il più appetibile ma anche il più rischioso. In Europa, salvo la Germania, in pochi credono in questo tipo di investimenti. Eppure, spiegano studiosi come JeanPaul Fitoussi e Enzo Rullani, chi investe riesce a competere sui mercati internazionali: bisogna quindi credere nei nuovi progetti e affrontare l’incognita degli investimenti a rischio. Questo deve realizzarsi prima di tutto nel nostro paese. Visto che la comunità europea è stata creata proprio per fare grande il sistema del vecchio continente. L’Unione degli intenti di tutte le nazioni europee, in settori all’avanguardia come quello ambientale, potrebbero essere il collante si augura Fitoussi per una futura comunità politica.