Il tavolo sulla spesa sociale parte senza la Cgil

08/07/2002







Del 7/7/2002 Sezione: Economia Pag. 2)
IL MINISTERO DEL WELFARE: SI TRATTA CON CHI HA FIRMATO
Il tavolo sulla spesa sociale parte senza la Cgil
Cofferati: «Vogliono tenere fuori l´interlocutore più grande. E´ democrazia?»

ROMA
Non è finita. Il Patto per l´Italia fa ancora discutere. C´è una coda ulteriormente velenosa alle trattative: il ministro del lavoro e delle politiche sociali Roberto Maroni esclude la Cgil dai prossimi incontri previsti per concretizzare le misure concordate e il segretario della Cgil Sergio Cofferati lo bolla come antidemocratico. Nella prossima settimana il senato si occuperà delle norme sul lavoro. E l´opposizione di centrosinistra ragiona anche animatamente sul senso dell´accordo fra il governo di Silvio Berlusconi e tutte le organizzazioni di datori di lavoro e lavoratori tranne la Cgil su lavoro, fisco, Mezzogiorno ed economia sommersa. Esulta Maroni, secondo cui è stata avviata «la più grande riforma del mercato del lavoro mai tentata nel nostro paese». Quello siglato, obietta per il centrosinistra l´ex sottosegretario alla presidenza Enrico Micheli «è un accordo misero, con un chiaro scambio, un do ut des, tra l´articolo 18 e l´aumento dell´indennità di disoccupazione». L´articolo 18, fonte di aspri conflitti, contiene le regole per i licenziamenti senza giusta causa e sarà derogato solo per le aziende che superano assumendo i quindici dipendenti. Questo intervento è stato approvato dalla Cisl e dalla Uil e respinto dalla Cgil. Ma la Cgil, come fa sapere Maroni con una nota, ora non sarà ammessa al tavolo di confronto che si aprirà «per la definizione degli interventi da effettuare per costruire il nuovo welfare», le nuove regole di protezione sociale. Il ministro precisa infatti che la partecipazione è riservata alle sigle «che hanno firmato il Patto» poichè devono essere attuati i «numerosi impegni» previsti. Si tratta di «un´assurdità» per Cofferati: «È una bella dimostrazione di rispetto delle regole democratiche tenere fuori dalla discussione il più importante sindacato». La mancata convocazione della Cgil è contestata sia dal segretario della Cisl Savino Pezzotta («L´accordo siglato non esclude la Cgil») che dal leader diessino Piero Fassino che giudica «molto grave» la decisione di Maroni. Al Senato riprenderà l´esame del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro dal quale era stata scorporata la parte contestata sull´articolo 18. Gli emendamenti dovranno essere presentati entro giovedì e da martedì 16 potrebbe cominciare la discussione in aula. La maggioranza immagina tempi rapidi anche per il disegno di legge relativo all´articolo 18. Nel governo c´è soddisfazione. Con il Patto «si apre una nuova stagione del dialogo sociale in Italia, senza più diritti di veto per nessuno» afferma il ministro delle politiche agricole Gianni Alemanno. Per le organizzazioni che hanno dato vita all´accordo, Pezzotta puntualizza che, con l´intervento sull´articolo 18 «la giusta causa resta e chi scrive il contrario, come scritto da due quotidiani dice il falso perché non è assolutamente vero». Il vicepresidente della Confindustria Nicola Tognana sostiene che ora bisogna «smettere di tenere i riflettori alzati» per cogliere «le opportunità che il Patto per l´Italia porta dentro di sè». L´opposizione boccia il Patto, giudicandolo secondo le diverse impostazioni più o meno scadente. Ma si trova tra i due fuochi: il sì della Cisl e della Uil e il no della Cgil. E´ una situazione che sta provocando difficoltà. La segreteria della Cgil conferma la volontà di indire uno sciopero generale in autunno e di promuovere un referendum abrogativo della modifica dell´articolo 18. Ma il segretario confederale della Cisl Pierpaolo Baretta invita l´Ulivo e la Margherita a «valutare seriamente il merito e le prospettive» del Patto prima di «insorgere come chiede Cofferati». Baretta sostiene che «la riforma fiscale nata sotto il segno dei ricchi è stata con il negoziato orientata a favore dei redditi bassi». Il leader della Margherita Francesco Rutelli tenta di conciliare le diverse esigenze. Dice di aver sentito «paroloni» chiedendosi se «l´arrosto c´è». Però non dà «un giudizio tranciante»: il rispetto delle «posizioni di chi ha firmato» convive quindi con la decisione, confermata, di dire no in Parlamento al Patto. Il responsabile economico della Margherita Enrico Letta invita a effettuare una «chiara distinzione dei ruoli» tra il sindacato, di cui va rispettata «l´autonomia», e l´Ulivo la cui «contrarietà» al Patto è dichiarata. Anche il vicepresidente della Margherita Arturo Parisi sottolinea «il valore della reciproca autonomia tra sindacato e politica», evitando «l´appiattimento su una posizione». Ma queste osservazioni si scontrano con una questione ormai sul tappeto: sostenere o no l´ipotesi di referendum? Le posizioni si divaricano. Rutelli cerca di evitare tensioni facendo sapere che parlerà con lo stesso Cofferati della questione. Il presidente dello Sdi Enrico Boselli ritiene che l´Ulivo non debba promuovere il referendum sull´articolo 18 perché questo rischierebbe di trasformarsi in un giudizio «non solo contro il governo ma anche contro la Cisl e la Uil». Al contrario il presidente dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio vuole il sì «compatto» dell´Ulivo al referendum. E il capogruppo alla camera dei comunisti italiani Marco Rizzo è convinto che la consultazione popolare sia «la strada per battere Berlusconi» che «ha intrapreso la via della rottura sociale». Più in generale per Gloria Buffo, esponente della sinistra ds, «è doveroso dire da che parte si sta, se col modello proposto dal governo o con Berlusconi».

Roberto Ippolito