Il tavolo del welfare parte male

19/04/2007
    giovedì 19 aprile 2007

      Pagina 8 – CAPITALE & LAVORO

        Il tavolo del welfare parte male
        «Tesoretto» promesso un po’ a tutti

          Padoa Schioppa: «2,5 miliardi sono sufficienti ad allineare l’Italia agli altri paesi europei». Tutti i sindacati li giudicano insufficienti e anche nel governo si alzano le voci critiche

            Francesco Piccioni

            Bisogna ammettere che Tommaso Padoa Schioppa, più noto per essere «un tecnico», deve possedere straordinarie capacità di venditore. Basta vedere su quanti «tavoli di concertazione» ha già speso il famoso «tesoretto». Lui stesso ha ricordato che si tratta in tutto di 2,5 miliardi di euro, frutto dell’«anticipo con cui viaggiamo sulla tabella di marcia del risanamento». Non una gran cifra, ma a lui bastano per annunciare che «nella prossima finanziaria non ci sarà bisogno di una manovra correttiva». Una vera notizia, a suo modo.

            In ogni caso questo «tesoretto» è stato promesso all’universo mondo. Prodi l’aveva diviso in due (un terzo alle imprese, due alle famiglie); Nicolais l’aveva impegnato per il rinnovo del contratto degli statali; ieri il ministro dell’economia si è detto diponibile a investire «tutto l’extragettito nello stato sociale». Con questo termine, però, il ministro comprende gli ammortizzatori sociali per i precari, l’aumento delle pensioni più basse, la riforma dello «scalone», i coefficienti di trasformazione delle pensioni e la contrattazione di secondo livello. Promette insomma un lauto pranzo avendo in tasca i soldi per una merendina, peraltro già promessa ad altri.

            «In compenso», si fa per dire, ha chiarito definitivamente che per i contratti integrativi dei «pubblici» non ci sarà un euro in più di quanto previsto; eventuali risorse andranno reperite riducendo la spesa, accorpando enti previdenziali, realizzando «maggiori efficienze», ecc. Ha subito ricevuto l’interessato applauso di Confindustria (che teme l’effetto volano sulle richieste salariali nel settore privato), anche perché si è spericolatamente sbilanciato sulla «necessità di riflettere sulla contrattazione di primo livello»; ossia sull’assetto dei contratti nazionali, che proprio Confindustria – e non solo – vorrebbe depotenziare al massimo.

            Sul fronte opposto, all’interno del governo, il ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero. Secondo cui «servono molte più risorse per abolire lo scalone e potenziare il welfare, dalla casa alla non autosufficienza. Dopo una manovra da circa 40 miliardi non si capisce perchè l’extragettito debba addirittura essere considerato un anticipo della riduzione del debito per il prossimo anno». E ricorda che anche Prodi aveva compreso il rischio: «non possiamo ammazzare il paese per ridurre il debito». In serata il segretario del Prc, Franco Giordano, pronuncia un serio altolà: «Le parole del ministro dell’economia, qualora corrispondessero alla linea del governo, provocherebbero l’impossibilità di definire un’intesa in seno alla maggioranza di centro sinistra».

            Non l’hanno presa bene i sindacati. Cgil, Cisl e Uil hanno in vario modo fatto pesare la propria insoddisfazione. Fulvio Fammoni, segretario confederale presente al tavolo per la Cgil insieme a Morena Piccinini, ha definito «sbagliato il metodo e le quantità». «Non è credibile», infatti, «che così non ci siano risorse per gli altri tavoli e, se ci sono, deriveranno solo da risparmi di legislatura; quindi non immediati». Un orientamento «preoccupante», specie per il riferimento negativo alla contrattazione nazionale. Parere ampiamente favorevole, invece, per l’estensione degli ammortizzatori sociali ai precari; anche se «la discussione tra tutele e nuove regole del lavoro è intrecciata, e deve avere al centro il tempo indeterminato come forma di laviro normale»; con l’obiettivo di «intervenire sulla legge 30» (ormai nemmeno più nominata dal governo). Altrimenti, par di capire, «ammortizzare» la precarietà diffusa avrebbe un costo pari a vari «tesoretti». Anche la Cisl storce il naso: «abbiamo manifestato le nostre preoccupazioni rispetto alle quantità indicate che, ora, sono chiare, ma da incrementare rispetto ai tanti obiettivi». Ancora più netto il giudizio della Cub: «Se a questo aggiungiamo l’esplicita dichiarazione di Damiano che solo un paio di figure previste dalle legge 30 (staff leasing e job on call) possono essere abrogate, e non quindi l’intera legge, emerge un quadro fosco e a dir poco preoccupante».

            Preoccupa. in effetti, che le leve decisionali siano in mano a chi – con grande freddezza – ignora la dimensione dei problemi sociali perché attento solo all’equilibrio di bilancio. Come se un paese potesse essere governato con gli avanzi.