Il Sole 24 Ore – “Lavorare con l’algoritmo, ecco la fabbrica che verrà”

28/11/2017

E’ una goccia che sta scavando nelle relazioni sindacali. La goccia si chiama algoritmo ed è già una realtà consolidata per le piattaforme digitali e la logistica. Le app nate per la consegna delle pizze e gli scanner, i cui sistemi organizzano il lavoro, sono la punta di un iceberg che si sta scoprendo. Non è più soltanto una questione aziendale di competitività e produttività, ma è un vero e proprio tema core per gli stessi sindacati. Le potenzialità dei sistemi algoritmici sono altissime e Cgil, Cisl e Uil si stanno attrezzando con aree intitolate, non a caso, industria 4.0 perchè è là che l’algoritmo sta atterrando. «L’innovazione deve fare il suo corso ma va negoziata», dicono.

È una goccia, per ora, ma sta scavando a poco a poco nei meandri delle relazioni sindacali. Senza che nessuno scienziato si offenda per la semplificazione, la goccia si chiama algoritmo. Le app nate per la consegna delle pizze e gli scanner sono solo la punta di un iceberg che a poco a poco si sta scoprendo. Le società della new economy non fanno mistero di aver mutuato dall’industria tutta una serie di metodologie di lavorazione per efficientare il processo continuamente. E proprio lì,queste metodologie, ripensate attraverso l’informatica e le nuove tecnologie, stanno ritornando. Semplificando e, aiutati da un paio di esempi (alla manifattura sarà riservato un capitolo a parte), vediamo dove si usa e come funziona quella che, in casa Cgil, definiscono la versione 4.0 del capo del personale. Prima un salto nei mondo Amazon e poi un altro in quello di Foodora. Due mondi diversi, due settori diversi che però ci aprono la porta del mondo della disintermediazione del rapporto di lavoro. E della rivoluzione silenziosa nella relazione tra azienda e sindacato. Una relazione dove le piattaforme rivendicative all’antica maniera, per le imprese, non funzionano più: Amazon non ha nemmeno preso in considerazione quella che gli era stata presentata dai sindacati per l’integrativo dei lavoratori con il contratto del commercio. Andiamo. Nel mondo di Amazon troviamo i picker e i runner, in quello di Foodora i rider. Chi sono e cosa fanno i picker e i runner, chiediamo a un manager delle operations di Amazon. Per capirlo entriamo nel polo logistico di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, dove attualmente sono al lavoro 1.600 lavoratori diretti e 2mila lavoratori in somministrazione che sono stati ingaggiati per il periodo tra settembre e dicembre per far fronte al picco natalizio. E lunedì mattina, sono le 8, arriva il primo camion, attracca e il suo carico viene scaricato nelle baie. E già in questo stadio che entra inazione lo scanner, un dispositivo che, tanto per intenderci, ha la forma delle comuni pistole usate nelle casse dei supermercati. Ogni addetto è praticamente associato a uno scanner che rileva il percorso della merce ma anche tutto il suo lavoro e in qualche modo lo guida nella sua esecuzione, attraverso un algoritmo che si basa su parametri definiti dall’azienda e che sono coperti dal cosiddetto segreto industriale. L’obiettivo qual è? Far sì che il lavoro sia più produttivo e svolto in economia. Ma anche secondo ritmi piuttosto serrati, certamente più dettati dal software che non dal lavoratore. E arrivata l’ora di pranzo, dunque lasciamo picker e runner, che percorrono fino a una mezza maratona a turno, ed entriamo nel mondo di Foodora e dei suoi rider. Qui una app ci consente di ordinare il nostro pranzo che ci verrà consegnato nel più breve tempo possibile. Come funziona la app? Una volta ricevuto l’ordine, inoltra la richiesta di consegna al rider più vicino al ristorante che, seguendo un percorso predefinito o che lui stesso decide, potrà consegnare il pranzo nel più breve tempo possibile. La piattaforma digitale consente l’incontro diretto tra domanda e offerta di lavoro e soprattutto svolge un compito di coordinamento tra la prestazione lavorativa e il resto dell’organizzazione. Ma chi sono i rider e quale contratto hanno? I rider, ci spiegano da Foodora, sono soprattutto giovani: la loro età media è di 24/25 anni. Sono alla ricerca di un lavoro flessibile per tempo e impegno e Foodora dà ai rider la possibilità di lavorare secondo le loro esigenze. A sua volta ha un’organizzazione molto flessibile in modo da poter modulare il lavoro in funzione della domanda. I contratti, in Italia, sono contratti di collaborazione coordinata e continuativa che contemplano anche un’assicurazione integrativa. Il compenso? 4 euro a consegna A proposito: se un rider non accetta di svolgere la consegna? Il solito algoritmo consente di individuare gli altri rider più vicini al ristorante dove ritirare il nostro pranzo e poi svolgere la consegna seguendo un percorso che sarà il rider a scegliere. Si può sapere qualcosa di più su questo algoritmo? No, c’è il segreto industriale. Come si è detto nella premessa stiamo parlando di organizzazioni diverse, ma dove la flessibilità estrema è uno dei punti di forza. Anche dal punto di vista contrattuale. Non è un caso che a Castel San Giovanni i lavoratori in somministrazione superino quelli diretti e che quelli di Foodora siano tutti collaboratori. Ma torniamo all’algoritmo. Per il sindacato sta diventando un cruccio dilagante: è evidente che le sue potenzialità sono altissime in quanto i comparti interessati non sono solo la logistica o il commercio, ma è ancora più evidente che in questa fase l’algoritmo non è negoziato e negoziabile. «L’algoritmo non può essere considerato una semplice macchina, uno strumento di lavoro. E un elemento dalle potenzialità altissime, molte anche positive, si pensi a quali prospettive può aprire nella medicina predittiva o nel monitoraggio ambientale. Ma ci possiamo vedere anche una versione critica e molto sofisticata del capo del personale, un manager digitale – spiega Alessio Gramolati della Cgil -.Un management digitale che può esercitare il controllo dei lavoratori attraverso RFID, GPS, IPcam, software e algoritmi spioni. Una sorveglianza senza frontiere che rischia di rompere il legame di fiducia tra datore di lavoro e impiegato e che ha il potere di destrutturare le relazioni sindacali e il rapporto tra azienda e lavoratore». La Cgil chiede che l’algoritmo venga condiviso con il sindacato. La Cisl ci tiene a precisare che per il momento la platea dei lavoratori interessati, in Italia, è ancora ristretta. C’è però una riflessione tra le parti sociali per evitare che si diffondano fenomeni di sfruttamento. Gigi Petteni, segretario nazionale della Cisl, dice che «intanto va precisato che non servono nuove tipologie contrattuali, visto che il panorama contrattuale italiano è già abbastanza vasto. E poi sarebbe necessario recensire tutte le piattaforme digitali che devono essere sottoposte a controllo da parte del ministero del Lavoro». Assolte queste premesse, c’è il lato politico della questione. L’algoritmo pone infatti un tema di reciprocità e di garanzia dei diritti e dei doveri, oltre che di privacy. Che sia un algoritmo a gestire tempi e metodi di lavoro, nell’era dell’impresa 4.0, non è affatto scandaloso, secondo il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo: «Il punto è che questa impostazione deve essere condivisa con e dai lavoratori attraverso la contrattazione tra le parti sociali. L’innovazione tecnologica deve fare il suo corso, ma la questione va ricondotta nell’alveo delle relazioni industriali e della contrattazione aziendale. Conviene anche alle imprese: è dimostrato, infatti, che la produttività aumenta con il benessere lavorativo».

L’ALGORITMO

Che cos’e? I sistemi algoritmici vengono utilizzati dalle piattaforme digitali e da alcune organizzazioni, soprattutto nel settore della logistica, per organizzare il lavoro partendo da una formula che associa a ciascun obiettivo un peso, basato su determinati parametri aziendali e che l’azienda può modificare in base alle necessità. Il risultato è rappresentato da soluzioni che rappresentano quello che dovrebbe essere il compromesso ideale. Partendo da una base di dati della struttura e applicando il sistema si arriva a una soluzione che consente al lavoratore di svolgere la sua attività raggiungendo i livelli di produttività auspicati dall’organizzazione e anche le migliori condizioni di salute e sicurezza. Gli effetti La digitalizzazione e le piattaforme digitali hanno aperto le porte di alcune realtà imprenditoriali a migliaia di outsider che fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro con contratti non necessariamente continuativi e tantomeno subordinati. Con vantaggi tanto per i diretti interessati che possono svolgere l’attività lavorativa in base alle loro esigenze quanto per le imprese che possono rimodulare il lavoro in base alla domanda. Se la digitalizzazione ha aperto le porte del mondo del lavoro a migliaia di outsider e ha consentito una flessibilità estrema nell’organizzazione del lavoro di alcune realtà imprenditoriali, dall’altro lato ha significato anche andare incontro a maggiore discontinuità della prestazione lavorativa e alla perdita della contribuzione e delle coperture previdenziali. Una prestazione che, tra l’altro, viene governata e regolata attraverso software, basati su parametri aziendali e che il lavoratore non conosce. Informatica, tecnologia e rete consentono di misurare il lavoro secondo metodi diversi, forse più oggettivi, perché basati sui dati, ma aprono capitoli nuovi come la privacy. Il controllo diventa sui risultati di lavoro più che sulla presenza al lavoro e quindi subentrano temi come la maggiore partecipazione del lavoratore e lo stress da controllo. La nuova strumentazione chiede un nuovo approccio alla contrattazione soprattutto per la difficoltà a governare il salario e la produttività attraverso i minimi tabellari nazionali.

PRODUTTIVITÀ ACCESSIBILITÀ FLESSIBILITÀ

Impronta digitale. Assodati a uno scanner che li guida, i lavoratori la sciano traccia di ogni loro azione