Il sindacato Usa entra nella Rete

30/01/2001





   


28 Gennaio 2001






Il sindacato Usa entra nella Rete
Finita l’euforia, anche nella "new economy" si scopre che padroni e lavoratori non sono per niente uguali. Con i primi licenziamenti arrivano anche i conflitti "vecchio stile"
EMANUELA DI PASQUA

La parola sindacato evoca il ricordo degli operai della prima grande industria, quelli che – come ci ricorda Vittorio Foa – chiamavano ingegnere il martello, per intenderci, e che iniziavano a prendere consapevolezza della propria condizione in un mondo di padroni poco sensibili ai diritti più elementari. Si parla di orari da Stakanov, in un sistema in cui non esistevano le ferie, l’aspettativa, la malattia, il permesso, nulla.
Poi piano piano, a furia di rivendicazioni, le cose cambiarono e un giorno arrivò Nicholas Negroponte, il guru di Internet, ad annunciare l’avvento del regno della libertà e la fine delle differenze tra padroni e lavoratori. Era nata la
new economy, ovvero l’economia digitale. L’esercito di lavoratori fu viziato da appetibili stock options, che consentirono al dipendente di togliersi un bel po’ di soddisfazioni.
L’inspiegabile bolla delle azioni Internet era in piena esplosione, anche se qualche Cassandra già iniziava a gufare, mettendo in guardia il mondo che il Bengodi non sarebbe stato eterno.
Contemporaneamente uscivano le prime testimonianze sulle condizioni dei lavoratori dell’industria tecnologica e si iniziava a capire che non se la passavano poi così bene. Narcotizzati dalle
performance borsistiche delle proprie aziende di cui avrebbero potuto esercitare l’opzione, gli impiegati di Microsoft, solo per citare un esempio, furono lo spunto del libro "Microservi", di Douglas Coupland, che descriveva la vita-non-vita dei lavoratori di Redmond, le loro frustrazioni e il loro sogno di libera imprenditoria in quel di California. Poi uscì "NetSlaves", ovvero i forzati della Rete, ora anche in italiano. Nato da un sito che raccontava storie di ordinario sfruttamento, il titolo del volume la dice già tutta sulla verità più cruda della Grande Rete.
Intanto Jeremy Rifkin, ne "La fine del lavoro", proponeva un ritratto della nuova economia come un nocciolo ristretto di intelligenti che pauperizzano e precarizzano il resto del lavoro.

Da che mondo è mondo ci sono due regole infallibili sulla mobilitazione: i lavoratori insorgono o quando c’è "grasso" o in periodi di magra. Da una parte, quando il piatto è ricco, chi sta ai margini del potere vorrebbe partecipare alla festa, dall’altra, quando tira aria di crisi, le insoddisfazioni emergono con più prepotenza.
Nella nuova economia la protesta sindacale si è fatta sentire solo nel secondo caso, quando le magiche azioni hanno iniziato a calare in picchiata, svelando le debolezze di un sistema che sembrava infallibile, e le leggendarie "pink slip", le letterine rosa di licenziamento, hanno iniziato a fioccare.
I motivi per cui le
Unions non hanno fatto sentire prima la propria voce sono da individuarsi soprattutto nella natura individuale delle trattative di lavoro, che inibì in parte la corsa alla sindacalizzazione.
In realtà le prime esperienze di questo fenomeno sono emerse già nel ’98 tra i lavoratori temporanei di Microsoft che formarono la Washington Alliance of Technology Wokers, o WashTech. Poco dopo Ibm seguì l’esempio e si formò la Alliance@IBM e molto dopo arrivarono i dipendenti di Amazon, quelli del servizio clienti e dei magazzini di libri. Ma si trattava ancora di esperienze embrionali e timide.
A rallentare il fenomeno contribuì anche una cultura tipica dell’era digitale, genericamente impregnata di darwinismo, e la convinzione diffusa che il lavoratore hi-tech fosse mediamente privilegiato, più colto e consapevole.
Le stock options poi si sono diffuse capillarmente e costituivano, oltre che un ambito traguardo, anche un legame con l’azienda di appartenenza.
Secondo un recente sondaggio di EmploiCenter, circa il 70 per cento delle società intervistate dichiara che tutto o buona parte del personale è associato, in un modo o nell’altro, al capitale dell’impresa. Questo ha fatto sì che per la prima volta il lavoro abbia iniziato a dipendere da una variabile finanziaria.

Certo già prima esistevano vari tipi di incentivi legati al margine operativo lordo, ma la nuova economia mette le condizioni del lavoratore in rapporto diretto con quelle del mondo finanziario, che diventa in tal modo l’epicentro del terremoto nel momento in cui il mercato borsistico cede. E in men che non si dica la parola sindacato entra nel vocabolario della new economy.
Il resto è cronaca: la gente è più arrabbiata e si verificano addirittura episodi di migrazione di ritorno verso le aziende che in precedenza erano state abbandonate per andare verso
start-up promettenti. Il padrone perde il potere che poteva esercitare in pieno boom di azioni Internet, quando le mitiche stock options non solo gli costavano poco, ma impedivano anche l’esodo del personale, legato all’azienda dal sogno di incassare ricche plusvalenze dalla vendita delle azioni.
Inizia la lunga catena di licenziamenti eccellenti, gli ultimi dei quali da parte di Aol-Time Warner, Altavista, CNN, Motorola, Nortel e Lucent, proprio in questi giorni. La parola sicurezza torna ad avere un’accezione positiva e la voglia di unirsi e allearsi da parte della forza lavoro viene di conseguenza.
Né sono mancati gli argomenti di protesta al personale hi-tech, improvvisamente risvegliatosi dopo un periodo di lungo torpore.
Le dot.com citate per violazioni alle leggi sul lavoro e ai principi di uguaglianza sociale sono molte, a cominciare da Microsoft, chiamata in giudizio sia per la sua politica di discriminazione razziale, sia per la condotta poco esemplare con i
temps, i lavoratori temporanei. Anche America Online, Priceline, MicroStrategy e altre si sono distinte per scarsa democraticità e sono state trascinate in tribunale.
Se in alcuni aspetti infatti la nuova economia ha dimostrato uno spirito più libero dell’economia tradizionale, in altri ha svelato un’indole più propensa allo sfruttamento. Aumentano dunque le
dot com alle prese con le rivendicazioni dei propri dipendenti, in termini di salario, di benefits e di potere.

Ma come reagisce l’economia della Rete ad un concetto così old economy come quello della sindacalizzazione? Maluccio a giudicare dal primo caso concreto che si è verificato, quello di Etown.
Il servizio consumatori di Etown.com doveva essere il primo nella storia delle aziende
dot com ad avere una rappresentanza sindacale autorizzata.
"Si tratta dell’unico modo per poter parlare apertamente di stipendi, straordinari e promozioni", sosteneva soddisfatta l’associazione Northern California Media Workers, e le attese erano alte. Ma le elezioni, previste per il 12 gennaio 2001, sono state rinviate all’ultimo momento in seguito a tensioni.
Dipendenti da una parte, a rivendicare i soliti "vecchi" diritti, come una paga idonea, il diritto a essere ascoltati e il dovere da parte del management di mantenere le proprie promesse. Alte sfere dall’altra, preoccupati, come tradizione vuole, che le richieste del personale possano compromettere il profitto. A sentire Eric Anderson, ventiduenne rappresentante dei lavoratori, non è così facile avere voce in capitolo a Etown, dove sono appena state licenziate 13 persone. I confini del mondo del lavoro si rimescolano e l’era tecnologica si conferma foriera di molte ambiguità.
Oltre che per una buona dose di arroganza, le aziende della
new economy hanno deluso le aspettative anche perché, fino a questo momento, non hanno saputo trovare alcuna forma di innovazione sociale per far fronte alle richieste del personale. Le ricette proposte sono le solite: qualche compromesso e vari tentativi di ridistribuzione del lavoro e del salario.
Da un’economia passata alla storia per l’aggettivo "new" ci si poteva anche aspettare qualcosa di più nuovo.