Il sindacato si spacca sui contratti a termine

06/03/2001

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Il sindacato si spacca
sui contratti a termine

La Cgil abbandona il tavolo di trattativa con Confindustria, Cisl, Uil e le altre organizzazioni

RICCARDO DE GENNARO


roma – La Cgil ha abbandonato ieri il «tavolo» tra le parti sociali sui contratti a termine. Dopo cinque ore di confronto, il sindacato guidato da Sergio Cofferati ha giudicato che non ci fossero le condizioni per proseguire la discussione con la Confindustria e le altre 17 organizzazioni imprenditoriali e cooperative. Lo strappo è determinato dal «mancato accoglimento» delle proposte della Cgil, a partire dal rinvio alla contrattazione di categoria della definizione non solo dei tetti, ma anche delle motivazioni per il ricorso ai contratti a termine. Per la Cgil, lo stato della trattativa configurava inoltre «soluzioni in contrasto con i principi di base della direttiva comunitaria» sui contratti a termine.
A quel punto Cisl, Uil e il fronte imprenditoriale hanno deciso di predisporre un documento comune nel quale si invita il governo a non procedere con una soluzione d’autorità e a dare ulteriore tempo alle parti per raggiungere un accordo, permetteno così il proseguimento della trattativa: per recepire la direttiva europea c’è infatti tempo fino a luglio e, se a quella data il confronto tra le parti sociali è aperto, è anche possibile ottenere dall’Unione europea una proroga di un anno. Nel frattempo continuerebbe ad essere in vigore la vecchia normativa.
Cisl e Uil, per ora, non se la sono dunque sentita di dare corpo a un «accordo separato», come aveva ipotizzato nelle settimana scorse il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato: non solo per ragioni di opportunità nel giorno in cui il leader della Uil ha rilanciato la proposta dell’unità sindacale, ma anche perchè – a loro giudizio – la Confindustria non ha aperto in misura sufficiente sul rinvio alla contrattazione collettiva della delimitazione delle quantità di contratti a tempo determinato nei vari settori. Non solo: sempre per quanto riguarda i contenuti di un’ipotetica intesa, la Confindustria sarebbe d’accordo sulla definizione dei tetti in sede di contrattazione, ma escludendo dal computo i contratti inferiori a 12 mesi, quelli delle aziende in fase di decollo e quelli previsti in caso di picchi del ciclo congiunturale. Praticamente tutti. Cisl e Uil hanno chiesto che perlomeno non vengano esclusi i primi: per ora la risposta della Confindustria è stata negativa.
La partita ritorna ora in mano al governo. Toccherà al ministro del Lavoro, Cesare Salvi, che nei giorni scorsi ha ribadito l’importanza della concertazione, decidere se dare altro tempo alle parti per raggiungere l’accordo, oppure procedere d’imperio, come accaduto nei casi dei congedi parentali e del part time. Da un lato, Cisl e Uil ribadiranno all’esecutivo che una materia come questa sarebbe di stretta pertinenza delle parti sociali, che hanno il diritto di «dare una risposta piena», come dice Raffaele Bonanni, segrerario confederale Cisl. Dall’altro lato, invece, la Cgil inviterà Salvi come anticipa Beppe Casadio a decidere senza attendere altro tempo. È forte, infatti, nelle file della Cgil il timore che se il centrodestra uscisse vincente alle prossime politiche, il governo Berlusconi possa varare immediatamente un decreto che sarà indubbiamente più vicino alla proposta della Confindustria. Per Fabio Canapa, segretario confederale Uil, il governo dovrebbe convocare le parti: «Sarebbe poi utile anche per noi conoscere il suo parere».