Il sindacato non è una casta (C.Ghezzi)

22/10/2007
    venerdì 19 ottobre 2007

      Pagina 4

      CONTROTENDENZA – LE REGOLE ESEMPLARI DELLE CONFEDERAZIONI

        Il sindacato non è una casta.
        A cominciare dalle poltrone

          di Carlo Ghezzi
          Presidente Fondazione Di Vittorio

            La straordinaria partecipazione e i risultati della consultazione sindacale sull’accordo del welfare dimostrano le capacità di rappresentaza del sindacalismo confederale italiano e ci dicono della robustezza delle sue radici, della sua solidità in una fase difficile della storia del nostro paese. A differenza di quanto accade alle forze politiche ci dicono di una credibilità che regge nonstante recentemente le organizzazioni sindacali siano state oggetto di accuse insidiose. Tra le altre quella di essere "l’altra casta". È noto che la democrazia e la partecipazione hanno dei costi e che questi costi debbano ricadere sui contribuenti. Quello che tanti italiani stentano a comprendere è perché queste debbano costare da noi più del doppio di quanto costino in Francia, in germania o in Gran Bretagna. L’altro aspetto maggiormente irritante per la pubblica opinione è quello legato alla inamovibilità di politivi che appaiono per decenni abbarbicati a cariche elettive o a incarichi istituzionali e di goiverno.

            I sindacalisti fanno parte della "casta"? Sono anch’essi costosi e inamovibili nelle loro funzioni così come appaiono i politici a molti italiani? Nonostante il clamore della discussione in atto, il fragore del grillismo e il reale malessere che affligge tanti cittadini, il sindacato rimane comunque un solido riferimento per i lavoratori e i pensionati, un pilastro fondamentale della democrazia italiana e l’accusa di essere parte della "casta" non fa presa. Perché?

            Forse anche perché il sindacato confederale, oltre a svolgere la propria funzione di rappresentanza e di contrattazione, è tra le poche organizzazioni che hanno espresso qualche capacità di autoriferimento. Per questo, nonostante i numerosi difficili problemi che deve affrontare ogni giorno, gode di una salute decisamente meno malferma di altre realtà.

            La Cgil ha sciolto quasi vent’anni fa le correnti di partito quali strumenti di organizzazioni della propria dialettica interna e si è strutturata in aree programmatiche che si confrontano liberamente. Ha definito rigorose regole che utilizzano il voto segreto per eleggere le segreterie ad ogni livello, norme per la tutela dei diritti delle minoranze interne, regole per le "quote rosa" che garantiscono a ogni genere almeno il quaranta per cento di eletti e di elette negli organismi dirigenti.

            Le risorse del sindacato, che non sono sicuramente insignificanti, provengono nella loro stragrande maggioranza dalle quote del tesseramento che lavoratori e pensionati sottoscrivono volontariamente ogni mese. Solo una parte minore delle entrate dei sindacati, integrate anche da finanziametni pubblici, sono legate ai servizi forniti agli propri iscritti e a tutti i cittadini che ne fanno richiesta; tutto ciò permette di realizzare, in questo campo di specifiche attività, un sostanziale pareggio economico. È notorio, nonstante facili e infondati scandalismi, che i compensi percepiti dai dirigenti sindacali a tempo pieno siano stipenti modesti, paragonabili alle paghe percepite da figure similari regolate dai contratti nazionali del lavoro dipendente. I massimi dirigenti del sindacato, chiamati alla guida di organizzazioni tra le più importanti esistenti in Europa, ricevono compensi inferiori a quelli di un normale dirigente di azienda che svolge le funzioni di capo reparto in una impresa medio-grande.

            Ma l’aspetto più interessante e meno osservato è la rigoroso applicazione di rigide norme che impediscono ai sindacalisti di svolgere la medesima funazione oltre un certo numero di anni. nella Cgil non è possibile superare gli otto anni di permanenza nello stesso incarico, pena la decadenza automatica del medesimo. Nella Cisl vige la stessa regola, prolungabile solo in particolari casi per altri quattro anni.

            Dunque dopo otto anni si deve cambiare. Siamo di fronte a regole non dissimili da quelle in vigore per i sindaci di ogni comune italiano e, fuori dai nostri confini, valide addirittura per il Presidente degli Stati Uniti o della Russia.

            Tale norma, avviata sperimentalmente da Luciano Lama nel 1981 e resa tassativamente vincolante nel 1999, vive fisiologicamente e viene quindi applicata senza problemi. Dirigenti prestigiosi e noti della Cgil come Bruno Trentin, Sergio Cofferati e Claudio Sabattini, o dirirenti della Cisl, a partire da Pierre Carniti, insieme a migliaia di sindacalisti meno noti si sono sottoposti con la massima serenità a tali regole e, quando è stato il momento, hanno lasciato l’incarico che ricoprivano avvicendandosi in funzioni diverse o lasciando il sindacato.

            I lavoratori vedono perciò periodicamente facce nuove assumere i diversi incarichi di direzione sindacale a ogni livello. la vita democratica e partecipativa del sindacato ne ha ricavato effetti tonificanti e ha evitato rischi di eccessive ossificazioni. I dirigenti sindacali hanno avuto la possibilità di ritrovare, attraverso lo sprone che inevitabilmente comporta il misurarsi con nuove competenze, stimoli rinnovati.

            Forse la politica, spesso distratta, a volte diffidente e magari un po’ spocchiosa nei confronti del sindacato e del suo modo di essere, potrebbe avere di che riflettere.