Il sindacato europeo cerca l’anima

26/05/2003





 
   

24 Maggio 2003




 
Il sindacato europeo cerca l’anima
Comincerà lunedì a Praga il decimo Congresso della Ces, la confederazione europea dei sindacati. A confronto varie idee e posizioni politiche per trasformare una organizzazione formale in un qualcosa di vivo. Scontri interni sulla guerra e sui diritti
LORIS CAMPETTI
INVIATO A PRAGA
In vista del semestre di presidenza Ue si confrontano due idee opposte, di cosa dovrà essere il Vecchio Continente. Un’idea è quella avanzata dal governo Berlusconi e personalmente dal prossimo presidente di turno dell’Unione, il cavaliere di Arcore. I 16 emendamenti italiani alla Convenzione illustrano bene una concezione dell’Europa intesa come puro e semplice assemblaggio di stati. Si tenta di rallentare o addirittura di cancellare il trasferimento di poteri alla «casa comune», soprattutto in vista dell’allargamento a est. Un’idea neoliberista che presuppone libertà solo per le merci e i mercanti: ogni stato nazionale sia libero di decidere come fare a fette il welfare e come rimborsare i propri contadini e allevatori per fottere quelli del paese confinante e, soprattutto, del mondo extraeuropeo. Un’idea che si vorrebbe marchiata a sangue dalle sue presunte origini «giudaico-cristiane». E’ il senso degli emendamenti sponsorizzati da Gianfranco Fini. L’altra idea di Europa che viene dall’Italia è quella che si materializza nella battaglia che la Cgil sta conducendo – in gran parte insieme a Cisl e Uil – in preparazione del 10° congresso della Ces, la Confederazione europea dei sindacati, che si aprirà lunedì a Praga. Gli emendamenti presentati dalle tre organizzazioni si rivolgono a una struttura sindacale burocratica priva di una caratterizzazione forte. La prima richiesta va proprio nella direzione di dare un’anima al programma d’azione della Ces e contenuti definiti. Si parte con una sorta di «preambolo», in cui si definisce l’Europa «soggetto di pace» che, in quanto tale, «ripudia la guerra» come già prometterebbe la costituzione italiana; si conferma il «modello sociale europeo» che mette la persona e non il capitale o il libero mercato al centro dello sviluppo; si promuove la trasformazione della Ces in un «vero» sindacato, dotato di rappresentanza reale e capace di promuovere iniziative generali. L’esempio è quello dello sciopero europeo contro la guerra all’Iraq – su cui torneremo. Essere sindacato vuol dire aver competenze nel rapporto con le controparti che sono sostanzialmente quelle istituzionali, (cioè i governi), più che imprenditoriali: i conflitti e le relazioni con i padroni e le multinazionali sono di competenza della Cisl internazionale. Ma se la Ces non ha un’anima definita, la Cisl internazionale è una macedonia, con una certa esperienza nella tutela dei diritti delle persone e dei sindacati ma inerte rispetto ai processi della globalizzazione neoliberista, così come su pace e guerra.

Contro la posizione, non solo del governo italiano, secondo cui le politiche sociali non competono all’Unione europea ma ai singoli governi e secondo cui la Carta di Nizza – che pure ha i suoi limiti – è applicabile soltanto se è «compatibile» con una Ue senz’anima e senza poteri, si schiera apertamente la segretaria confederale Titti Di Salvo, responsabile internazionale della Cgil. E’ lei che ci aiuta a capire il senso e la portata del Congresso di Praga. «Anche i sindacati di alcuni paesi, in particolare del nord Europa e della Germania, sono freddi rispetto alla proposta dei sindacati dei paesi mediterranei di trasferire poteri crescenti all’Unione, per il timore di un’eguaglianza al ribasso rispetto alle legislazioni nazionali che tutelano maggiormente diritti e welfare. La concezione che hanno della Ces – dice Di Salvo – traspare anche dalla scelta di candidare alla segreteria della Ces degli esperti, cioè professori e non sindacalisti. Un emendamento per noi fondamentale è quello che riguarda la globalizzazione: pensiamo all’Europa come a uno spazio sociale federale, com’è scritto nella Carta di Nizza e a un suo allargamento che vada in direzione opposta del dumping sociale. Un’Europa, dunque, che possa rappresentare soggetti collettivi portatori di un’idea diversa di globalizzazione da quella, tanto per intenderci, guidata o meglio imposta dagli Usa. Lo scontro è su come si riordina il mondo e secondo noi, la riforma delle istituzioni e delle organizzazioni mondiali, anche quelle finanziarie e commerciali, deve andare nella direzione in cui a governare i processi sia la politica e non l’economia». E perché un sindacato europeo non dovrebbe dire la sua sua su temi come la salute e i farmaci e non dovrebbe proporre – come fa Attac – la moratoria al Wto che a settembre si riunirà a Cancun, quando gli impegni presi per l’accesso ai farmaci non sono stati rispettati? Per la Cgil, e anche per Cisl e Uil che hanno sottoscritto gli emendamenti, salute, acqua e istruzione sono «beni» da tutelare, ben prima della libertà di movimento per i capitali finanziari.

Tornando alla Ces, la divisione sulle sue competenze in relazione a diritti e welfare passa tra sindacati del sud e sindacati centro e nord europei. Così non è stato in occasione dello sciopero «simbolo» di un quarto d’ora contro la guerra prima che le bombe cominciassero a cadere su Baghdad e Bassora. «Quella battaglia l’abbiamo condotta insieme a tedeschi, vincendo le resistenze delle Unions inglesi. Ma a guerra iniziata anche i tedeschi si sono defilati e non è stato più possibile continuare unitariamente la battaglia pacifista». Va detto che sulla guerra si assiste a schieramenti insoliti. Che dire del fatto che in Spagna l’Ugt si è schierata prima e più nettamente delle Comisiones Obreras? O del fatto che il Fism – la federazione dei sindacati metalmeccanici – ha opposto resistenze fino all’ultimo contro lo sciopero simbolico di un quarto d’ora, controproponendo un minuto di silenzio (con l’ovvia opposizione della Fiom)? Sembra che a quel punto sia addirittura sbottato Savino Pezzotta che dai metalmeccanici si sarebbe aspettato ben altro.

Ma se si è ben lontani dal raggiungimento di un’unità politica sulla pace, «nella Ces si è ancor più indietro sulla costituzione di un’Europa dei diritti. Noi per esempio – continua Di Salvo – seguitiamo a batterci per un’Europa in cui la tutela dei lavoratori dai licenziamenti ingiusti sia garantita costituzionalmente». E siamo di nuovo alla rappresentanza e ai poteri della Ces, la cui segreteria, secondo gli italiani dovrebbe essere interamente elettiva (prima veniva eletta dal Congresso soltanto la segreteria generale). Un’altra richiesta riguarda l’integrazione a pieno titolo del sindacato pensionati. Il Congresso alla modifica del gruppo dirigente della Ces: al posto dell’italiano Emilio Gabaglio, la carica di segretario generale passerà a Johnn Monks delle Trade Unions, i due vice segretari generali saranno un portoghese e un tedesco e i quattro membri della segreteria saranno un olandese, un francese della Cgt, un polacco di Solidarnosc e, per la Cgil, Walter Cerfeda.