Il sindacato è più riformista dei due poli

24/02/2005

    giovedì 24 febbraio 2005

    CONVERSAZIONE

      PEZZOTTA PRESENTA IL CONGRESSO DELLA CISL AI TEMPI DEL BIPOLARISMO
      Il sindacato è più riformista dei due poli
      L’urgenza di tenere insieme le coalizioni restringe il dialogo con le parti sociali e fa crescere antagonismi e corporativismi

        All’incontro che il governo ha convocato oggi con le parti sociali sulla competitività Pezzotta ci va “al buio”. «Non conosco nulla di quanto ci sarà detto. Avrei voluto approfondire molti temi, dall’innovazione alla ricerca, dalla fiscalità di vantaggio alla riforma degli ammortizzatori sociali, ma sono in imbarazzo. Sui giornali leggo molte cose ma ai sindacati il governo non ha ancora proposto nulla. Vedremo». Non è certo un buon viatico, per il dialogo sociale. «Non esiste e non può esistere uno slogan o una battuta riformista, solo buone pratiche riformiste.

        Il riformismo non può che essere una politica complessa perché deve fare i conti con la realtà, esige il rigore delle analisi, tiene in conto i rapporti di forza e non dimentica mai le esigenze delle persone di cui vuole farsi interprete». Il segretario della Cisl ragiona con il Riformista delle 11 tesi fresche di stampa per il XV congresso del sindacato che dirige e che lo riconfermerà alla guida. «Si tratta dell’apertura di un dibattito, non della sua conclusione», sottolinea.

        L’epoca della concertazione è finita, segretario? «Nient’affatto. La storia di questi anni ci dice che le politiche di concertazione sono state abbandonate dal governo ma l’idea che c’è dietro mantiene inalterato il suo valore. Certo è che l’utilità marginale che ricavano alcune forze politiche dalla necessità generale di tenere insieme la coalizione è altissima. Succede oggi con questa maggioranza, potrebbe succedere domani con una maggioranza di segno diverso. Il caso dei radicali è emblematico. Una forza come la loro, in qualunque schieramento si collochi, determina una condizione di resistenza e difficoltà al dialogo con il sindacato e alle sue proposte che, in un sistema così, sfrutterebbe a suo vantaggio la necessità di tenere unita la coalizione. Per il dialogo con le parti sociali, dunque, gli spazi si restringono. Un bipolarismo di questo genere, che non sa fare concertazione, fa solo crescere antagonismi e interessi corporativi. Siamo di fronte a un sistema politico che nega, la democrazia partecipativa». Un punto di vista corporativo anche questo? «No, perché la nuova questione sindacale di cui parlo nelle tesi investe la radice stessa della democrazia. Ecco perché l’autonomia che la Cisl ha sempre rivendicato può sbloccare uno scenario chiuso, dialettizzare i rapporti, restituire soggettività politica al sindacato». Il sindacato è isolato? «Nient’affatto. L’andamento delle adesioni alle nostre organizzazioni e il successo delle nostre mobilitazioni e iniziative dimostrano il contrario. Il sindacato condensa malesseri, speranze, attese di milioni di lavoratori e pensionati. L’iniziativa sul sistema industriale o quella sul Mezzogiorno parlano di un successo non solo numerico ma politico: prima questi temi non erano in agenda. Ecco anche perché rivendico e difendo il Patto per l’Italia: già parlavamo di Sud, ricerca, innovazione. Non è stato attuato ma ha bloccato l’attacco sull’articolo 18, per dirne una. Resta il problema delle mancate risposte del mondo della politica, in particolare del governo. Ci negano un ruolo che abbiamo sempre avuto, specie in momenti critici della storia d’Italia. La Cisl risponde con l’idea di un sindacato partecipativo, che sappia rispondere ai cambiamenti del capitalismo e del lavoro, che restituisca efficienza e competitività al sistema ma coinvolgendo i lavoratori, investendo sul capitale umano, facendoli partecipare alla vita e alla produzione dell’impresa. Ecco perché la riforma del modello contrattuale è centrale, nella nostra proposta, perché lega gli aumenti di salario a quelli di produttività. Le relazioni industriali devono essere cooperative, non certo antagoniste». Il modello è quello partecipativo, dunque. Ma la riforma del modello contrattuale resta al centro o finirà accantonata in nome della pax con la Cgil? «Noi continuiamo a pensare che la riforma del sistema contrattuale è indispensabile. Il lavoro preparatorio delle commissioni confederali si è concluso, ora vedremo come si andrà avanti.

        L’importante rinnovo del contratto tra i meccanici non cambia il quadro. Chi non ci aiuta è il governo. Vedo che ci chiedono di nuovo il dialogo ma se i contratti si chiudessero, invece di restare aperti, costringendo il sindacato solo a reagire, aiuterebbero anche la nostra discussione interna». Non certo l’unità sindacale, però… Stagione finita? «Nessun sindacalista può escludere una tale prospettiva dal suo orizzonte. Ma anche qui bisogna partire da dati di realtà: veniamo da anni di rapporti e confronti non proprio urbani. Credo sia meglio valorizzare il pluralismo sindacale e cercare di volta in volta le possibili convergenze. Se poi non ci trovano, ognuno per sé. Preferisco invertire il processo, comunque, e partire dal pluralismo che c’è, non dalla retorica unitaria che non si vede». Forse è per questo che il rapporto con la politica divide ancora. «Sì, registriamo ancora forti differenze, tra di noi. Ecco perché rilanciamo, anche qui, il metodo dell’autonomia cislina: conferenze programmatiche con tutti i partiti e schieramenti politici affinché ci dicano se loro sono interessati alle nostre proposte, non se noi dobbiamo solo aderire alle loro». La Cisl di Pezzotta ha superato anni difficili e tensioni, esterne e interne ma oggi è un sindacato forte e raccolto attorno al suo leader. «Abbiamo difeso e rilanciato la nostra identità», commenta il segretario. Il cui modello ideale di riferimento è il «personalismo sociale, che è il contrario dell’individualismo».