Il sindacato e l’antipolitica (L.Cafagna)

19/10/2007
    CORRIERECONOMIA di Lunedì 15 ottobre 2007

      Pagina 15 – Interventi

      Il sindacato e l’antipolitica

        di Luciano Cafagna

          Il sindacato confederale italiano si è confermato, nell’esito del referendum della scorsa settimana, come una solida struttura portante del sistema politico italiano. È un buon indizio, tutto sommato, sullo stato di salute di questo sistema, che suscita tante apprensioni…Come lo è, forse, buon indizio, l’appassionato interesse con cui vengono seguite, anche e proprio a livello del vilipeso «teatrino», le vicende della vita politica. «È la stampa, bellezza!», si dirà: ma si può davvero pensare che la stampa sta così distaccata dai gusti, dalle curiosità, dagli interrogativi dei propri lettori? La cosiddetta «antipolitica», non potrebbe dunque, dopo tutto, essere una forma, magari preoccupata e superdrammatizzata, di passione politica?

          Il sindacalismo confederale italiano si è confermato, dunque, come una delle strutture portanti dell’aggregazione politica italiana. Se si guarda alla storia della Repubblica, esso ha sempre avuto una importante influenza sulle grandi scelte politiche.

          Si pensi al «piano del lavoro» di Di Vittorio, che fu un grande segnale di disponibilità alla collaborazione, di fronte alle necessità della Ricostruzione, e proprio nel momento in cui avveniva la spaccatura epocale provocata dalla guerra fredda. O si pensi alla coraggiosa decisione collaborativa di Bruno Trentin nel critico momento della drammatica crisi del 1993 e delle decisioni assunte dal primo governo Amato, più di mezzo secolo dopo: ma sono due casi storici particolarmente «eclatanti» (come si francesizza adesso) fra tanti altri. Il che naturalmente non implica che si debbano trascurare altre situazioni in cui il sindacalismo confederale non riuscì ad
          evitare di farsi trascinare da perverse correnti…: ma sempre si trattava, comunque, storicamente parlando, di influenza importante, nel bene, nel meno bene o, anche, appunto, nel male, sulla vicenda italiana.

          La struttura del sindacato confederale in Italia ha delle sue peculiarità nazionali molto spiccate che determinano un suo rapporto con la politica formatosi in modo diverso da quello che si registra in altri paesi come la Gran Bretagna o la Germania. In primo luogo ha una origine, che non può essere ipocritamente omessa, nell’obbligo fascista alla iscrizione: ereditata senza batter ciglio dal sindacato democratico, non più come obbligo, ovviamente, ma come prassi.

          In secondo luogo ha una articolazione esplicitamente politica in tre maggiori struttutre confederali che nacquero dalla spaccatura della guerr fredda ma che rimediarono elasticamente a questa con una miracolosa capacità di prassi alla ricerca unitaria e una comune disponibilità alla «concertazione», quando possibile, con i governi.

          La terza peculiarità, più recente – effetto delle modificazioni intervenute nella struttura economica del paese – è l’articolazione del mondo sindacale in almeno quattro grandi sezioni, che, semplificando a grandi linee, possono essere così rappresentate: primo, la vecchia e gloriosa componente «fordista» della grande industria tradizionale, in Italia persistita, ormai, quasi solo nel settore metalmeccanico; la seconda, quella della industria piccola e media, di più recente prosperità, e assai spesso di tipo «terzista» (cioè collegata alla domanda di industrie di maggiori dimensioni, interne o estere); la terza, quella del grande settore del pubblico impiego; la quarta, dulcis in fundo, del crescente universo dei pensionati, frutto, nelle sue odierne e, ancor più, future dimensioni del gigantesco fenomeno demografico-sociologico contemporaneo dello invecchiamento della popolazione.

            La crescente importanza di questa quarta e ultima componente viene, forse, ancora troppo sottovalutata o considerata distrattamente. È questa componenete, e la sua dinamica, a far emergere e risaltare la dimensione «generazionale» dei problemi del mondo del lavoro, che, in passato, non avevano, in pratica, nessuna specifica rilevanza. Al riguardo non si riflette ancora abbastanza su almeneno tre implicazioni di questa crescita relativa dell’ultimo affregato generazionale, quello degli anziani: primo, che tende a diventare un gruppo dell’elettoraro; secondo, che esso si renderà conto ineluttabilmente, prima o poi, di essere il maggiore interessato a una finanza pubblica sana e capace di gestire e sorreggere la struttura previdenziale; terzo, che potrebbe, per questa stessa ragione, diventare l’alleato e forse anche il propulsore dell’ancora timido movimento sociale generazionale della area giovanile contro il sezionalismo corporativo che tende spesso ad affermarsi nella fascia seconda, quella degli adulti. In questa, invece, secondo una opinione che comincia a crescere, il problema forte nonè quello dell’età pensionabile ma quello dei livelli salariali: li si affronti per via contrattuale o magari per via fiscale, come qualcuno suggerisce. Il che, però, significa anche che, al primo posto di tutto si pone cosa? la crescita economica. Un ragionamento che pensi a redistribuire un reddito che non cresce – diceva il vecchio Marx alludendo agli egualitarismi da strapazzo – è «la solta merda».