Il sindacato cinese gela Epifani La Cgil resta «indigesta» per Pechino

01/09/2010

La visita difficile nella Repubblica popolare
PECHINO — La delegazione non poteva essere di livello più alto. Il segretario, Guglielmo Epifani. Il segretario che verrà, Susanna Camusso. Il dipartimento esteri. La Cgil esplora la Cina, 10 giorni per intercettarne le coordinate. «È una missione conoscitiva, necessaria», spiega Epifani. Programma fitto, voglia di capire. Doveva essere anche un viaggio per ristabilire un contatto col sindacato unico, la Acftu (Federazione cinese dei sindacati). Qui, invece, niente di fatto.
I rapporti tra la Cgil e la Acftu sono interrotti dal 1989, in seguito alla violenta repressione degli studenti (e dei lavoratori) della Tienanmen. Anche la Cisl ha troncato il filo col sindacato «di Stato», organico al Partito comunista cinese. Non la Uil. «Avremmo voluto incontrare il vertice dell’Acftu e, se si fossero presentate le condizioni, si sarebbe potuto anche riavviare il dialogo», dice al Corriere Epifani. L’incontro, che secondo i piani della Cgil doveva avvenire ieri, non si è concretizzato. «Ci hanno detto che avevano altri impegni…».
Accademici, centri studi, l’agenzia cinese per l’ambiente, operatori economici, le visite al porto di Tianjin, allo stabilimento Ariston-Merloni di Wuxi, all’Expo di Shanghai, e altro ancora: «Il viaggio ce lo siamo organizzato noi», ammette Epifani, e qui potrebbe nascondersi la chiave dell’indisponibilità dei cinesi. Cgil e Acftu avevano avuto già contatti in seno all’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro), tuttavia l’attenzione cinese per i formalismi e il protocollo avrebbe forse suggerito che fosse l’Acftu a invitare i colleghi italiani. Il viaggio di Epifani e compagni potrebbe invece apparire un autoinvito. Probabilmente indigesto ai cinesi anche l’interesse della Cgil per le voci di attivisti non allineati, estranei alle dinamiche di un sindacato finora preoccupato di mantenere l’armonia fra aziende e lavoratori e fra mondo del lavoro e Partito.
E al diniego magari contribuisce il disagio del sind a cato cinese, in crisi di rappresentatività (col vistoso paradosso di tafferugli in cui erano i sindacalisti a picchiare gli scioperanti nel Guangdong), al punto che è stata varata una norma per imporre che dal 2011 i rappresentanti sindacali nelle aziende siano pagati dal sindacato e non dalle aziende stesse. Un altro mondo. Il sindacato-armonizzatore di Pechino resta lontano dall’Italia (e forse anche dalla Cina).