Il signor “no” che sa parlare alla sinistra

06/02/2002





Il signor "no" che sa parlare alla sinistra
di�
Bruno Ugolini


 Otto lunghi, intensi anni di sindacato, dal centrosinistra al centrodestra, tra scioperi, polemiche, vittorie e dolori, entusiasmi e delusioni. Sergio Cofferati, aprendo mercoled� il quattordicesimo Congresso della sua Cgil forse ripenser� al tempo che gli sta alle spalle. E ai bilanci che molti gli hanno cucito addosso, magari ritagliandogli l’etichetta insistente del "signor no", sempre intento a mettere cunei nella ruota dell’innovazione, capace di guardare pi� al vecchio mondo del lavoro fordista che al nuovo mondo dei "lavori". Eppure il suo sindacato � tra i pi� forti d’Europa, i tesserati aumentano, e non solo tra i pensionati. Non solo: � cresciuto anche un giovane virgulto, il Nidil, l’organizzazione delle nuove identit� di lavoro, degli atipici, della marea di collaboratori e lavoratori in affitto, un po’ precari in attesa di posti fissi e un po’ lavoratori semiautonomi, non certo nostalgici di un cartellino da timbrare.
Un leader esente da critiche? Non � cos�. Incitamenti a maggior coraggio nell’affrontare i temi delle trasformazioni in atto e quelli connessi ad un cammino difficile per l’unit� sindacale, gli sono venuti, infatti, a pi� riprese, da altri "padri" nobili della Cgil. Come Vittorio Foa, come Bruno Trentin. E tutti ricorderanno le liti pubbliche, su punti controversi, con Massimo D’Alema.
Certo, Sergio Cofferati, detto "il cinese", per quel suo sguardo un po’ asiatico, ha soprattutto "resistito". Resistito ad un attacco durissimo, portato avanti da governi di centrodestra e da una Confindustria incattivita. L’operazione, cominciata a Milano con un accordo separato, continuata tra i metalmeccanici, intendeva introdurre un cuneo tra le grandi Confederazioni, isolare la Cgil, ridurla a com’era negli anni Cinquanta, chiusa nei suoi campi confino. Non � andata cos�. Oggi i tre sindacati marciano ancora uniti, firmano un importante accordo sul pubblico impiego, promuovono scioperi e manifestazioni che hanno gi� costretto il governo ad una prima retromarcia e che non si concluderanno senza aver cancellato il vergognoso tentativo di promuovere i "licenziamenti facili". E la Cgil, in un panorama di macerie a sinistra, mantiene salde e perfino unite le proprie forze. Non � un risultato da poco.
Questi otto anni faticosi cominciano nel 1994, quando Bruno Trentin, passa la mano, appunto, a Cofferati. Le grane cominciano subito perch� a vincere le elezioni politiche � Forza Italia, il centrodestra. L’attacco immediato � al sistema pensionistico. I sindacati portano a Roma un milione di donne e uomini, il governo vacilla e Berlusconi finisce con il firmare un primo accordo che blocca i tentativi di smantellamento, ma poi lascia lo scranno di Palazzo Chigi, sgambettato dal suo compare Umberto Bossi. Ed � col governo Dini e poi con il governo Prodi che i sindacati attuano una vera e propria riforma del welfare. Tra le altre cose sono abolite le baby pensioni. Una tappa da non dimenticare, in ogni possibile bilancio delle cose fatte. Sarebbe poi il caso di chiedersi se davvero la Cgil di Cofferati ha in questo periodo esercitato, come molti commentatori denunciano, soltanto il pur legittimo "potere di veto". La verit� � un’altra. Il patto del lavoro, siglato con Romano Prodi nel 1996, il patto di Natale firmato con D’Alema e Bassolino nel 1998, sono tutte tappe di un percorso che muta in larga misura la faccia del lavoro in Italia. Nasce cos� quell’Italia della flessibilit� descritta in un recente volume da Luciano Gallino. Un’Italia che comprende ormai dai sette agli otto milioni di lavoratori flessibili. Un cambiamento epocale al quale semmai – qui c’� stato un vuoto – � mancata una cornice strategica, fondata su una politica degli orari, una politica della formazione, su una prospettiva capace di dare un ruolo al mondo del lavoro con i suoi nuovi connotati.
E’ vero: l’organizzazione di Cofferati non ha concesso, in questo lungo tragitto, vita facile nemmeno ai governi di centrosinistra. Tutti ricordano lo scontro impegnativo nella stessa sede di Rimini dove oggi si ritrovano i delegati sindacali, tra il leader Cgil e Romano Prodi, sul rispetto dei patti antiinflazione, sulle misure per l’occupazione. Nemmeno si pu� cancellare la polemica pi� o meno sotterranea sulla legge per le 35 ore, fortemente voluta da Fausto Bertinotti, ma che scavalcava le diverse esigenze dei sindacati, increduli nei confronti di un decreto capace di ridurre il tempo di lavoro. Fatto sta che non se ne fece nulla e alla fine Romano Prodi, come si sa, fu sacrificato.
Sono forse, anche questi retroscena fatti d’incomprensioni affiorate anche durante la scelta per la leadership dell’Ulivo tra Rutelli e Amato, preferito dalla Cgil che spingono poi "il cinese" ad esporsi al fuoco cocente delle polemiche, a dire la sua sul congresso dei Diesse, a schierarsi con la mozione di Giovanni Berlinguer, a parlare a Pesaro di un suo "riformismo", contrapposto al "riformismo" di Piero Fassino. E’ una scesa in campo che lo espone a critiche cocenti. Inutile ricordare che altri suoi predecessori, nel disciolto Partito comunista, avevano assunto prese di posizione dissimili da quelle della maggioranza del gruppo dirigente. Come Giuseppe Di Vittorio durante i fatti d’Ungheria nel 1956, come Bruno Trentin durante l’autunno caldo negli anni Settanta, come Luciano Lama negli anni Ottanta a proposito del referendum sulla scala mobile. Questa volta la sortita per� appare molto pi� "scandalosa" e discutibile. Sono in tanti che rimproverano a Sergio Cofferati il titolo del suo libro "A ciascuno il suo mestiere", accusandolo in sostanza d’invasione di campo, trascinando il sindacato in una specie d’avventura. Non succeder�, a dire il vero, nulla di drammatico e forse, invece, quella polemica � servita a dare nuova linfa al confronto sui temi dei lavoro, a chiarire le idee a molti. Certo, resta da riflettere sul fatto che il sistema bipolare ha mutato i rapporti tra organizzazioni sindacali e forze politiche. E’ un problema che si pone anche per Cisl e Uil e che spinge alla ricerca di un’autonomia fondata pi� di ieri su un progetto, su un modello di societ�. Resta, per la Cgil, anche l’interrogativo, crediamo, su come non assistere inerti al declino della sinistra politica. Una pi� coerente risposta nasce, ci sembra, dai fatti di questi giorni. La battaglia ingaggiata, con i suoi primi risultati, con i suoi contenuti unitari, con le scelte che propone, di resistenza, ma anche di cambiamento, possono incidere pi� di mille anatemi, di mille improperi, di mille autocritiche.

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