«Il sì farà perdere 170mila posti»

12/03/2003



Mercoledí 12 Marzo 2003
ITALIA-LAVORO
«Il sì farà perdere 170mila posti»

Articolo 18 - Allarme della Confcommercio che ha chiuso l’iniziativa No-day


MILANO – Il sì al referendum sull’articolo 18 costa 170mila posti in due anni. Nell’ultimo giorno del «No day», a Milano, il presidente di Confcommercio, Sergio Billè, fa i conti: «Se sciaguratamente venisse approvato il referendum – ha detto alla platea milanese – verrebbero perse, nel 2003 e solo nelle piccole imprese, dalle 60 alle 70mila unità di lavoro permanente che nel 2004 diventerebbero più di 170mila. Ma diminuirebbero anche le unità a tempo determinato perché molte piccole imprese si vedrebbero costrette a uscire dalla legalità per tuffarsi nel sommerso». Confcommercio è in prima linea contro il referendum promosso da Rifondazione comunista per estendere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alle imprese con meno di 15 dipendenti. Billè spiega le ragioni di questo schieramento netto e di una campagna lungo la Penisola a sostegno del No. Finora il commercio ha sopperito alla caduta dell’occupazione nella grande industria (-35mila unità nel 2002) e la tendenza è visibile a Milano: «Dal ’95 al 2000 – spiega il presidente di Confcommercio – le unità di lavoro permanenti sono scese nell’industria dal 33,7 al 31,2% del totale, mentre i servizi sono passati dal 65,7 al 68,3 per cento. Milano si sta spostando verso il terziario, l’unico settore o quasi a produrre nuova occupazione. Lasciamo passare questo referendum e anche qui si rischierà il black out». Sotto accusa, secondo Billè, oltre a Rifondazione comunista, è anche «l’ambiguità» della Cgil e «l’imbarazzo nei partiti di Centro-sinistra». Gli risponde da Roma Gian Paolo Patta, segretario confederale della Cgil ed esponente dell’area del sindacato favorevole al sì. Patta accusa Confcommercio di aver sostenuto la «proliferazione indiscriminata della grande distribuzione» e del lavoro flessibile, a danno dei piccoli esercenti. Sul palco montato all’Unione del commercio di Milano il no è a più voci. Il padrone di casa, Carlo Sangalli, ricorda che «delle cinque milioni di imprese italiane, oltre il 94% ha meno di dieci dipendenti». Nella sola Milano ogni giorno nascono cento aziende e con il referendum – secondo Sangalli – «è in gioco la sopravvivenza sul mercato di tantissime imprese». Il sindaco Gabriele Albertini parla anche da imprenditore. «Il blocco dei licenziamenti e l’obbligo al reintegro – dice – rappresenterebbero l’ennesima imposta sulle aziende». Ma soprattutto, l’effetto sarebbe devastante sull’occupazione: «Il referendum si ritorcerà contro quelle stesse persone che si pensano di tutelare». Il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, vede addirittura un «passo indietro verso il baratro, una forzata costrizione che farebbe chiudere tanti esercizi commerciali, tante piccole e medie imprese». Il sottosegretario alle Attività produttive, Mario Valducci, estende ai parlamentari l’invito a mettere una croce sul no. «La politica – dice – deve mobilitarsi affinché dal risultato elettorale non esca un consenso al sì». Valducci parla di un’iniziativa che «va contro la nostra economia» e la sua collega al Welfare, Grazia Sestini, accusa i promotori del referendum di non aver capito che l’Italia è cambiata e di voler «stare al palo». Il riferimento è alle riforme avviate dal ministero di Roberto Maroni, capace di realizzare «un’opera innovatrice».
ALESSANDRO BALISTRI