Il segno per tutti che è il momento di tornare a discutere

11/08/2010

Una sentenza molto positiva, che riconosce la legittimità delle nostre affermazioni. Il segno per tutti che è tempo di tornare a discutere, di risolvere i conflitti: i problemi aperti con la Fiat non possono essere affrontati con i licenziamenti, usando le aziende come caserme e cercando di impedire la libertà di scelta dei lavoratori».
Tornare a discutere, dice: ci crede davvero?
«È sempre possibile tornare alla ragionevolezza. Spero che Fiat colga l’occasione per fermarsi a riflettere, per capire che smantellare il contratto nazionale non è nè utile nè necessario, e che di sicuro è molto più produttivo riaprire il tavolo di confronto con tutte le parti in causa. Certo, dev’esserci la volontà di farlo, e credo sia proprio questo il punto: Marchionne nell’incontro di luglio a Torino non ha chiarito quale sia il vero piano industriale che ha in mente».
Susanna Camusso, vicesegretaria generale della Cgil, appena saputo della sentenza del Tribunale di Melfi che bolla il licenziamento di tre operai come «provvedimento antisindacale », ordinandone l’immediato reintegro, sfodera un cauto ottimismo. Cauto perchè, nel merito, sa benissimo che si tratta di un primo passo, cui è molto probabile farà seguito il ricorso dell’azienda. E poi perchè, sentenza a parte, restano aperte tutte le questioni relative alla Fiat e all’intero mondo del lavoro, per il quale si profila una ripresa senza occupazione e un logorante attacco ai diritti dei lavoratori. Quando Marchionne arrivò alla Fiat aveva tutt’altro atteggiamento nei confronti di dipendenti e sindacati.
«Allora c’era una Fiat da salvare, e bisogna dargli atto che la salvò, insieme ai lavoratori. Non vorrei che un atteggiamento del tutto diverso, com’è quello che in effetti ha assunto adesso, fosse all’origine di scelte del tutto diverse. Quale sia il piano industriale ancora non lo sappiamo, quali investimenti Marchionne intenda salvare in Italia non è affatto chiaro. È questo il primo problema da affrontare, certo non la destrutturazione e lo svilimento del contratto nazionale. Il modello di contratto separato non ha prodotto nulla di buono: forse sarebbe meglio che a bocce ferme si tornasse a ragionare sulla base di un livello di democrazia cui tutti dovrebbero ispirarsi».
In questo momento sembra che Marchionne si ispiri ad una democrazia di stampo statunitense.
«Bisogna distinguere tra necessità produttive e vocazione autoritaria, peraltro non consona alla tradizione italiana ed europea. E non si deve confondere il modello di organizzazione sindacale Usa col nostro: i confronti non possono essere fatti prendendo solo i pezzi che ci piacciono e ci convengono, non è così che funziona. Oltre alle enormi differenze economico- sociali tra Europa e Usa, loro hanno un atteggiamento utile alla difesa del fondo pensione e di quello sanitario, noi abbiamo altri problemi. Anche Confindustria penso abbia da dire: Marchionne usa un potere che altre aziende non hanno, che gli deriva dal suo essere monopolista nel settore, per mettersi fuori da ogni regola competitiva. C’è sempre un che di autoritario nel mettere in discussione le regole e le organizzazioni di rappresentanza, che dovrebbe far riflettere anche Confindustria ».
La partita, della Fiat e dei diritti in generale, non può prescindere da Cisl e Uil e dalla divisione sindacale.
«Cisl e Uil non parlano mai delle responsabilità del governo. Però sulla vicenda Fiat e contratto nazionale hanno sollevato molti dubbi. Anche per loro la questione rappresenta un problema. Posso solo sperare che l’estate porti consiglio».
Si profila una ripresa senza occupazione, e il governo, che già non ha mai brillato per politiche economiche, adesso è oggettivamente indebolito. Quanto può pesare su un’economia ancora molto fragile?
«Che sia indebolito è fuor di dubbio, però è il governo che abbiamo: continueremo a chiedere che si occupi del Paese, con politiche che partano dalla promozione del lavoro. Questo è il tema, l’occupazione in continua flessione, la disoccupazione, in particolare dei giovani. Sono tantissime le aziende che sopravvivono solo nello schema degli ammortizzatori sociali: politiche adeguate sono fondamentali, tanto più adesso che tutti hanno convenuto nel giudicare la manovra depressiva e non utile alla crescita. In più, abbiamo ministri che teorizzano l’erosione dei diritti dei lavoratori come fosse una conquista rivoluzionaria: è la competizione al ribasso, la riproduzione di modelli che ci hanno condotto a questa crisi. C’è una doppia ragione per contrastarli: la salvaguardia dei diritti, e il fatto che si tratta di misure sbagliate, con effetti economici depressivi».