Il rischio di chi dice sempre no – di Luigi La Spina

03/06/2002





COFFERATI E L’ARTICOLO 18
IL RISCHIO DI CHI DICE SEMPRE NO

3 giugno 2002


di Luigi La Spina

Era proprio l’ultima sera di maggio quando Sergio Cofferati ha detto l’ultimo "no" della sua carriera di sindacalista. Tra qualche settimana, infatti, lascerà al suo successore, Guglielmo Epifani, il difficile compito di proseguire una battaglia nella quale la Cgil rischia l’accerchiamento. Otto anni fa, quando fu eletto alla guida del più grande sindacato italiano al posto di Bruno Trentin, era considerato un moderato, un riformista. Il suo metodo, come ricorda la sua biografa Nunzia Penelope in un recente libro, era riassumibile con queste sue parole: "E’ nostro dovere spingere le lotte più che possiamo… Ma quando siamo arrivati a esprimere il massimo di pressione è nostro dovere verificare lo stato della trattativa e cercare l’accordo. Perchè a quel punto niente potrà rafforzare le nostre posizioni".


Proprio al termine del suo mandato, Cofferati sembra smentire quel metodo: è riuscito a spingere tutto il sindacato italiano al massimo della pressione, ma si rifiuta di "cercare l’accordo". Così, quella stessa tattica che finora gli aveva consentito di vincere, la fermezza di un "no" ripetuto con ostinazione, rischia ora di vedere la sua Cgil non più traino irresistibile per le altre due confederazioni, ma vittima di un doppio aggiramento.
Da una parte, infatti, Cisl e Uil, si sono detti disposti a sedersi al tavolo, anzi ai tavoli di una trattativa globale con il governo. Dall’altra, l’iniziativa di un referendum per estendere la tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori anche ai dipendenti in aziende con meno di 15 addetti, sostenuta anche da Bertinotti e dalla sinistra del suo stesso sindacato, potrebbe far breccia tra i lavoratori della "base" Cgil.


Cofferati finora si era avvalso di due formidabili alleati. Il primo gli era stato inopinatamente offerto dallo stesso governo che sembrava più interessato a sconfiggere il potere sindacale che non a conquistare un importante successo nel merito della trattativa, la modifica appunto dell’ormai famoso articolo 18. Quando il ministero Berlusconi ha di fatto cambiato metodo, annegando quella questione in un dibattito molto più ampio e ben più importante su temi fondamentali, come tasse e ammortizzatori sociali, l’unità sindacale si è subito sfaldata.
La mossa del governo ha contemporaneamente sottratto il secondo alleato di Cofferati: non si è sfaldata infatti solo la compattezza del sindacato, ma anche quella dell’opposizione politica. Dentro l’Ulivo si è aperta una significativa crepa tra i ds che continuano a sostenere il "no" del leader Cgil e la Margherita che, invece, accusa Cofferati di non aver rivendicato il sostanziale successo delle imponenti manifestazioni della scorsa primavera, con lo stralcio del provvedimento contestato dalla legge delega.


Dopo sei mesi in cui bastava al capo della Cgil star fermo per vedere i suoi avversari infilzarsi da soli, ora l’immobilismo di Cofferati sembra metterlo in difficoltà. Certo l’esiguità delle risorse che il governo può reperire in una difficile congiuntura economica potrebbero rendere complicata la trattativa con le altre due confederazioni. Ma la prospettiva di una continua mobilitazione in fabbrica e nelle piazze diventa rischiosa anche per lui e per il suo successore, Epifani.


All’epilogo della sua carriera di sindacalista, torna per Cofferati il nodo della sua eredità "politica" alla Cgil. Non nel senso di insinuare dubbi sulla sua volontà di non voler proseguire la sua esperienza direttamente nel mondo della politica. L’onestà delle sue intenzioni è fuori discussione, come è certo il suo desiderio di una legittimazione elettorale per un eventuale futuro in quella attività. Cofferati dovrebbe invece riflettere sul significato più ampio del "mandato politico" che lascia alla sua organizzazione.

Il riformismo dei suoi esordi alla guida della Cgil non può trasformarsi nell’immagine, sia pure semplificata, del "signor no", come lo dipingono ormai non solo i suoi avversari.
Nella società italiana la tradizione riformista della Cgil, impersonata da un ex grande leader di quella organizzazione, Luciano Lama, ha consentito di contribuire a un importante sviluppo della nostra società in anni difficili come quelli del terrorismo e della crisi energetica. Lo stesso Cofferati, alla metà dell’ultimo decennio dello scorso secolo, si riallacciò idealmente a quella stagione di responsabilità risultando determinante per raggiungere i traguardi del risanamento finanziario e dell’ingresso nella Europa della moneta unica.

Sarebbe davvero un peccato che ora il suo testamento "politico" alla Cgil coincidesse con una esperienza di segno diverso. Siamo sicuri che spiacerebbe per primo a Cofferati perchè sappiamo quanto davvero tenga alla sua coerenza di antico riformista.