Il rinascimento di Ortigia

24/05/2002





Le sfide del turismo – Un’alleanza tra industriali ed enti locali rilancia il cuore di Siracusa
Il rinascimento di Ortigia
Investimenti per 420 milioni € su ricettività, parco archeologico, aree costiere e infrastrutture

Mariano Maugeri

(DAL NOSTRO INVIATO)

SIRACUSA – «Essi, prima, pur vedendo non vedevano, pur udendo non udivano: simili a larve di sogni passavano nel tempo una loro esistenza confusa». Prometeo incatenato di Eschilo, atto secondo. A Siracusa le citazioni della drammaturgia antica sono una ginnastica interiore, quasi un’ossessione. Tanto più in questi giorni, dopo l’avvio tra le polemiche del ciclo delle rappresentazioni classiche al teatro Greco, una conchiglia scavata nella pietra bianca e porosa, l’omphalos (l’ombelico) del Mediterraneo che galleggia sul mare Jonio, ostaggio di una luce metallica che obbliga ad abbassare lo sguardo. L’isola di Ortigia che fa da spartiacque al porto Grande e al porto Piccolo è una quinta naturale. Facciate barocche color del miele, putti cotti dal sole con le bocche spalancate, inferriate panciute e ricamate a protezione di finestre da dove si può vedere senza essere visti, il vento di scirocco che deposita sulle pietre calcaree umidità e gocce d’Africa. Dieci anni fa Ortigia cadeva a pezzi. Palazzi sfarinati dal sole e dall’incuria tenuti in piedi da assi di legno fradice, finestre murate, ringhiere arrugginite, alberghi sbarrati e pericolanti, case deserte. E poi tre enormi caserme e un carcere borbonico, una militarizzazione della propria memoria. Siracusa è una città antica, moderna e postmoderna. Il labirinto d’acciaio delle raffinerie di Priolo e il Duomo, una chiesa poggiata sopra un tempio greco, con enormi colonne doriche che sorreggono gli archi normanni. L’orrenda piramide di cemento del Santuario della Madonna delle lacrime e la fontana di Aretusa, l’edilizia di rapina degli anni 60 di corso Gelone e il museo archeologico regionale, 18 mila pezzi della civiltà pre-greca e greca, una delle più ricche raccolte al mondo. Siracusa contiene la seduttività mediterranea e il suo esatto contrario. Un corto circuito che a un certo punto ha inghiottito l’anima stessa dei siracusani. La porta stretta da attraversare è stata la crisi feroce del polo petrolchimico. Fin quando qualcuno ha cominciato ad «arringare le onde», come fa dire Eschilo a Prometeo. «Perché non ripartire da questo immenso patrimonio culturale? Perché non trapiantare il know-how imprenditoriale anche al turismo? Perché non sfruttare la cultura per attrarre nuovi investimenti industriali?». Ivanhoe Lo Bello, Ivan per gli amici, 39 anni, più che a Prometeo, l’eroe che rubò il fuoco a Zeus per donarlo agli uomini, assomiglia a un banchiere della City. Laurea in Giurisprudenza all’università di Catania, un’azienda di alimenti per bambini nella zona industriale di Siracusa, un posto di consigliere di amministrazione del Banco di Sicilia ai tempi di Gianfranco Imperatori e un altro in Civita, l’associazione per la valorizzazione dei beni culturali di cui fanno parte le più grandi aziende italiane, dall’Ibm a Mediaset. Lo Bello marcia in sintonia con i suoi amici di sempre, quei quarantenni siracusani, suoi compagni di liceo, che via via si piazzeranno nei posti strategici del governo regionale e nazionale: l’assessore ai Beni Culturali della Regione siciliana, Fabio Granata, ex rautiano approdato poi in Alleanza nazionale, l’assessore all’Industria Maria Noè, siracusana pure lei ed ex presidente dei Giovani industriali siciliani. Divergenze politiche? Gli amici sono amici, anche se Lo Bello ammette di essere un liberal che ama la poesia, tanto che una delle sue frequentazioni catanesi più assidue è quella del Centro di culture contemporanee Zo, una fucina di rassegne musicali, teatrali e di poesia. Il paragone con Catania torna spesso nei suoi ragionamenti: «Io lo dico sempre al mio amico Enzo Bianco (per dieci anni sindaco della città etnea, ndr): la primavera catanese è stato un fenomeno calato dall’alto, a Siracusa, invece, stiamo sperimentando una rinascita dal basso». Il quartier generale di questa rinascita è in una delle zone più brutte della città, sede dell’associazione degli industriali, di cui Lo Bello è presidente da due anni. Che c’entra la Confindustria con Ortigia? Lui spiega con calma anglosassone: «Tutto è nato proprio dalle aziende chimiche: qui ci saranno stati tanti guasti, ma la nascita di un vero tessuto industriale ha creato una classe operaia solida, un sindacato forte, dei quadri consapevoli. I siracusani non sono mai andati a Palermo con il cappello in mano. Ecco perché la mafia è sempre stata alla larga. E in Sicilia non è una differenza da poco». Sono state le imprese a tirare fuori i quattrini per finanziare il master plan di Ortigia, «la prima e strategica azione d’intervento sull’area», che si somma a un progetto Urban della Ue. Lo Bello affida a Europrogetti & finanza un mandato preciso: diteci quali sono le leve per far rinascere Ortigia. La risposta è netta: ricettività qualificata e concentrata, un parco archeologico, restauro dei beni culturali, infrastrutture, uno scalo da diporto, recupero delle aree costiere, intrattenimento. Il presidente degli industriali ha messo il master plan sugli scranni dei consiglieri comunali che l’hanno approvato senza fiatare, dando il via a 420 milioni di euro di investimenti. E mentre c’era, quattro mesi fa ha sfornato il «Programma di valorizzazione del distretto culturale di Noto», che tanto per non sbagliare sta in provincia di Siracusa. Il sindaco, Gianbattista Bufardeci (Forza Italia), Titti per gli amici, collabora coscienziosamente. Tanto che qualche maligno sostiene che l’ufficio del primo cittadino si sia trasferito nella sede degli industriali. Così come collabora il presidente della Provincia, il diessino Bruno Marziano, ex segretario provinciale della Cgil. Se poi a Palazzo d’Orleans, a Palermo, qualcuno finge di non capire quale sia la posta in gioco per Siracusa si muove la coppia Granata-Noé. «A Siracusa abbiamo dimostrato che si può cambiare faccia alla città», sentenzia Lo Bello. Un’altra stoccata a Catania, la città che per i siracusani è stata una sorta di capitale, ripiombata nella mediocrità antecedente all’era Bianco. Inutile stupirsi, allora, che Siracusa sia stata l’unica città isolana ad approvare a tempo di record la Stu, la Società di trasformazione urbana. Una voglia di fare che ha convinto l’Ifil, la finanziaria del gruppo Fiat, a costruire due villaggi da 3mila posti letto con un partner locale. Anche Ortigia è un cantiere. Ci sono ruspe e gru dappertutto, entro l’estate saranno riaperti, completamente ristrutturati, due vecchi alberghi, il Des Etrangers e il Miramare, dove nell’800 scendevano scrittori inglesi e nobildonne tedesche, mentre le insegne dei Bed & breakfast, quindici in un paio di anni, si moltiplicano ogni mese e le case, che fino a qualche anno fa nessuno voleva, passano di mano a prezzi sempre più salati. Il primo riscontro di tanto lavoro si è avuto durante il ponte del 25 aprile: 70mila presenze, un numero che eccita Paolo Giansiracusa, assessore provinciale ai Beni culturali: «Quindici anni fa i turisti arrivavano, ma la sera scappavano via». Manca un tassello, quello dell’offerta culturale. Inutile rimettere a nuovo gli alberghi se poi non ci sono eventi capaci di richiamare l’attenzione. Dal 2000 le rappresentazioni dell’Inda, l’Istituto nazionale del dramma antico, sono annuali (prima erano biennali). All’allungamento dell’offerta ci hanno pensato sempre gli industriali, con una fondazione neonata – l’Ortigia festival – che in luglio inaugurerà la sua prima stagione con David Lynch, Isabelle Adjani, Juliette Binoche, Isabella Rossellini, Maddalena Crippa. «Affiancheremo Siracusa alle grandi rassegne teatrali di Avignone ed Edimburgo», spiegano senza farsi pregare. Adesso che il fuoco gli è stato donato, i siracusani vogliono farlo ardere fino in fondo. Lo chiamavano Prometeo, ma forse Lo Bello aspira al rango di Zeus, fosse solo lo Zeus di Ortigia.

Venerdí 24 Maggio 2002