Il rilancio Fiat nel vertice segreto con Sacconi e Bonanni La Fiom si trova a un bivio

23/06/2010

ROMA— I sì hanno vinto nel referendum alla Fiat di Pomigliano, ma la discussione non è chiusa. L’altissima affluenza al voto si può pure spiegare col timore dei lavoratori che una mancata partecipazione al referendum sarebbe stata notata e li avrebbe messi in cattiva luce con l’azienda. Ma la vittoria del sì, anche se in percentuali minori di quelle previste, dimostra un’adesione all’accordo firmato da tutti i sindacati con la Fiat, tranne appunto dalla Fiom. Magari non sarà stata un’adesione entusiasta, ma se c’è la crisi non è colpa né dell’azienda né dei sindacati, e realisticamente gli operai hanno accettato lo scambio tra le più dure condizioni di lavoro e il rilancio dello stabilimento, con lo spostamento della produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano. Per lo storico Valerio Castronovo (intervista pubblicata ieri da il Mattino), la Fiom ha ripetuto «l’errore del 1980, dopo lo sciopero dei 35 giorni» e Maurizio Landini, attuale segretario dei metalmeccanici Cgil ha fatto come Fausto Bertinotti «allora leader sindacale schierato per lo sciopero, mentre Lama (segretario Cgil, ndr.) era per tornare al lavoro».
Anche questa volta la Fiom non ha voluto sentire ragioni e si è «impuntata— lo dicono anche ai piani alti della Cgil— sui 17 turni, quando li abbiamo già concessi altre volte». Ma la Fiom punterà sul fatto che i no sono molti di più dei suoi iscritti (17%) e quindi non è una sconfitta. Secondo Pierre Carniti, l’ex segretario della Cisl protagonista dell’autunno caldo (al quale pure questo accordo non piace), la Fiom poteva «andare dai lavoratori e dire: "adesso le condizioni sono queste, l’azienda ha il coltello dalla parte del manico. Prendiamone atto e poi creiamo le condizioni per migliorare la situazione"». La pensa così pure Fausto Durante, leader della minoranza «moderata» della Fiom, che, pur respingendo l’intesa, propone che si prenda atto del voto. Il fatto è, sostiene Raffaele Bonanni, leader della Cisl, che quelli della Fiom «non cambieranno mai perché, come diciamo dalle mie parti se uno nasce tondo non può morire quadrato. Del resto, se loro sono legati a doppio filo con i movimenti antagonisti e i centri sociali e reclutano qui i propri quadri, sarà diverso da noi che li andiamo a prendere nelle parrocchie o no? È chiaro che noi abbiamo un approccio più equilibrato alle cose». Lo stesso approccio che Bonanni manifestò all’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, in un incontro riservato a tre che si tenne il 10 aprile scorso a Parma, a margine del Forum della Confindustria. L’accordo di Pomigliano cominciò a nascere lì.
Marchionne confermò che per lo stabilimento di Termini Imerese, in Sicilia, non c’era più speranza, ma fece capire che per quello di Pomigliano c’era invece una possibilità, a patto che i sindacati accettassero di far girare la fabbrica a pieno ritmo e mettessero fine a una serie di cattive abitudini, a partire dall’assenteismo. I tre erano consapevoli dell’ostacolo Fiom, ma la posta in gioco era alta e bisognava provarci, convennero. Se possibile tenendo dentro la Fiom, ma senza subirne i veti. È lo schema seguito in questi anni. Che ha portato frutti, secondo tutti i protagonisti. Il modello contrattuale, sottolineano Confindustria, Sacconi, Bonanni e Angeletti (Uil) è stato rinnovato e tutti i contratti di categoria (tranne quello dei metalmeccanici) sono stati rinnovati anche dalla Cgil con più rapidità rispetto a prima, portando più soldi nelle tasche dei lavoratori e senza scioperi.
La svolta, insomma, è in corso da prima di Pomigliano. Si sta andando verso un modello di relazioni industriali meno conflittuale e «più collaborativo, dove imprese e sindacati trovano le soluzioni di volta in volta più opportune», dice il ministro. L’accordo di Pomigliano si inserisce in questa cornice. «Per dimensione dell’investimento purtroppo potrebbe restare un caso unico— osserva Carlo Dell’Aringa, esperto di relazioni industriali— ma può dare una spinta al decentramento contrattuale e convincere anche la Confindustria, che finora ha privilegiato il contratto nazionale, che questa è la strada. Quanto alla Fiom, ci metterà secoli, ma alla fine dovrà farsene una ragione: restare sulle barricate non paga. Meglio prendere atto che, anche a causa della crisi e della globalizzazione, i rapporti di forza sono cambiati a favore delle aziende e giocarsela, perché si possono comunque realizzare scambi utili: oggi per difendere i posti di lavoro, domani per ottenere di più».
Per Bonanni, che per una volta non è d’accordo con Sacconi, «non c’è nessun precedente e nessuna svolta, perché questi accordi si sono sempre fatti. Un anno e mezzo fa con Alitalia che cosa abbiamo fatto? E 6 mesi fa con banca Intesa per le assunzioni nel Sud? E 10 anni fa, nel tessile, quanti accordi abbiamo firmato per impedire chiusure? E per il porto di Gioia Tauro? E per la Fiat di Melfi? I lavoratori stanno con noi, perché guardano al sodo e non ai dibattiti di una classe dirigente disancorata dalla realtà. Con la crisi, un terzo delle imprese italiane si è già ristrutturata e sta ripartendo ma gli altri due terzi no. Vogliamo parlare di questo e trovare insieme, aziende e sindacati, le soluzioni oppure restare a cento anni fa, come Gianni Rinaldini, che al congresso della Fiom ha detto che "lo sciopero non importa se porta risultati perché il solo scioperare è un risultato"?».