Il referendum sul lavoro divide il centrosinistra

30/05/2002





(Del 30/5/2002 Sezione: Interni Pag. 2)
PUNTA A ESTENDERE LE TUTELE SUI LICENZIAMENTI ALLE IMPRESE CON MENO DI 15 ADDETTI
Il referendum sul lavoro divide il centrosinistra
La proposta di Fiom, Prc e verdi non convince Ds, Margherita e socialisti

ROMA

Sta diventando un caso politico di rilievo la raccolta di firme per un referendum mirato ad estendere le tutele contro i licenziamenti anche ai lavoratori delle imprese con meno di 15 dipendenti. Il referendum, promosso dalla Fiom-Cgil e da un comitato di intellettuali, è sostenuto sul versante politico da Rifondazione Comunista, dai Verdi, e dall´area Ds «Socialismo 2000», animata dall´ex ministro del Lavoro Cesare Salvi. Contrari, con motivazioni differenti, si sono detti i Ds – sia dell´area vicina al segretario Fassino e al presidente D´Alema, che i componenti del «correntone» di minoranza – la Margherita e i socialisti dello Sdi. Il segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti ha fatto capire che un eventuale dissenso dell´Ulivo rispetto alla campagna referendaria (che oltre all´estensione alle piccole imprese dell´articolo 18 prevede anche quesiti per l´allargamento di alcuni diritti sindacali) potrebbe pesare sui rapporti futuri tra le componenti dell´opposizione di sinistra. Ma anche sul confronto in atto per i ballottaggi nel secondo turno delle elezioni amministrative. L´iniziativa referendaria non piace al leader della Cgil Sergio Cofferati, anche se per ora non vi è stata nessuna presa di posizione ufficiale della Cgil. Al contrario, ieri la minoranza di «LavoroSocietà» ha formalmente annunciato l´adesione alla raccolta delle firme. Contrario è anche il leader Cisl, Savino Pezzotta, che si dice «non convinto dalla proposta di Bertinotti» e opta per un «nuovo Statuto dei lavori che garantisca tutele a chi non ne ha». Sulla stessa linea il leader Uil Luigi Angeletti, che pure riconosce che il referendum «mette l’accento su un problema vero, ovvero quello della diseguaglianza dei diritti nel mondo del lavoro». Ma la soluzione non può essere quella del referendum. Totalmente critico è il giudizio della Margherita. Ieri il senatore ed ex ministro del Lavoro Tiziano Treu ha definito «politicamente sbagliato» il referendum, perché può «aprire il campo a strumentalizzazioni da parte del governo». «È inopportuno dal punto di vista politico, economico, istituzionale – dice Treu – spacca l’Ulivo, è un modo di forzare la realtà, non tiene conto che anche negli altri paesi europei esiste una soglia al di sotto della quale non si applicano le norme generali». E, comunque, sostiene Treu, la battaglia referendaria è così inflazionata che si rischia di non aver risposte neanche su temi più condivisi. «Non mi pare sia praticabile, sarebbe una specie di boomerang – dice il coordinatore della Margherita – i referendum si fanno per vincerli, così facendo rischierebbe di diventare una battaglia di minoranza». Per Franceschini, molto più utile sarebbe un referendum abrogativo della riforma dell´articolo 18 voluta dal governo, qualora diventasse legge. Per i Ds, il responsabile economico Pierluigi Bersani e il coordinatore della segreteria Vannino Chiti bocciano il referendum bertinottiano, e ricordano come la strada scelta dalla maggioranza è quella della «Carta dei diritti» o «Statuto dei lavori» su cui stanno lavorando Treu e Giuliano Amato. Per un esponente di peso della Quercia come Luciano Violante, «ci sarà una valutazione collegiale: il partito ne discuterà e poi deciderà», ma «la mia personale opinione è contraria: questa norma potrebbe danneggiare anche gli stessi lavoratori perché può indurre le imprese a far lavorare ancora di più in nero». Prudente è il responsabile per il lavoro del Botteghino, Cesare Damiano: «Non mi pare utile la proposta di Rifondazione perché non affronta l’ampiezza e la profondità del problema dell’estensione dei diritti». Insomma, oltre ai licenziamenti c´è anche la previdenza, gli ammortizzatori, la tutela della maternità. Il «correntone» Ds è un po´ in imbarazzo. Il portavoce del correntone, Vincenzo Vita, dopo aver ricordato che l’adesione di Salvi «non è una novità perché è stata da tempo annunciata», si affretta a dire che Aprile (il nome che si è dato la minoranza della Quercia) non ha preso posizione e si riunirà domani per «una serena valutazione» considerando però «anche altre vie rispetto al referendum». L´importante, dice Vita, «è che non si metta in difficoltà il movimento dei lavoratori e l’opposizione in questa fase delicatissima». Cesare Salvi, comunque, non deflette dalle sue decisioni e in serata afferma che non c’è «alcuna contraddizione tra la proposta di Treu e Amato e l’iniziativa referendaria».

r. gi.