«Il referendum sui diritti inalienabili è illegittimo» intervista a Sergio Cofferati

18/06/2010

«Ma guarda se devono essere dei moderati come me a dire queste cose». Con queste parole Sergio Cofferati conclude l’intervista che ci ha appena rilasciato su Pomigliano. In realtà, invocare l’inalienabilità dei diritti sanciti dai contratti collettivi o addirittura garantiti dalla Costituzione e dalla Carta europea di Nizza non è cosa da estremisti. Il fatto è che in tempi in cui quasi tutte le vacche sono nere, dire cose sagge emoderate comporta il rischio di venire incasellati tra gli estremisti. Additati da un contesto politico e sindacale che prepara il ritorno ad anni cupi, quando tutto il potere era nelle mani dei padroni – così si chiamavano una volta gli «imprenditori». Il giudizio dell’ex segretario generale della Cgil sull’ipotesi di accordo siglato da Fim e Uilm sul futuro dello stabilimento Fiat è netto: «Viola diritti fondamentali ed è anticostituzionale ». E perciò il referendum, imposto da Marchionne e fatto proprio da due sindacati, «è illegittimo».
Cofferati, hai letto il testo dell’accordo, e come lo valuti?
A differenza di altri ho l’abitudine di leggere le carte prima di commentarle. Giudico che il testo e la prassi che l’ha prodotto siano forzature insensate da parte della Fiat. Sono convinto dell’importanza che venga garantita a Pomigliano la presenza di un grande stabilimento di automobili con un elevato livello di produttività e di qualità del prodotto, capaci di garantire competitività. Ma aggiungo che questi obiettivi si possono raggiungere con altri metodi, senza mettere in discussione i diritti e la dignità delle persone. E a Marchionne che dice di volersi garantire una stabilità nei rapporti sindacali e in fabbrica ricordo che construmenti sbagliati, i diktat e i ricatti non si si costruisce consenso ma, nel tempo, soltanto conflitto. È poi evidente che chi non firma quel testo seguirà la strada dei ricorsi per violazione della Costituzione e della Carta di Nizza, e se quei ricorsi avessero successo l’accordo verrebbe invalidato. La Fiat ha costruito un’impalcatura davvero fragile: senza consenso non c’è organizzazione del lavoro che possa funzionare.
Forse Marchionne queste cose le sama pensa che il contesto sia quello giusto per fare una forzatura…
Con norme lesive di diritti fondamentali, come la contrattazione collettiva e la possibilità di scioperare? Non so se consapevolmente o no, fatto sta che la Fiat con l’operazione Pomigliano non si limita a lavorare per sé, in quanto consegna alla politica un precedente pericolosissimo. Io sono convinto che la politica, e anche il mio partito, dovrebbero occuparsi delle persone che lavorano,ma in questo caso si offre, più che alla politica, al governo e al sistema delle imprese una carta truccata utilizzabile per buttare alle ortiche diritti fondamenti sanciti dalla Costituzione. E il governo e il sistema delle imprese vengono spinte ad assumere l’eventuale accordo di Pomigliano come modello di riferimento. C’è addirittura chi straparla applaudendo alla vittoria del riformismo. C’è un di più nelle intenzioni di Marchionne, ed è un segno generale: il contratto collettivo già oggi le garantisce la possibilità di estendere l’utilizzo degli impianti e l’intervento su eventuali comportamenti anomali delle persone senza umiliarle e cancellarne i diritti.
Dunque, Pomigliano non è un caso speciale motivato dalla crisi e dalla eccezionalità ella situazione economica?
Se dai un vantaggio competitivo a un’azienda importante come la Fiat, abbattendo i diritti e cancellando la rappresentanza collettiva, devi aspettarsi che altre azende, non soltanto automobilistiche, pretenderanno di pareggiare il conto. In sostanza si cercherà di far diventare le nuove regole Fiat norme per tutti i produttori, di qualsiasi settore. Di nuovo, le svolte alla Fiat avviano una svolta generale. Qual è l’obiettivo della forzatura di Marchionne?
Pensando che ci siano le condizioni ambientali, Marchionne vuole forzare la mano per mettere in discussione la contrattazione collettiva attraverso deroghe che vanno nel senso di individualizzare il rapporto con i lavoratori. L’esempio più lampante sta nella pretesa di abolire il diritto di sciopero. Insisto, Pomigliano non è un’eccezione ma un grimaldello per scardinare il sistema dei diritti e della rappresentanza collettiva. Questo dovrebbe capire chi, insultando chi lavora, arriva a dire che «è finito il tempo delle cicale». Dopo aver contrastato la richiesta della Fiom di consegnare ai lavoratori il diritto di esprimersi su accordi e contratti che li riguardino, ora Fim e Uilm si fanno paladini del referendum imposto dalla Fiat. Questo è il risultato dell’assenza di una legge sulla rappresentanza che stabilisca le regole, per sapere chi rappresenta chi e quale sia il livello di validazione di un accordo da parte dei lavoratori. Cosicché oggi siamo al paradosso di imporre con un referendum deroghe a un contratto mai approvato dai lavoratori per il rifiuto di due sindacati a farli esprimere. È illegittimo un referendum in cui il giudiziodi un gruppo ristretto di lavoratori, costretti dal ricatto a piegarsi, possa sancire la violazione di norme costituzionali. La politica, come le stelle, sta a guardare. C’è un silenzio che preoccupa.
Un silenzio rotto solo da affermazioni mai sostanziate dalla conoscenza del testo in discussione: come si fa a dire «è un accordo brutto ma va firmato»?
Ricordo che il mio ultimo atto da segretario della Cgil fu la non firma di un accordo, il Patto per l’Italia, definito epocale da chi invece l’aveva firmato. È triste vedere la sottovalutazione da parte della politica di quel che sta avvenendo. Se da una grande azienda arrivano tagli agli elementi di coesione garantiti dalla rappresentanza collettiva non puoi non aspettarti aspri conflitti. Si straparla di antipolitica come grave malattia: ammesso e non concesso, per combattere questa malattia si dovrebbero valorizzare la partecipazione e la rappresentanza, invece si brinda alla loro cancellazione. Gli attacchi alla Costituzione arrivano da tutte le parti.
La parte politica mette in discussione la Carta fondamentale in nome di una visione neocorporativa e individualistica e così facendo manda un messaggio alle imprese. La Fiat l’ha colto in pieno. Prima della costruzione dello stabilimento di Melfi, Cesare Romiti, il falco, lo sciafela leun (schiaffeggia leoni), pretese un accordo che imponeva ritmi e salari diversi da quelli vigenti nelle altre fabbriche Fiat e una deroga al divieto di lavoro notturno per le donne. Mai si fermò lì. Il liberal Marchionne va oltre e pretende di cancellare il diritto di sciopero.
Hai ragione, il confronto con Romiti si mantenne in una sfera di legittima contrattazione senza che venissero messi in discussione diritti fondamentali e modifiche costituzionali. Se Romiti era un falco, Marchionne che animale è?
In questa brutta storia c’è una novità che spero non faccia scuola: il confronto sindacale supera la soglia dei diritti inagibili, e questo non è tollerabile. Mi fa specie che alcuni sindacati non se ne rendano conto, o non ne colgano la gravità. È singolare che tocchi a un moderato come me fare queste considerazioni. Del resto, bisogna pur rompere il silenzio tombale della politica sul diritto del lavoro.