Il referendum? Partenza farsa

05/10/2007
    4 ottobre 2007 – ANNO XLV – N.40

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      IL NOSTRO TEMPO

      Il referendum? Partenza farsa

        DIETRO LE QUINTE – Divieto di fare campagna elettorale per il no. Diritto di voto ai pensionati. Accordi sottobanco fra sindacalisti e politici. Così la consultazione dell’8 ottobre è diventata superflua.

          CARLO PUCA

            Il risiko investe i sindacati e coinvolge la sinistra radicale, il Partito democratico, il governo di Romano Prodi e persino l’Udc di Pier Ferdinando Casini, che alla partita partecipa, eccome. Una sporca partita, giocata con le armi improprie di veti, patti segreti e sofismi statutari (per i sindacati) e parlamentari (per i partiti). Al punto da rendere superfluo il referendum sul protocollo per il welfare indetto da Cgil, Cisl e Uil dall’8 al 10 ottobre. Le decisioni che contano si prenderanno altrove, nei santuari di partiti e sindacati. E sulla testa dei lavoratori.

              Eppure, ufficialmente, il pasticciaccio brutto del protocollo dovrebbe riguardare soltanto i contenuti: le pensioni degli italiani (con il superamento dello scalone Maroni), la riforma del mercato del lavoro (precariato), ammortizzatori sociali, competitività. Insomma, una mezza rivoluzione, piacciano o meno le soluzioni proposte dal governo, controfirmate da Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti il 23 luglio 2007.

                Cioè i leader sindacali, che ostentano il referendum come «prova di democrazia». Dice Epifani che «pesa di più l’opinione dei lavoratori che quella della Fiom», i metalmeccanici contrari al protocollo che, caso unico dal 1946, si sono distinti dalla casa madre, la Cgil. E però alla Fiom di Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi è stato impedito di fare campagna elettorale: i direttivi unitari hanno stabilito che nelle assemblee sindacali possa essere illustrata soltanto la posizione unitaria di Cgil, Cisl e Uil. Quelli del no? Zitti, altrimenti da statuto scatta l’espulsione, come stavano per fare con Nicola Nicolosi.

                  Leader della componente Lavoro & società vicina a Rifondazione comunista, Nicolosi ha convocato per il 29 settembre a Firenze una manifestazione di piazza contro il protocollo. Epifani ha preso carta e penna e gli ha intimato di cancellare l’evento perché «si mette contro il patto unitario e il suo grande valore». Un boomerang, perché alla manifestazione, altrimenti destinata alla sordina, hanno aderito decine di camere del lavoro in polemica con Epifani e il suo «avviso ai naviganti», come lo definisce Nicolosi. E Cremaschi, solidale, aggiunge: «Non c’è ancora tutta la consapevolezza dei guasti tremendi dell’accordo. Speriamo di riuscire a diffonderla». Soprattutto tra i precari, ammessi al voto per la prima volta.

                    Ma i colpi bassi non si limitano alla campagna elettorale. Al referendum hanno diritto al voto anche i pensionati, che ormai hanno salvi i diritti acquisiti e c’entrano nulla con il protocollo. Quelli che aderiscono al sindacato sono circa 5 milioni, valgono quasi la metà degli iscritti e sono i più diligenti nel seguire le indicazioni dei leader. Risultarono decisivi già nel ’95, al punto da far volare i sì al 70 per cento nel referendum sulla riforma Dini delle pensioni, che venne invece bocciata dai lavoratori attivi della grande industria.

                      Perciò l’obiettivo massimo della Fiom è riuscire a raggiungere il 25 per cento dei consensi, cosicché «il voto potrà essere letto, categoria per categoria, e fabbrica per fabbrica» spiega Rinaldini. La vittoria del no significherebbe la caduta di Epifani.

                        Un risultato impossibile. Anche perché i sindacati di base diserteranno le urne. Per esempio, i Cub di Piergiorgio Tiboni denunciano «una consultazione senza nessuna regolarità. Gli aventi diritto al voto tra lavoratori e pensionati sono oltre 35 milioni e non è previsto nessun quorum per la validità della votazione». Ancora: «I seggi saranno gestiti da Cgil-Cisl-Uil e si voterà anche nelle loro sedi. E hanno dichiarato che la partecipazione al voto sarà un successo se risulterà dai loro verbali una affluenza intorno al 13 per cento degli aventi diritto».

                          Più o meno stesso atteggiamento mostrano Sdl, Cobas, UniCobas, Slaicobas, Usi. Tutte assieme, le sigle dell’estrema sinistra hanno annunciato uno sciopero generale per il 9 novembre. Perché, comunque vada il referendum, per loro sarà sempre da considerarsi «una truffa».

                            I sindacati di base e la Fiom cercano per strade diverse di incanalare verso di sé i lavoratori attratti da Beppe Grillo e delusi dai confederali, dal governo e dal Partito democratico, ultimo erede del Pci «proletario». La verità, però, è che per i vertici la base conta poco o nulla, la sostanza è l’ingegneria politico-sindacale. La nascita della Sinistra democratica di Fabio Mussi (scissosi da Walter Veltroni) e il no dei metalmeccanici hanno fatto saltare l’unità della Cgil e i suoi equilibri interni. L’effetto collaterale è la crisi del rapporto tra il sindacato e il Pd. I risultati del referendum, previsti per il 12 ottobre, torneranno utili anche a rilanciare tale rapporto.

                              Ma il Prc di Franco Giordano e il Pdci di Oliviero Diliberto non restano certo a guardare. Hanno convocato per il 20 ottobre una manifestazione nazionale per indurre il governo a una «svolta di sinistra». I confederali, Epifani compreso, sono contrari alla piazza comunista. E non a caso: Prc e Pdci si oppongono al protocollo e intendono cambiarlo in Parlamento. Proprio lì potrebbe materializzarsi l’ultima truffa, ovvero la modifica dell’accordo nelle parti sul precariato. Insomma, fatto il referendum confermativo, il Palazzo potrebbe subito disfarlo.

                                L’Unione, infatti, corre il serio rischio che il protocollo al Senato non passi. Tre senatori comunisti dissidenti (Turigliatto, Rossi e Giannini, in procinto di fondare un partito, magari con Cremaschi leader) hanno annunciato il loro voto contrario, anche in caso di fiducia. Con seri rischi di tenuta per la maggioranza.

                                  Ma uno stratagemma è già stato messo a punto. Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha «spacchettato» la Legge finanziaria, piazzando il protocollo in un collegato non soggetto alla fiducia, come promesso da Prodi ai comunisti. Sicché, se la sinistra radicale avrà la forza di «migliorare il protocollo nella parte del welfare» (come chiede anche Mussi) potrà farlo. Se no, per parare i tre dissidenti, arriverà il soccorso bianco dell’Udc di Casini. Così ha assicurato ai partner sindacali e politici il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Appunto: ingegneria politico-sindacale. Che agli operai importa poco. Anzi, nulla.