Il referendum è soltanto un autogol – di T.Treu

05/03/2003

              5 Marzo 2003

              ART.18.
              NON ILLUDIAMO LAVORATORI E PICCOLE IMPRESE
              DI TIZIANO TREU

              Il referendum è soltanto un autogol e per la riforma il tempo è scaduto

              L’Ulivo deve rilanciare le proposte sulla estensione degli ammortizzatori sociali

                Il referendum per l’estensione dell’art. 18 alle piccole aziende (sotto i 15 dipendenti) è sbagliato, per motivi economici e politici. E’ bene chiarirli per evitare, o almeno per cercare di ridurre, le strumentalizzazioni di questa vicenda. Non c’è da meravigliarsi che le strumentalizzazioni siano in atto da parte del centro destra, che sta organizzando comitati per il NO, e sollecitando i riformisti, come noi, ad aderirvi. La verità è che questo referendum sulla estensione dell’art. 18 mette in difficoltà soprattutto la sinistra. Questo è il primo motivo politico per cui lanciare il referendum da parte di Rifondazione è stato un errore. Berlusconi aveva appena preso atto che il suo attacco all’art. 18, condotto per oltre un anno, si era rivelato un boomerang, che il referendum gli offre un’occasione per riaprire la polemica, questa volta con argomenti che creano divisioni nel centro sinistra. Il referendum è dunque sbagliato anzitutto perché distoglie l’attenzione dalle contraddizioni del governo sulla tutela del lavoro e sulle politiche di sviluppo e apre divergenze al nostro interno: in particolare, fra mondo del lavoro dipendente e mondo delle piccole e piccolissime imprese che contribuiscono positivamente allo sviluppo del nostro paese. Ai lavoratori dipendenti offre una prospettiva illusoria: la reintegrazione nel posto di lavoro all’interno di un’impresa di tre/quattro dipendenti, magari familiari, è di fatto impraticabile. Tanto è vero che nessuno si è mai sognato di praticarla nei paesi europei, compresi quelli a governo riformista.
                I milioni di piccoli imprenditori e lavoratori autonomi, d’altra parte, stanno vivendo una simile imposizione come inutile e come punitiva nei loro confronti. Non vedo come si possa convincere del contrario quelli di loro che hanno votato per il centro sinistra; e tanto meno avvicinare alle nostre posizioni quelli incerti o delusi da Berlusconi.
                Il referendum è un vero e proprio autogol nella difficile partita di recuperare voti tra i ceti produttivi del nostro paese, che sono decisivi per una politica riformista e per lo sviluppo.
                Il referendum è sbagliato anche per motivi specifici di merito. La differenza di condizione tra il lavoro nelle piccole imprese e nelle grandi è riconosciuta da sempre in tutti i paesi avanzati e dalla stessa comunità europea: non solo in tema di licenziamenti. Il carattere personalissimo dei rapporti di lavoro all’interno delle piccole imprese è tale da richiedere adattamenti in vari aspetti della normativa del lavoro, da quelli sulle rappresentanze sindacali, a quelli appunto sui licenziamenti. Lo ha riconosciuto da tempo la stessa Corte Costituzionale che ha confermato la correttezza dell’attuale sistema per cui il diritto alla reitegrazione spetta solo ai dipendenti delle aziende con più di 15 dipendenti; mentre i lavoratori delle aziende più piccole sono tutelati con un indennizzo monetario. Ma questo conferma che stabilire tale soglia è una scelta di opportunità. Non c’è nessuna battaglia di civiltà da condurre. Aver impostato in termini di "civiltà" anche la precedente discussione sulla difesa dell’art. 18 ha obiettivamente aperto la strada al referendum di Bertinotti. Se il diritto alla reintegrazione fosse un diritto fondamentale di civiltà, dovrebbe estendersi a tutti.
                E sarebbero incivili tutti i paesi europei.
                Difendere l’attuale art. 18 è stato giusto: ma non per motivi di "civiltà"; bensì perché è una conquista storica dei lavoratori da preservare contro gli attacchi di Confindustria e del governo. Essi hanno usato la modifica dell’art. 18 per indebolire il fronte sindacale e dividerlo, cioè hanno agito per motivi politici e non economici, come hanno sempre ammesso gli stessi imprenditori "non prevenuti", ritenendo non significativa né tanto meno prioritaria tale modifica.
                In periodi "normali" tutto ciò sarebbe discutibile: la soglia numerica delle piccole aziende e la automaticità della reintegrazione in cado di licenziamento ingiusto nelle stesse grandi aziende. L’ho sostenuto anch’io con molti colleghi parlamentari proponendo tre anni fa una soluzione "alla tedesca" che affidava al giudice – o meglio a un arbitro – di decidere in concreto quale sia la soluzione più adatta per il licenziamento ingiustificato, tenuto conto di tutte le circostanze del caso (condizioni del mercato del lavoro, della persona licenziata, grado di colpa, etc.).
                In tal modo il giudice potrebbe valutare se la sanzione migliore per il licenziamento ingiustificato è la reintegra nel posto di lavoro, per le violazioni più gravi e nelle ipotesi di licenziamento discriminatorio ovvero un indennizzo pecuniario, come è probabile e come già avviene in pratica. Ma quando facevo queste proposte eravamo in tempi normali (o quasi). Nel contesto attuale non si può trattare su questi punti. Ora è tardivo anche avanzare proposte di riforma, pure in sé apprezzabili come quella di alcuni parlamentari liberali che hanno rilanciato la soluzione "alla tedesca". Una simile soluzione fu timidamente avanzata lo scorso anno anche da me, ma fu resa impraticabile dal governo, e dai veti della Cgil. Oggi può essere utile solo come testimonianza, ma non certo per bloccare il referendum. Non ce ne sono i tempi tecnici e soprattutto la maggioranza ha interesse a modificare l’art. 18 in direzione opposta, cioè a ridurre le tutele, non ad ampliarle. In queste condizioni l’iniziativa più utile è di intervenire sui bisogni prioritari dei dipendenti delle piccole imprese. Questi devono essere aiutati non tanto con illusorie promesse di reintegro, ma devono essere protetti dalla minaccia di perdita del posto di lavoro nelle crisi che affliggono la nostra economia e contro cui cui sono ora inermi (non hanno neppure la cassa integrazione). Oltretutto il tema è oggetto di discussione in Senato che esamina la seconda parte della delega governativa sul mercato del lavoro contenete norme ‘generiche’ sugli ammortizzatori sociali e sugli incentivi all’occupazione. L’Ulivo deve usare questa occasione per rilanciare e far conoscere le proprie proposte che prevedono la estensione degli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori, compresi i dipendenti delle piccole imprese e i lavoratori atipici.
                Questo è il vero terreno di riforma che completa la riforma già fatta dal centro sinistra predisponendo per tutti i lavoratori una rete di sicurezza necessaria per sostenere la flessibilità.