Il rebus del governo: favorire i ricchi o i ceti medi

01/04/2004



01 Aprile 2004

PER FINANZIARE IL SECONDO MODULO DELLA RIFORMA OCCORRE REPERIRE 6 MILIARDI DI EURO.
PRIMI EFFETTI SOLO NEL 2005
Il rebus del governo: favorire i ricchi o i ceti medi
Che cosa cambia riducendo l’aliquota più alta oppure quelle intermedie

analisi
Roberto Giovannini
    ROMA
    CERTO, è «scritto» nel cosiddetto «Contratto con gli italiani»: ma arrivare a fine legislatura con due sole aliquote Irpef (al 23 e al 33%, come pure indica la delega fiscale Tremonti approvata dal Parlamento) non sembra davvero un’impresa facile da realizzare. Anche se c’è di mezzo – almeno sulla carta – la stessa ricandidatura di Berlusconi, per riuscirci bisognerebbe trovare diverse decine di miliardi di euro, in un modo o in un altro, e questi sono tempi difficili per le casse dello Stato. Non sarà uno scherzo nemmeno reperire i 6 miliardi che dovrebbero costituire il «secondo modulo» con cui il premier vorrebbe dare all’economia e ai consumi uno «shock» in grado di far ripartire l’Italia. Si può certamente tagliare con mano pesante in un bilancio dello Stato che «vale» pur sempre ben oltre 500 miliardi di e. E sicuramente nei calcoli e nelle simulazioni che si stanno approntando al ministero dell’Economia si prevede che una parte (relativamente modesta, però) della riduzione del gettito dovuta agli sgravi fiscali annunciati potrebbe rientrare nelle esauste casse dello Stato, attraverso l’aumento dei consumi e dei redditi.
    Ma lasciamo per adesso da parte il problema – pure decisivo – del «come» fare a trovare le risorse. Anche perché, almeno negli ambienti politici, si è ormai più che certi che (ormai) lo sgravio si farà. Parliamo allora del «quando» si farà, e soprattutto del «chi» ne beneficerà. L’annuncio si farà ora, ma a sentire gli esperti e qualche fonte ministeriale, l’operazione dovrà essere prima inserita nel Dpef; poi, successivamente, contemplata nella Finanziaria 2005 che verrà varata in autunno. Dunque, il «risparmio» sulle tasse scatterà soltanto dal primo gennaio del 2005, e in ogni caso le conseguenze si vedranno in busta paga (per i lavoratori dipendenti) o nelle dichiarazioni 730 o «Unico» sui redditi 2004.
    Il vero problema – anche politico – è però il «chi» dovrà guadagnarci. Su questo, anche se per adesso si tratta soltanto di parole, ipotesi e dichiarazioni, si sta aprendo un chiaro confronto tra due opzioni di fondo: Silvio Berlusconi vorrebbe cominciare dai «ricchi», Gianfranco Fini dai «ceti medi». Altri ancora, specie nell’Udc, preferirebbero continuare ad allargare la «no tax area», che oggi arriva a 15.000 euro. Uno scontro fiscale-economico che sottende a uno scontro politico-elettorale: a parte l’effetto sui consumi (spendono di più i ricchi o i «poveri»?), al momento delle elezioni quali ceti sociali si sentiranno premiati (o indennizzati) dal centrodestra?
    La prima opzione, esposta da Silvio Berlusconi al Forum di Cernobbio, prevede che il «secondo modulo» debba favorire soprattutto i redditi più alti, ovvero quelli superiori a un imponibile di 70.000 eannui: oggi sono tassati con un’aliquota del 45%, potrebbero essere portati al 38-39% o forse anche direttamente al 33% del «contratto». Si tratta di una fetta relativamente ristretta della platea dei contribuenti, intorno allo 0,6% del totale, ma molto «dotata» quanto a risorse. Diversa è la tesi di Fini, che pensa soprattutto ai «ceti medi» che si sentono più poveri e insicuri: è quel 28% circa di italiani collocati tra 15.000 e 31.000 eannui di imponibile, oggi tassati con un’aliquota del 31%, e che potrebbero essere «accorpati» allo scaglione del 29%. Naturalmente sono possibili soluzioni «intermedie»: bisogna considerare che – al limite – anche un estensione della «no tax area» o un aumento delle detrazioni (per figli o per lavoro) porta un vantaggio a tutti. Diverso e ben più forte, però, è l’effetto ottenuto concentrando gli sgravi.
    Certo è che l’impianto della riforma su due aliquote (23% fino a 100.000 ee 33% dopo) ha un’inevitabile effetto di riduzione della progressività. Ovvero: anche se si può «giocare» con le detrazioni, quel tipo di sistema (che a suo tempo qualche giornale definì «rivoluzione reaganiana») per definizione risulta più vantaggioso per chi guadagna di più, e meno favorevole a chi guadagna di meno. Trasferendo sul sistema attuale le nuove aliquote, un reddito di 15.000 erisparmia 662 el’anno, 957 uno di 25.000, 3.912 uno di 50.000, 8.212 uno di 75.000, addirittura 16.112 uno di 120.000 e. In altri termini, secondi i calcoli illustrati nel grafico qui sopra, il 10% più povero dei contribuenti vede aumentare il suo reddito disponibile di qualche decimale di punto; il 10% più ricco ci guadagna quasi il 7%.