Il prodismo di Creta riesce nel miracolo e ricompatta le due anime della Cgil

06/06/2005
    sabato 4 giugno 2005

      LISTINI. IL MAL DI PANCIA NEL SINDACATO

        di Ettore Colombo

          Il prodismo di Creta riesce nel miracolo e ricompatta le due anime della Cgil
          La minoranza interna e l’ala riformista concordi nel criticare il leaderismo del Prof

            «Tutti, Ds in testa, sapevano da mesi che la Margherita non voleva la lista unitaria al proporzionale. Perché continuare a provocarla, allora?», sbotta Gianpaolo Patta, leader della minoranza interna “Lavoro e società” nella Cgil, da Madrid mentre partecipa al congresso della Ugt, e s’entusiasma per il premier Zapatero che si dice fiero di avere la tessera dell’Ugt in tasca. «Da noi non solo non c’è uno Zapatero – sospira Patta – ma tutta la classe politica ulivista è la stessa, immobile, da troppi anni». Poi dice: «Rutelli non mi scandalizza, a meno che non voglia fare davvero il grande centro, ma se Prodi vuole fare la sua lista e i Ds scompaiono ne avremmo tutti un danno, anche perché l’idea stessa di socialdemocrazia scomparirebbe». Curioso, ma anche dall’altra parte della grande casa di corso Italia, quella riformista, i consensi per Prodi non sono mai stati tanto bassi come di questi tempi. Aldo Amoretti, presidente dell’Inca Cgil, è netto: «la Fabbrica, così com’è strutturata, è il laboratorio dei soli prodiani. La lista Prodi sarebbe un errore per tutti, anche per lui. Se non è possibile fare la lista unitaria, ognuno faccia la sua ma è sbagliato inventarsi surrogati per forzare un processo che alla fine nessuno vuole». «Certo – sottolinea – un sindacato unitario aiuterebbe anche il centrosinistra: vedere Cgil, Cisl e Uil divise e in lite come oggi favorisce invece la diaspora. Colpa anche nostra. Della Cgil, dico».

            Insomma, se grande è il disordine sotto il cielo unionista, neanche in Cgil la situazione è eccellente. Resta che gli umori dei principali dirigenti e delle diverse anime del sindacato rosso, oltre che il più grande d’Italia, non sono più tutti compattamente superprodiani come forse, fino a qualche tempo fa (basti pensare al documento dei 12 segretari confederali inviato a Prodi come «contributo» al programma), si poteva pensare. Cominciano a farsi largo i i sentimenti di «vivo sconcerto» e «forte preoccupazione». Verso le scelte di divisione portate avanti dalla Margherita di Rutelli? Certo, in parte. Ma anche – è questa la novità – verso «il metodo» (i fax spediti da Creta) e le «pretese» (leaderistiche) seguite dal Professore.

            Certo, Epifani e gli uomini e le donne (Carla Cantone) a lui più vicini di fatto parteggiano per Prodi, anche se continuano a tutti i contendenti dell’attuale guerra in corso lo stesso preoccupato messaggio («Così vi fate solo del male») e che l’accento va messo – premessa la «soggettività sociale, non politica, della Cgil» – sui programmi: «In base a loro la Cgil sceglierà cosa fare». Ma se Epifani ribadisce ai contendenti la richiesta di «mediazione», già espressa in un’intervista al Corriere, le sue simpatie sono note: il 23 giugno là dove l’anno scorso abbracciò Montezemolo, a Serravalle Pistoiese, il segretario della Cgil avrà un faccia a faccia pubblico con Prodi, moderato dal giornalista del gruppo Repubblica Giulio Anselmi. Scelta soft ma netta a favore del Professore. Il segretario confederale Paolo Nerozzi, ieri vicino al Correntone e che oggi si dice “prodalemiano”, sta anche lui con Prodi ma sostiene che il sindacato si deve occupare d’altro, e cioè della «grave crisi del paese: deve fare blocco sociale, tutelare lavoratori e pensionati, sempre più a rischio astensionismo causa disillusioni e insicurezze, contribuire al programma dell’Unione, non ad aumentarne la litigiosità interna». L’area Nerozzi-Podda (Funzione Pubblica) e gran parte della Fiom (Rinaldini ma senza Cremaschi) starebbe in realtà accarezzando l’idea di una “forza autonoma del lavoro” dotata di visibilità politica, oltre che sociale, e in sinergia col partito prodiano.

            I cigiellini più vicini a Fassino, invece, a difendere l’identità dei Ds, oltre che a rilanciare l’unità della coalizione, ci tengono: Nicoletta Ronchi, della segreteria confederale, va giù secca: «I partiti non si costruiscono a tavolino e non volerne tener conto è un errore. La Margherita sbaglia ma le forzature di Prodi destabilizzano anche di più. Resta il leader ma il modo di procedere è sbagliato e ricattatorio». Un riformista doc come Agostino Megale, presidente dell’Ires, cerca di mediare: «Basta fare regali al centrodestra, l’unità dell’Ulivo va preservata, le soluzioni tecniche si troveranno ma la leadership di Prodi non si discute. Alle primarie, però, sono e resto contrario». Achille Passoni, responsabile Welfare per la Cgil, si dice «preoccupatissimo» di fronte al «virus delle eterne liti» ma vorrebbe rimettere al centro «il tema del lavoro, i contenuti, e non le chiacchiere sui contenitori». Certo è che neanche il sindacato confederale offre immagini molto “unitarie”, di questi tempi. «Anche con la Cisl dobbiamo tornare a parlarci al più presto, magari dopo il loro congresso», dicono Passoni e Megale. Ma lo spirito unitario, anche in Cgil, oggi soffia molto meno.