Il pressing del premier, i timori di Doris

10/10/2005
    domenica 9 ottobre 2005

    IL GOVERNO BERLUSCONI TENTA DI FERMARE IL PROVVEDIMENTO IN CONSIGLIO DEI MINISTRI. ANCHE MICCICHE’ ALL’ATTACCO, MA FINI LO STOPPA

      Il pressing del premier, i timori di Doris

        retroscena
        FRANCESCO MANACORDA

          MILANO
          «Guarda Roberto, mi hanno detto che con questo provvedimento si rischia di perdere migliaia di posti di lavoro». Chi c’era, mercoledì scorso, assicura che tra Silvio Berlusconi e Roberto Maroni – terzo interlocutore muto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti – qualche minuto prima del consiglio dei ministri che avrebbe «azzoppato» la riforma delle liquidazioni, sia andata proprio così. Obiezioni ripetute del premier, repliche del titolare del Welfare e poi la decisione dello stesso Berlusconi – evidentemente poco convinto delle ragioni del suo ministro – di astenersi al momento del voto.

            Ma quello che ha mandato davvero su tutte le furie Maroni, che lo ha spinto ad accusare – a caldo, ma anche a freddo come è successo ieri a Saint Vincent – la lobby assicurativa e i suoi agganci nel governo, è stato l’intervento, sempre in consiglio dei ministri, del collega Gianfranco Micciché. Un intervento che evidenziava i rischi di procedere sulla strada decisa da Maroni, ma che sarebbe stato stoppato addirittura dal vicepremier Gianfranco Fini con un’osservazione scherzosa solo a metà: «Avvocato, meglio tacere sennò perde la causa!». Il risultato finale, comunque, non è cambiato: in consiglio non è passato il provvedimento che manteneva il permesso di trasferire il contributo del datore di lavoro ai cosiddetti «fondi chiusi», quelli che derivano dalla contrattazione con i sindacati, e impediva invece questo trasferimento per i fondi aperti e le polizze previdenziali, cioè i prodotti delle compagnie assicurative.

              Sospetti un po’ paranoici di «lumbard» alle prese con i fantasmi dei poteri forti, quelli di una lobby assicurativa che ha stoppato la riforma? Forse. Ma sospetti resi più piccanti dalla presenza della stessa Fininvest – di cui Silvio Berlusconi è azionista di maggioranza assoluta – come socio al 35% della Mediolanum di Ennio Doris. Così Doris, uomo sempre cordialissimo e attento ai rapporti con i media, sta respingendo cortesemente al mittente più di una richiesta d’intervista «proprio per evitare di essere frainteso», fanno sapere da Mediolanum. E dalla banca del Biscione si sottolinea anche come le quote nella previdenza siano davvero piccole: in effetti nel 2004 Mediolanum ha avuto appena l’1,1% del mercato dei fondi pensione aperti e il 3,5% di quello delle polizze vita.

                Certo, l’Ania si è mossa con decisione – e visti i risultati anche con un certo successo – per contrastare la scelta di Maroni. Ma anche questa azione di «lobbying», in fondo, fa parte dei suoi compiti istituzionali. Con un direttore generale di indiscusse competenza e capacità come l’ex capo ufficio studi di Confindustria Giampaolo Galli e un presidente come l’ex amministratore delegato delle Generali Fabio Cerchiai – lo stesso che, a meno di un caso di omonimia, fu indicato la scorsa primavera come consigliere indipendente nella lista proposta da Stefano Ricucci per il board dell’Antonveneta – difende ovviamente le posizioni dei suoi associati.

                  Piuttosto, in questa vicenda complicata del Tfr, c’è chi assicura che anche l’Ania è percorsa da qualche tensione che deriva dal contrasto tra una linea maggioritaria, strettamente legata al colosso Generali – e che una volta ottenute correzioni che ritiene necessarie come l’equiparazione tra fondi chiusi e aperti, è disponibile alla riforma – e una posizione di netta chiusura alla riforma del Tfr che sarebbe guidata proprio da Doris. Il tema del contendere si chiama «preconto», ossia – parole della Covip, l’organo di vigilanza sui prodotti previdenziali – «il recupero dei costi sostenuti per finanziare la rete distributiva effettuato in un’unica soluzione sul primo o sui primi premi versati».

                    Una pratica che ostacola molti la possibilità di spostare da un gestore all’altro il proprio piano pensionistico perché – calcola ancora la Covip – dopo tre anni di investimento chi ha scelto prodotti con il «preconto» ha avuto un costo medio annuo del 9,4% sul patrimonio investito, contro il 4,6% di chi non ha dovuto pagare i costi tutti all’inizio. La pratica del «preconto» è dunque destinata sparire nella riforma, proprio per agevolare la «portabilità» dell’investimento pensionistico. Ma fonti di mercato sono concordi nel ritenere che il leader indiscusso in questo settore – con una quota del 30% circa – sia proprio Mediolanum. E in questo ruolo un’opposizione durissima di Doris e di Mediolanum alla riforma apparirebbe molto comprensibile.