Il presidente Napolitano: più donne in Parlamento e nelle imprese

09/03/2007
    venerdì 9 marzo 2007

    Pagina 11 – Interni

    «La parità è una questione di democrazia»

      L’appello del presidente Napolitano: più donne in Parlamento e nelle imprese
      Poi l’affondo sulle violenze: sono intollerabili, serve una vera battaglia culturale a partire dai giovani

        di Vincenzo Vasile / Roma

        MISCHIA linguaggio e temi istituzionali ad alcuni cavalli di battaglia delle «femministe», espressamente citate, Giorgio Napolitano nella cerimonia solenne e festosa dell’8 marzo al Quirinale. Dice fondamentalmente tre cose: che le pari opportunità sono una grande questione costituzionale e di democrazia; che le violenze sulle donne sono intollerabili; e che è bene che non solo le donne occupino posti e funzioni ancora appannaggio maschile, ma che gli uomini prendano ruoli e mansioni tradizionalmente femminili. Il tutto condito con una ironica nota di sapore autocritico e autobiografico: «Per mia esperienza so», confessa il presidente, che i padri sono «spesso troppo distolti» dalla cura dei figli, «considerandosi magari giustificati»; e che comunque «la condizione di nonno può rappresentare una sorta di seconda grande occasione». Quasi come in una seduta di «autocoscienza» (il presidente usa proprio questo termine, figlio della cultura del movimento delle donne): «Per quel che mi riguarda, mi ci sono provato, prima di essere in extremis richiamato in servizio (con l’elezione, si intende, alla Presidenza della Repubblica, ndr). Insisto tuttavia nel sottolineare questa opportunità, nel confermare la bellezza del rapporto con i figli dei propri figli». Da qui «un invito agli uomini di tutte le età perché si lascino attrarre sempre di più da un’invasione di campo nella sfera dell’affettività e della cura familiare. Ne vale la pena».

        Oltre a questa rivendicazione, venata di ironia, del ruolo di battistrada dei nonni, nel discorso di Napolitano sono presenti altre importanti sottolineature: intanto, «dobbiamo rendere possibile per tutte le donne fare la loro strada, conquistare ed esercitare i loro diritti». Quest’imperativo si incardina su un precetto costituzionale: «Usando le parole dell’articolo 3 della Costituzione, diciamo che l’obiettivo da perseguire è quello di “rimuovere gli ostacoli” che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, senza distinzione di sesso e di razza». Si tratta, dunque, di una grande questione di libertà e di democrazia. Ma non solo: «Studi recenti ci dicono che sono i paesi in cui lo squilibrio tra uomini e donne nell’occupazione, nelle carriere, nelle remunerazioni è più basso, quelli che hanno più successo: sono quei paesi i più prosperi e i più competitivi». E l’Italia è tra gli ultimi paesi in questa graduatoria: «Le donne italiane sono troppo poco occupate e, quando lo sono, fanno assai più fatica degli uomini ad avanzare in tutte le sfere di attività : dalle imprese private, alla pubblica amministrazione, alla politica, come ben sanno le pattuglie, solo pattuglie, di elette nel nostro Parlamento. Ed è, quest’ultimo, ben oltre gli schieramenti politici, un problema istituzionale e costituzionale sempre aperto». Le leggi sono «essenziali» per ribaltare tale tendenza, e con ciò Napolitano sembra voler correggere l’impressione di una sua personale tepidezza sulle cosiddette «quote rosa», che era stata ingenerata da una precedente, occasionale esternazione. Ma nuove norme, aggiunge, «non bastano. È indispensabile un impegno collettivo, un impegno fortissimo di educazione – fin dai primi gradi del sistema d’istruzione – al rispetto della donna, alla cultura della non violenza, al principio della parità».

        Un grande ruolo l’hanno, dunque, la scuola e la battaglia culturale: «Se non si crea, innanzitutto tra i ragazzi, tra i giovani, nelle scuole e nel paese un nuovo costume civile, tale da sconfiggere le posizioni più incolte e le pulsioni più rozze, la battaglia della sicurezza, della piena serenità e dignità per le donne non può essere vinta».