Il precariato non sempre è una gabbia. Ecco dove gli atipici hanno più chance

11/12/2009

Precario è sempre precario. Il tema è caldissimo, soprattutto in questi tempi. Ma ci sono aziende dove la flessibilità è «usata» meglio. «Abbiamo proposto il contratto weekend ad alcuni studenti d’architettura (con reciproca soddisfazione) e utilizzato quello d’inserimento con un gruppo di neolaureati, che sono stati ‘arruolati’ nella scuola interna di design e in gran parte (sei su nove), poi, confermati», ha raccontato Roberto Farina, chief operating officer di Poltrona Frau in una recente tavola rotonda organizzata dal labour team di Dla Piper in collaborazione con HRCommunity Accademy. Non si tratta di un caso isolato. Di esempi simili ce ne sono diversi. Eccone alcuni.
C’è chi va controcorrente persino sul fronte dello stage, dove (notoriamente) l’abuso è frequente. Basti dire che secondo un sondaggio svolto dall’Isfol con la testata online «Repubblica degli stagisti», meno del 20% dei percorsi sfocia in contratti «veri» e, soprattutto, solo il 3% conduce al rapporto a tempo indeterminato. Qualche «esempio virtuoso»? Ferrero: gli stagisti che entrano nel gruppo (principalmente neolaureati in materie economiche giuridiche e tecniche) seguono uno strutturato iter formativo che spesso porta all’inserimento. Ma non solo. Addirittura «Repubblica degli stagisti – come spiega la direttrice, Eleonora Voltolina – pubblica un elenco delle aziende che utilizzano lo strumento secondo i giusti criteri». E qui si trovano da Johnson & Johnson Medical (rimborso di circa 500 euro netti e 90% di assunzioni) alle multinazionali della consulenza PricewaterhouseCoopers ed Everis (entrambe vanno oltre i 700 euro mensili e il 70% di conferme), fino a Kellogg’s Italia (800 euro netti e 80% di inserimenti).
«In realtà, i problemi maggiori sono sui cocopro: i nomi conosciuti non si concedono più comportamenti disinvolti, perché le sanzioni sono importanti, ma sulle piccole aziende i controlli sono più difficili», avverte Paolo Iacci, vicepresidente Aidp. «Al contrario – aggiunge – c’è sicuramente un certo rigore nell’utilizzo dei contratti di somministrazione».
Pino Cova, esperto di lavoro che oggi dirige l’agenzia E-Work, punta, invece, il dito contro l’apprendistato: «Credo che in questo momento sia utilizzato esclusivamente con la logica di risparmio di costo produttivo ». Anche qui, però, si trovano delle eccezioni. A cominciare da Intesa Sanpaolo (che ha in programma l’ingresso di 3000 apprendisti tra il 2009 e il 2010). L’istituto bancario offre formazione più consistente rispetto a quanto previsto dalla legge per i quattro anni di contratto (645 ore invece di 480), ma, soprattutto, tende a confermare in anticipo i più meritevoli. Quasi tutti gli ex apprendisti inseriti finora (600) sono, infatti, stati assunti dopo soli due anni.