Il posto si conquista con la flessibilità

02/05/2003




              Giovedí 01 Maggio 2003


              Il posto si conquista con la flessibilità

              Come cambia il lavoro – Il modello organizzativo si trasforma: oggi l’11% degli addetti è a part-time o a tempo determinato


              MILANO – La flessibilità dà forza anche al posto fisso. Le forme di lavoro più innovative – interinale, part-time e tempo determinato – hanno rinvigorito il mercato, costruendo assunzione dopo assunzione la crescita degli occupati. Negli ultimi cinque anni sono stati creati un milione e 673mila posti di lavoro: con il piccolo aiuto della crescita economica e la grande spinta della flessibilità si è arrivati a 21,8 milioni occupati e a un tasso di disoccupazione del 9 per cento. La corsa degli autonomi si è fermata – appena 210mila in più dal ’98 a oggi – e il grosso dell’incremento si deve al lavoro dipendente: i posti a termine o a part-time sono aumentati di 676mila unità e i contratti a tempo pieno e indeterminato di altre 787mila. I primi hanno dato una mano ai secondi, a operai e impiegati «permanenti» cresciuti a un ritmo d’altri tempi. A metà degli anni 90 le forze di lavoro hanno toccato il punto più basso del decennio. La ripresa coincide con i primi effetti del pacchetto Treu, varato nel ’97, che ha ampliato il ricorso a part-time e apprendistato e ha introdotto l’interinale. E spesso il lavoro temporaneo è la porta d’accesso a quello definitivo: in media, oltre un terzo degli impieghi interinali si trasforma in un contratto a tempo indeterminato. La crescita dei flessibili. Se si allarga lo sguardo all’intero decennio si scopre che i posti «fissi» in più rispetto al ’93 non arrivano a 90mila, che gli autonomi sono appena 150mila in più e che la crescita è tutta flessibile, si deve a oltre un milione e centomila lavoratori temporanei o a part-time. Quasi due milioni e mezzo di persone oggi lavorano con contratti di questo tipo: oltre l’11% degli occupati, quota impensabile nel ’93, quando si superava appena il 6 per cento. I dati Istat mostrano che il cuore dell’occupazione rimane nel posto tradizionale, con 13,4 milioni di contratti, e gli autonomi sono ancora lì, appena sotto sei milioni. In mezzo si affacciano i contratti più innovativi, capaci di dare nuova energia a un sistema che rischiava di rimanere inceppato. Al punto che i posti di lavoro sono aumentati anche quando l’economia si è fermata, come l’anno scorso, con la crescita del Pil allo 0,4% contro l’1,5% dell’occupazione. In parallelo si è ingrossata la squadra dei parasubordinati, i collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co.). Gli iscritti alla gestione separata dell’Inps sono quasi 2,4 milioni, ma un terzo incassa anche uno stipendio da dipendente o la pensione. Restano un milione e 300mila collaboratori puri. A loro è dedicata una parte della legge delega sul mercato del lavoro, ispirata da Marco Biagi, che sarà operativa in estate con i primi decreti e da cui ci si attende un nuovo impulso alla flessibilità. La riforma Biagi. «I nuovi strumenti consentiranno di creare finalmente la "fabbrica che respira", senza dar luogo a fenomeni di difficoltà sociale», commenta Giorgio Usai, direttore per il lavoro e le relazioni industriali di Confindustria. «La riforma – spiega – è una risposta alla necessità di modifiche strutturali del mercato del lavoro, che in parte si è già mosso e con risultati positivi per l’occupazione». Secondo Usai, l’esplosione del fenomeno co.co.co. è il risultato di forti vincoli: «L’economia è come l’acqua, se gli argini sono troppo stretti sfocia in altri rivoli: con la riforma Biagi, uno dei passi in avanti è la creazione di un sistema di tutele e garanzie ai collaboratori, la possibilità di far uscire dalle zone grigie alcune forme di lavoro». Avere più strumenti da scegliere è un vantaggio per le aziende e per i lavoratori, secondo Alessandro Vecchietti, responsabile dell’area legislativa d’impresa di Confcommercio. «Con il pacchetto Treu il mercato del lavoro è diventato più moderno e ha creato più occupazione, anche stabile. I contratti a termine sono un’ottima occasione offerta a lavoratore e azienda per conoscersi reciprocamente. Dalla riforma Biagi ci aspettiamo uno slancio ulteriore, decisivo: un mercato rigido causa le irregolarità, il sommerso, e imbriglia l’economia». Concorda Usai, che sottolinea come l’interinale abbia spesso preceduto un contratto definitivo: «Un periodo di prova breve non basta a fare l’assunzione giusta». Più strumenti, più occupati. «La crescita degli occupati – commenta Bruno Gobbi, direttore dell’area economia d’impresa di Confartigianato – dimostra che non si può dare una risposta a taglia unica alle esigenze delle aziende e la legge delega va in questa direzione, anche se abbiamo qualche perplessità sui vincoli per i collaboratori occasionali». Diverso il punto di vista di Agostino Megale, presidente dell’Ires, il centro studi della Cgil, critico sulla nuova riforma e convinto che spesso dietro il collaboratore si nasconda «un lavoratore subordinato pagato meno e con meno diritti». Megale è comunque sicuro che ci sia ancora spazio da sfruttare per la flessibilità: «Il part-time – dice – è ancora sotto la media europea e sarebbe un ottimo modo per creare lavoro nel Mezzogiorno. Se negli ultimi anni sono cresciuti molto i contratti a tempo indeterminato, oltre al credito di imposta, ha influito la scelta delle imprese di impiegare in un primo tempo i nuovi strumenti che poi hanno prodotto posti definitivi. Il lavoro atipico raramente supera il 20% e per la maggioranza delle aziende, secondo un nostro sondaggio, è ottimale intorno al 10%: l’occupazione è una stretta combinazione tra lavoro stabile e flessibile».
              ALESSANDRO BALISTRI