Il popolo dei call centre vuole il contratto, subito

30/05/2003


              Venerdì 30 maggio 2003 Anno 10 Numero 21


              ATIPICI
              Oltre 70 mila operatori sono ancora senza una regolamentazione
              Il popolo dei call centre
              vuole il contratto, subito

              Quello dei call centre è un mondo che secondo i sindacati è abitato più da ombre che da luci. Una realtà con 70 mila persone che non hanno un contratto di lavoro specifico e che, quindi, accanto agli assunti a tempo indeterminato meno del 35 , conta rapporti tra i più disparati. Dalle improbabili per chi, in gran parte, svolge attività dipendente partite Iva alle ancor più immotivate Aspa associazioni in partecipazione , ai cococo, i collaboratori coordinati continuativi, che sono la netta maggioranza del settore. In realtà i lavoratori dei call centre o contact centre come oggi si preferisce dire sono circa 180 mila, ma di questi 110 mila sono dipendenti diretti delle stesse aziende che utilizzano il servizio e godono dei contratti nazionali di lavoro delle relative categorie, dalle telecomunicazioni al credito, all industria. Sono ancora senza contratto collettivo i lavoratori dei call centre in outsourcing, quelli gestiti da società esterne specializzate che curano i centralini, i numeri verdi e le campagne promozionali e di marketing delle aziende.
              «L assenza di un contratto di lavoro – dice Ambrogio Pozzi, presidente di Assocallcenter che raggruppa 32 società del settore – è una iattura per i lavoratori ma anche per noi: accanto a società che occupano in maggioranza lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, ce ne sono tante, soprattutto piccole, che non offrono alcuna garanzia e pagano poco i lavoratori. Così, grazie ai costi del lavoro ridotti, fanno concorrenza sleale. Siamo d accordo con i sindacati che il settore vada al più presto regolamentato».
              In Italia operano circa 300 società di call centre in outsourcing, le quali, nel 2002, hanno fatturato oltre 540 milioni di euro. Le società di Assocallcenter associazione che fa capo a Confcommercio pur rappresentando il 25 del giro d affari sono dunque una minoranza. In termini di peso di mercato dovrebbe invece prevalere un altra associazione, la Aicco associazione contact centre in outsourcing , che raggruppa le società leader del settore, a partire da Atesia gruppo Telecom , Cos e Giallo Voice Seat : sei società che insieme fanno quasi il 70 del fatturato di settore.
              Il maggior peso, però, è solo sulla carta. Aicco raggruppa società aderenti a Confindustria ed è nata in febbraio in polemica con Assocallcenter, appena un mese dopo la costituzione di quest ultima. Tuttavia, per riconoscimento dello stesso suo presidente Leonardo Abruzzese, è di fatto inattiva all 800.200.111, numero ufficiale della sua sede, non risponde nessuno .
              TRASPARENZA
              E CORRETTEZZA
              «In Aicco – spiega Abruzzese – ci sono grosse società che impiegano quasi esclusivamente cococo, altre che utilizzano varie figure di lavoratori. Gli interessi sono diversi e c è chi non è affatto allettata dalla prospettiva di un contratto collettivo di lavoro. Personalmente ritengo che un contratto sia fondamentale: io ho già fatto un accordo con i sindacati per la mia società, la Mks. Ci vuole trasparenza per rendere eticamente corretto il settore, sono ancora troppi i piccoli call centre che non rispettano la dignità dei dipendenti».
              Qualcosa sta muovendosi proprio in questi giorni: entro giugno Assocallcenter e sindacati del commercio dovrebbero arrivare a un intesa almeno per quanto riguarda i lavoratori a tempo indeterminato dei call centre in outsourcing. L accordo farebbe da modello per tutto il settore e potrebbe aprire la strada a un intesa che garantisca almeno in parte anche i cococo. «Sono due i temi più caldi in discussione – spiega Giampaolo Gualla, direttore di Assocallcenter – la percentuale, sul totale dei dipendenti, della manodopera flessibile che può essere utilizzata e la differenza di profili contrattuali tra i lavoratori inbound e outbound . Per i primi, per chi soltanto riceve telefonate, va bene un salario fisso. Per gli outbound, chi fa telefonate per azioni di marketing, proponiamo un 70 di stipendio fisso e un 30 di variabile legato ai risultati».
              «Su quest ultimo punto non siamo assolutamente d accordo – ribatte Marinella Meschieri, segretaria nazionale della Filcams, il sindacato del commercio della Cgil – mentre si può discutere su un allargamento della flessibilità. Nel commercio oggi si può arrivare al 10 di contratti a termine, più un 13 di interinali; questo 23 si può superare, ma solo se si assicurano diritti certi e garanzie a tutti i lavoratori».
              Mentre i sindacati del commercio stanno trattando una volta tanto unitariamente, i rappresentanti dei lavoratori atipici Nidil-Cgil, Alai-Cisl e Cpo-Uil cercano di spuntare risultati call centre per call centre. «Abbiamo un confronto aperto con Atesia-Telecom – spiega il coordinatore nazionale di Cpo, Carmelo Prestileo -. Conta lavoratori che sono con lei da 8 anni ma che, paradossalmente, hanno sempre soltanto avuto contratti di collaborazione trimestrali rinnovati di volta in volta. Noi chiediamo durate annuali, perché altrimenti i lavoratori non possono godere di istituti importanti, tipo le ferie, per esempio. Su questo, come su altre questioni centrali, l azienda non ci dà risposte».
              E tutto ciò mentre in Italia la retribuzione media in un call centre è la più bassa d Europa: 880 euro il mese contro, per far solo un esempio, i 1680 euro di un omologo lavoratore irlandese.